L’Asia fa muro contro i dazi di Trump: ecco cosa rischiano gli Usa

Federico Giuliani

13 Marzo 2025 - 06:48

I Paesi asiatici sono pronti a puntare su nuove alleanze regionali e ad affidarsi alla Regional Comprehensive Economic Partnership (in attesa dell’India).

L’Asia fa muro contro i dazi di Trump: ecco cosa rischiano gli Usa

I dazi di Donald Trump non conoscono confini tra partner, alleati, rivali e nemici.

Tutti, o quasi, i Paesi del mondo sono infatti finiti nella lista nera del tycoon, convinto che affidarsi alle tariffe possa essere la soluzione migliore per riequilibrare la bilancia commerciale degli Stati Uniti. C’è però un gruppetto di nazioni che preoccupa maggiormente Trump: quelle asiatiche, e non solo per colpa della Cina.

Come ha fatto notare il New York Times, infatti, questo continente ospita numerose nazioni che presentano i maggiori surplus commerciali nei confronti degli Usa, che esportano i beni che il presidente statunitense ha promesso di tassare (come i farmaci indiani e le automobili giapponesi e coreane) e che sono tra i principali destinatari di prodotti e investimenti cinesi (Trump teme che Pechino possa usarli come “porte secondarie” per raggiungere l’America).

Basta unire i punti ed ecco che arriviamo al disegno di The Donald: riempire di dazi l’intera Asia per scongiurare ogni rischio o pericolo. Attenzione però perché, come avvertono gli esperti, il risultato di un simile piano potrebbe consistere in un “effetto domino” di protezionismo. Ossia: i Paesi asiatici colpiti dalle tariffe di Trump le imporrebbero (o aumenterebbero) a loro volta nei confronti made in Usa e, aspetto più importante, inizierebbero a puntare sul commercio regionale.

L’Asia alla prova dei dazi di Trump

Che cosa significa? Semplice: i dazi di Trump potrebbero generare un nuovo cast di alleanze regionali, e dunque una graduale riduzione dell’importanza degli Stati Uniti nel commercio con il continente asiatico. “C’è il rischio che gli Usa esagerino davvero la loro leva finanziaria. l mercato statunitense è ancora il più grande al mondo, ma in proporzione è più basso di quanto non fosse 20 anni fa”, ha sottolineato Simon Evenett, professore alla IMD Business School in Svizzera.

Morgan Stanley ha calcolato che le tariffe annunciate da Trump su auto, semiconduttori, energia e prodotti farmaceutici rappresentano un quarto delle esportazioni totali dall’Asia, e che quest’anno la crescita economica nella regione rallenterà al 3,7% dal 4% del 2024.

L’anno scorso gli Stati Uniti hanno inserito Cina, Giappone, Corea del Sud, Singapore, Taiwan e Vietnam in una lista di Paesi ritenuti responsabili di manipolazioni delle proprie valute. Indonesia, Giappone e Malesia hanno tariffe sui beni importati in determinati settori che sono più alte delle tariffe americane sugli stessi beni. E ancora: quando si tratta di investimenti cinesi in un altro Paese asiatico, il Vietnam è uno dei maggiori beneficiari al mondo delle fabbriche del Dragone trasferitesi oltre la Muraglia negli ultimi anni.

I governi asiatici si sono già attivati nel tentativo di attutire il colpo. Il citato Vietnam, per esempio, ha ventilato la possibilità di importare più soia americana e altri prodotti agricoli. L’India ha invece tagliato le sue tariffe sul bourbon, mentre la Corea del Sud ha promesso 249,3 miliardi di dollari di finanziamenti commerciali per aiutare i suoi esportatori colpiti dalle tariffe.

Verso una maxi partnership regionale?

Forse Trump ignora però che, dal 2019, l’Asia può contare sulla Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP). Parliamo di un vasto accordo di libero scambio tra 16 Paesi dell’Asia-Pacifico, i 10 membri dell’Asean, più Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. Insieme, queste nazioni, rappresentano metà della popolazione mondiale e circa un terzo del pil globale.

Ebbene, anche se l’amministrazione Trump insistesse nel voler disaccoppiare le economie di Usa e Cina, costringendo le aziende manifatturiere globali a lasciare Pechino, la RCEP promuoverebbe ulteriormente l’integrazione economica intra-asiatica, isolando al contempo gli Usa nella regione. In altre parole, i Paesi asiatici colpiti in massa dalle tariffe di Washington potrebbero riorganizzarsi attorno alla maxi partnership economica regionale così da limitare, o almeno smussare, gli effetti dei dazi statunitensi.

Non solo: qualora anche l’India – o perché a sua volta colpita da tariffe Usa o perché convinta di ottenere vantaggi – dovesse unirsi alla RCEP (la porta per Delhi è rimasta aperta) allora per gli Stati Uniti saranno problemi seri. Il motivo? Trump si ritroverebbe a fare i conti con un blocco economico quasi impermeabile alle mosse statunitensi.

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