Italia contro Spagna, chi ha fatto meglio in 10 anni? Il confronto su Pil, salari, lavoro e debito

Flavia Provenzani

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Tra il 2015 e il 2025 il Pil spagnolo è cresciuto del 21,6%, quello italiano del 12,6%. Dietro il sorpasso nella crescita ci sono più abitanti, più ore lavorate e salari che hanno battuto l’inflazione. Ma la disoccupazione resta molto più alta e, per abitante, la sfida della crescita la vince l’Italia, anche se per poco. Il confronto con i dati di Istat e INE.

Italia contro Spagna, chi ha fatto meglio in 10 anni? Il confronto su Pil, salari, lavoro e debito

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Negli ultimi anni la Spagna è diventata il termine di paragone obbligato di ogni discussione sull’economia italiana. È cresciuta di più, ha creato più posti di lavoro e ha rimesso in ordine i conti pubblici più in fretta. Ora che Madrid si avvia verso le elezioni anticipate, è tempo di misurare - come sempre, dati alla mano - quanto di questa narrazione regge al confronto sui numeri.

Lo abbiamo fatto comparando le serie dei due istituti nazionali di statistica, Istat e INE, nella versione armonizzata pubblicata da Eurostat, nel modo più affidabile per confrontare grandezze calcolate con le stesse regole, prendendo in considerazione i conti nazionali, le rilevazioni sulle forze di lavoro e l’indice dei prezzi armonizzato. Il periodo va dal 2015 al 2025, l’ultimo anno con dati annuali consolidati.

La Spagna ha fatto meglio su quasi tutti i fronti, ma non su tutti, e su alcuni il vantaggio è meno netto di quanto sembri.

Crescita: nove punti di Pil in più per la Spagna

Tra il 2015 e il 2025 il Pil spagnolo in volume è aumentato del 21,6%, quello italiano del 12,6%. Sono nove punti di differenza: in media annua, circa il 2% per la Spagna e l’1,2% per l’Italia.

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Il divario non nasce con la pandemia perché già tra il 2015 e il 2019 l’economia spagnola era cresciuta del 10,6%, più del doppio del 4,8% italiano. Il 2020 ha colpito di più la Spagna (-10,9% contro -8,7%) e il rimbalzo del 2021 è stato più forte in Italia (+9,2% contro +6,7%). Dal 2022, però, le traiettorie si sono di nuovo separate. Secondo le ultime revisioni dei due istituti, pubblicate a settembre, la Spagna è cresciuta del 3,7% nel 2024 e del 2,6% nel 2025, mentre l’Italia si è fermata all’1,1% e allo 0,6%.

Per abitante, però, il sorpasso non c’è

Il confronto cambia se si divide la ricchezza prodotta per il numero di abitanti. A prezzi costanti, il Pil pro capite spagnolo è passato da 23.340 a 26.680 euro (+14,3%). Quello italiano da 26.040 a 29.960 euro (+15,1%). Nel decennio, dunque, il PIL reale per abitante è cresciuto un po’ più in Italia. Il rapporto tra i due paesi è rimasto sostanzialmente fermo, il Pil pro capite spagnolo era pari all’89,6% di quello italiano nel 2015 e all’89,1% nel 2025

La popolazione media spagnola è aumentata di circa il 6,4% nel decennio, quella italiana è diminuita di circa il 2,1%. Al 1° gennaio 2026 l’INE conta 49.570.725 residenti, il massimo della serie storica, e per la prima volta oltre 10 milioni di persone nate all’estero. In Italia, alla stessa data, l’Istat registra 58 milioni 943mila residenti. Qui il saldo migratorio con l’estero (+296mila nel 2025) è servito a compensare quasi del tutto il calo naturale.

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L’aumento dell’occupazione ha contribuito alla crescita delle ore lavorate, aumentate del 17,8% in Spagna e del 12,2% in Italia. Gran parte del vantaggio spagnolo nella crescita viene da qui, con un’economia che si è allargata più che arricchita, almeno se misurata per abitante.

Lavoro: più occupati, ma la disoccupazione resta molto più alta

Sul mercato del lavoro la Spagna ha fatto progressi più evidenti, con il tasso di occupazione tra i 20 e i 64 anni salito dal 62% al 72,4%, oltre dieci punti in più. In Italia è passato dal 60,2% al 67,6%. All’inizio del periodo il distacco era di 1,8 punti, ma nel 2025 è di 4,8 punti.

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Anche la disoccupazione è scesa molto di più, dal 22,1% al 10,5% in Spagna, dal 12% al 6,1% in Italia. Tuttavia, pur avendo dimezzato il tasso, la Spagna resta il paese con la disoccupazione più alta tra i due, e di gran lunga: nel 2025 il suo tasso è oltre una volta e mezza quello italiano e il divario resta ampio anche per i giovani tra i 15 e i 24 anni. La disoccupazione giovanile spagnola è scesa dal 48,3% al 24,9%, quella italiana dal 40,3% al 20,6%. In Italia, peraltro, il dato del 2025 è in lieve risalita rispetto al 20,3% del 2024.

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In Spagna i salari hanno battuto l’inflazione, in Italia no

Il divario più ampio tra i due paesi riguarda le retribuzioni, guardando ai redditi da lavoro per dipendente dei conti nazionali, che includono i contributi a carico del datore, e deflazionandoli con l’indice dei prezzi armonizzato. In Spagna nel 2025 erano del 5,2% più alti in termini reali rispetto al 2015, in Italia erano del 3,1% più bassi.

