L’immagine ha fatto il giro del mondo in poche ore: un soldato israeliano che, nel sud del Libano, usa una mazza da fabbro per sfondare il volto di una statua di Gesù. C’è voluto altrettanto tempo per passare dal “è un fake” al “sì, è successo davvero”.
Ma la vera notizia non è l’atto in sé. È ciò che rivela, per la prima volta davanti a un pubblico di massa, un fenomeno sistematico che i media occidentali tendono a non raccontare: il rapporto strutturalmente conflittuale tra una parte dell’establishment israeliano (governo, esercito, coloni) e le comunità cristiane della regione.
E c’è un dettaglio che trasforma questa storia da cronaca religiosa a questione economica globale: quella mazza da fabbro, quell’uniforme, quel soldato, li abbiamo pagati noi contribuenti occidentali. Soprattutto gli americani, ma indirettamente anche l’Europa, attraverso il sistema degli aiuti, delle garanzie sui prestiti e del sostegno militare e diplomatico.
Un “incidente isolato” che non è affatto isolato
La reazione immediata dei media filo-israeliani è stata rivelatrice. Non una condanna morale dell’atto, ma un lamento per la comunicazione: “Il problema è che questo video girerà online”, “ne approfitteranno i conti dell’IRGC”. Il soldato non è stato punito per aver distrutto un simbolo cristiano; chi lo ha filmato, sì. Perché il reato, in questa logica, non è l’atto di vandalismo sacrilego, ma averlo reso pubblico.
Peccato che non si tratti di un episodio isolato. Negli ultimi due anni, l’esercito israeliano ha bombardato intenzionalmente chiese a Gaza (compresa la Chiesa della Sacra Famiglia, dove una madre e una figlia furono uccise da un cecchino), ha abbattuto statue cristiane in Libano e ha permesso ai coloni in Cisgiordania di vandalizzare decine di chiese, sputare sui sacerdoti e rubare terre a famiglie cristiane autoctone. Di più, come osservato anche nella stampa americana, il fatto che la distruzione del crocifisso sia avvenuta alla presenza di altri soldati, senza interventi immediati, il che inevitabilmente solleva interrogativi sul sentiment, oltre che sulla disciplina e sulla responsabilità interna alle unità.
Un caso emblematico di ciò che succede è quello di Alice Kisiya, cristiana palestinese con cittadinanza israeliana, intervistata da Tucker Carlson: la sua casa e il suo ristorante sono stati demoliti quattro volte, i coloni le hanno rubato il cane, l’hanno aggredita fisicamente e quando ha chiamato la polizia, è finita in cella lei. Non i coloni. E le chiese evangeliche americane? Invece di difenderla, le hanno offerto un visto per trasferirsi in USA. “Aiutiamo i cristiani a scappare”, non “difendiamo i cristiani dove vivono”.
L’anello economico della catena
Qui entra in gioco l’aspetto economico che è tutt’altro che secondario. Israele riceve dagli Stati Uniti circa 3,8 miliardi di dollari l’anno in aiuti militari, una cifra che è salita a oltre 17 miliardi in pacchetti straordinari dopo il 7 ottobre. Quei soldi finanziano, tra le altre cose, i bulldozer che abbattono case di cristiani a Betlemme, i cecchini che sparano nei cortili delle chiese e le mazze da fabbro che distruggono statue di Gesù.
Ma c’è di più. Il governo israeliano utilizza una parte significativa di queste risorse (indirettamente liberate dagli aiuti USA) per finanziare programmi sociali che sono l’esatto opposto dei valori predicati dai leader cristiani americani: aborto gratuito su richiesta per tutta la popolazione e la più grande parata del Pride della regione, organizzata nel Mar Morto, a due passi da Sodoma e Gomorra, con fondi pubblici. Alla faccia, vien da dire, del sionista cristiano, nonché ambasciatore Usa in Israele Mike Huckabee, anti-abortista senza-se e senza-ma a casa sua.
Il paradosso è sotto gli occhi di tutti, ma nessuno lo dice ad alta voce: i contribuenti cristiani americani (e, per estensione, l’Occidente) finanziano un governo che considera il segno “+” (la croce) talmente offensivo da vietarlo nelle aule di matematica di alcune scuole religiose. Esattamente come faceva l’ISIS nelle sue madrasse. La differenza è che l’ISIS lo faceva apertamente dichiarandosi nemico, mentre qui lo fa un alleato strategico.
Un silenzio che ha un prezzo
La domanda che nessun analista geopolitico occidentale si pone è: quanto ci costa, in termini di stabilità regionale e credibilità morale, questo doppio standard? Perché se un soldato russo distruggesse una sinagoga o una chiesa ortodossa, la condanna occidentale sarebbe immediata e sanzioni economiche seguirebbero. Se un militare israeliano fa lo stesso con una statua di Gesù o una chiesa cattolica, il massimo che otteniamo è “incidente isolato, non giudichiamo tutto l’esercito”.
I cristiani in Medio Oriente sono oggi la minoranza più perseguitata, ma non dai musulmani (con i quali, come racconta Kisiya, spesso convivono pacificamente) quanto piuttosto dai coloni e da frange dell’esercito israeliano. E la loro unica colpa è essere i veri indigeni della regione, quelli che possiedono le terre che i coloni (spesso ucraini o americani) vogliono requisire.
Smotrich, ministro delle finanze israeliano, ha creato un sistema di “scuole agricole” per giovani orfani provenienti da Ucraina e Stati Uniti, dove si insegna l’odio per gli arabi e si addestrano futuri coloni. Un modello identico alle madrasse jihadiste. E tutto questo avviene con il denaro che arriva da Washington.
Cosa cambia per l’Italia e l’Europa
L’Italia non è estranea a questo meccanismo. Anche se i nostri contributi diretti a Israele sono minori, l’Europa finanzia indirettamente l’economia israeliana attraverso accordi di associazione, scambi commerciali preferenziali e acquisti di titoli di Stato israeliani da parte di fondi pensione e banche europee. E la narrativa mainstream continua a ripetere che “Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente e un rifugio sicuro per i cristiani”.
I dati dicono l’esatto contrario. Dal 7 ottobre 2023, oltre 200 famiglie cristiane sono fuggite da Betlemme. La comunità cristiana in Cisgiordania è scesa sotto l’1%. Non a causa di Hamas, ma a causa dell’occupazione, della violenza dei coloni, delle demolizioni e di una politica sistematica di espulsione soft.
Se un giorno l’opinione pubblica cristiana occidentale (e negli USA sono decine di milioni di elettori) dovesse accorgersene, il consenso politico per gli aiuti a Israele crollerebbe da un giorno all’altro. E quella sarebbe una svolta economica e geopolitica epocale, molto più grande di una statua rotta.
Per ora, però, la mazza da fabbro continua a colpire. E a pagarla siamo ancora noi.