Negli ultimi giorni l’economia italiana è stata giudicata, direttamente o indirettamente, dalla Commissione Europea, dall’UPB e dalla BCE. Nei vari documenti emergono pregi e difetti utili per indicare la via delle cure possibili per l’economia italiana, che rischia di tornare alla stagnazione e all’aumento del rapporto debito/pil.
Nelle prime pagine del documento di accompagnamento alle Raccomandazioni è riportato un interessantissimo grafico dei contributi alla crescita del debito in termini di pil, dove emerge quanti danni abbia fatto l’austerità in passato e che indichi come l’unica via per scendere il rapporto sia puntare sulla crescita reale. Quando il pil cresce adeguatamente anche ampi deficit vengono coperti, come nel 2021-2022.
Scomposizione della variazione del rapporto tra il debito e il PIL
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Come si può crescere di più?
1) Recuperare il gap con la media europea in campo di Ricerca & Sviluppo
2) Gli investimenti in capitale umano e tecnologia dovrebbero incentivare la chiusura di un altro gap, quello della produttività del lavoro, ferma a trenta anni fa. Non fu colpa dell’eliminazione della scala mobile, che avrebbe portato a 20 anni di stagflazione e non di stagnazione economica.
3) La speranza di vita e la fuga di cervelli è un altro importantissimo problema da risolvere a livello demografico (bassissima natalità) che incide sui conti pubblici (pensioni) e la produttività del paese (saldo dei flussi di manodopera che favorisce la bassa manovalanza). E’ un paese per vecchi!
Ma la crescita passa per il sistema produttivo, le imprese, che oggi in Europa chiedono sempre meno prestiti, soprattutto in Italia, segno che i venti di recessione iniziano a farsi sentire.
Ma i nuovi vincoli europei offrono un Nuovo Patto di Stabilità per l’Italia impegnativo: ridurre il rapporto tra debito delle amministrazioni pubbliche e PIL dai livelli attuali al 60 per cento entro il 2070 richiederebbe in media un aumento immediato e permanente del saldo primario di circa il 4,5 per cento del PIL (somma istogrammi giallo e blu). Per i paesi dell’area euro (compresa Italia) sarebbe necessario uno sforzo del 2%. Non a caso la figura si intitola “Panoramica degli sforzi di bilancio necessari per far fronte a sfide specifiche”
Panoramica degli sforzi di bilancio necessari per far fronte a sfide specifiche
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Un grafico speculare al primo è quello relativo alla scomposizione delle componenti della domanda del pil. La crescita è trainata esclusivamente dagli investimenti e dai consumi (stipendi adeguati - Caffè), le esportazioni nette sono la voce che tiene a galla l’economia italiana, non possono essere la voce principale su cui puntare per abbattere il rapporto debito/pil, altrimenti si rischierebbe di trasformarsi in economia emergente.
Variazione del PIL e componenti della domanda
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Quale è il segreto della Germania che ha un rapporto debito/pil sotto il 70%? Una risposta parziale può venire dalla lettura delle entrate.
Pressione fiscale in Italia, nei principali paesi europei e media dell’area dell’euro
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La pressione fiscale tedesca è in linea con la media europea, più bassa di quella italiana e francese ma l’imposta sui redditi (ricchezza di famiglie e imprese) è notevolmente salita sul totale delle entrate (55,1%) a partire dalla crisi PIIGS.
Avendo maggiore spazio fiscale la Germania ha creato ricchezza privata che si è trasformata in tasse, percorso precluso all’Italia a causa dell’austerità che, una vola interrotta nel 2020, ha superato la relativa quota del top 2008.
In 10 anni, dal 2011 al 2021, l’Italia a livello fiscale ha acquisito +300k società di capitali ma ha perso quasi 1.000k società di persone e persone fisiche, praticamente un saldo negativo di -700k imprese. Lo stato invadente (Francia e Italia) ostacola la crescita, questo il sunto, come riflesso nel rapporto debito/pil.
L’economia italiana non ha un problema di risorse, ma di impiego qualitativo delle stesse, che vengono impiegate soprattutto per fini elettorali. L’alta spesa, insieme all’incapacità dei nostri politici di gestire al meglio le risorse, crea un effetto “palla di neve” di inefficienza cronica che rischia di far collassare il sistema. Un esempio sui conti pubblici italiani.
Entrate vs spese vs reddito di lavoro vs investimenti vs pressione fiscale
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Nel 2013 dell’austerità, al top di entrate e pressione fiscale, si sono registrate spese per dipendenti pubblici al 10,3% del pil e investimenti al 2,5% del pil; oggi registriamo entrate e pressione fiscale leggermente più basse ma spese comunque molto più alte al 55,2% del pil (erano il 51% del pil nel 2013) pur risparmiando sugli stipendi pubblici arrivati all’8,9% del pil e investendo di più 3,2% (era il 2,5% del pil nel 2013). Nel 2013 “entrate – uscite” era un deficit di -2,9% mentre nel 2023 è stato del -7,4%. Indipendentemente dai saldi pubblici, la macchina statale è sempre improduttiva e spesso inefficiente. Le patologie dell’economia italiana sono note da tempo, le soluzioni ci sarebbero, ma nessuno ha la volontà politica della visione di lungimiranza, solo del prossimo seggio.