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In termini nominali, i redditi per dipendente sono cresciuti del 33,2% in Spagna e del 20,5% in Italia e i prezzi sono aumentati in misura simile, del 26,7% e del 24,3%. A fare la differenza è stata quindi la dinamica delle retribuzioni, non l’inflazione. L’Italia ha toccato il punto più basso nel 2023, con un potere d’acquisto per dipendente inferiore del 6,3% a quello del 2015, e da allora ha recuperato solo in parte. Il calo italiano del 2020 risente anche del massiccio ricorso agli strumenti di integrazione salariale, come la cassa integrazione, durante la pandemia.

Produttività e costo del lavoro mostrano i limiti di entrambi

I guadagni di produttività sono stati modesti sia per Roma che per Madrid. Il Pil per ora lavorata è aumentato del 3,3% in Spagna in dieci anni ed è rimasto praticamente fermo in Italia (+0,4%). Il dato italiano ha avuto un andamento irregolare, salito nel 2020, quando le ore lavorate sono crollate più del prodotto, e sceso di nuovo dal 2023.

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Il rovescio della medaglia per Madrid è il costo del lavoro per unità di prodotto. Con salari in crescita più rapida della produttività, è aumentato del 33,6% contro il 18% italiano. In linea di principio è un fattore che può erodere la competitività di prezzo delle imprese spagnole, ma la dinamica delle esportazioni è stata positiva nel periodo considerato.

Imprese: consumi ed export per Madrid, investimenti per Roma

I consumi delle famiglie in volume sono cresciuti del 16,2% in Spagna e solo del 5,4% in Italia, coerentemente con l’andamento di occupazione, popolazione e salari reali. Le esportazioni di beni e servizi sono aumentate del 30,3% in Spagna e del 21,9% in Italia. Le vendite italiane all’estero sono scese dell’1,2% tra il 2022 e il 2024 e hanno ripreso a crescere solo nel 2025 (+1,7%).

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C’è però un capitolo in cui l’Italia ha fatto meglio: gli investimenti fissi lordi, cresciuti del 53,6% contro il 38,1% della Spagna. Il dato va letto con cautela. Il balzo italiano si concentra tra il 2021 e il 2023, gli anni dei bonus edilizi, e nel 2024 gli investimenti sono scesi del 2,7%. La crescita spagnola è stata più graduale.

Anche l’industria mostra una divergenza. La produzione industriale spagnola (estrattiva, manifattura ed energia) nel 2025 era del 5,7% sopra i livelli del 2015. Quella italiana dell’1,5% sotto, e del 7,5% sotto il picco del 2018.

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Madrid ha risanato più in fretta i conti pubblici

All’inizio del periodo era la Spagna ad avere i conti peggiori (nel 2015 il suo deficit era al 5,3% del Pil, contro il 2,5% italiano), dieci anni dopo le posizioni si sono invertite. Nel 2025 il deficit spagnolo è sceso al 2,4%, sotto la soglia europea del 3%, mentre quello italiano è al 3,1%. La differenza si è accumulata soprattutto dopo la pandemia: tra il 2021 e il 2023 l’Italia ha registrato disavanzi tra il 7,1% e l’8,9% del Pil, la Spagna tra il 3,3% e il 6,7%.

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Il debito ha seguito la stessa strada. Quello spagnolo, salito al 119,3% nel 2020, è tornato al 100,7% del Pil, sotto il livello del 2015 (102,5%). Quello italiano, dopo il picco del 154,4% nel 2020, è risalito negli ultimi due anni e nel 2025 si colloca sopra il punto di partenza. Nella serie Eurostat è al 137,1%, mentre la revisione Istat del 22 settembre lo stima al 136,7%, contro il 134,8% del 2015.

Dove la Spagna ha fatto meglio (e dove no)

Messi in fila, i dati danno un vantaggio chiaro alla Spagna su crescita del Pil, occupazione, salari reali, consumi, esportazioni, produzione industriale e conti pubblici. Su crescita e lavoro il vantaggio si è costruito già prima della pandemia, mentre su industria e conti pubblici si è formato soprattutto dopo.

Come abbiamo visto, tuttavia, la crescita spagnola è stata trainata in larga parte dall’aumento della popolazione e delle ore lavorate e, per abitante, la ricchezza prodotta è cresciuta un po’ più in Italia. La disoccupazione spagnola, totale e giovanile, resta nettamente più alta di quella italiana, il costo del lavoro per unità di prodotto è salito molto più in fretta e la produttività oraria, pur migliore di quella italiana, è cresciuta poco anche a Madrid.

Per l’Italia il confronto mette in luce soprattutto il nodo retribuzioni, che in dieci anni hanno perso potere d’acquisto, insieme a una produttività ferma e a un’industria che produce meno di dieci anni fa. I dati statistici descrivono queste dinamiche ma non bastano, da soli, a spiegarne le cause. Ed è proprio sulle cause che si giocherà il dibattito delle prossime settimane, in Spagna come in Italia.

Nota metodologica
Tutti i dati provengono dalle serie armonizzate trasmesse da Istat e INE e pubblicate da Eurostat (estrazione del 6 ottobre 2026), integrate con i comunicati più recenti dei due istituti per crescita 2023-2025, popolazione e debito. Pil, consumi, investimenti ed esportazioni sono in volume (valori concatenati). Il Pil pro capite è a prezzi costanti del 2010, non a parità di potere d’acquisto. Per il calcolo della variazione della popolazione implicita, si utilizza il rapporto tra Pil e Pil pro capite. I salari reali sono i redditi da lavoro per dipendente deflazionati con l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA). I tassi di disoccupazione e di occupazione provengono dalla rilevazione sulle forze di lavoro (RFL).

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