Isopensione: quando la pensione anticipata la paga l’azienda

Grazie all’isopensione il lavoratore può smettere di lavorare con 7 anni di anticipo: è l’azienda a farsi carico di ogni costo presentando una fideiussione bancaria all’INPS a titolo di garanzia.

Isopensione: quando la pensione anticipata la paga l'azienda

L’isopensione - detto anche assegno di esodo - è l’incentivo introdotto dalla Legge Fornero - e modificato dall’ultima Legge di Bilancio - con il quale un lavoratore può andare in pensione con 7 anni di anticipo con il contributo dell’azienda in cui è impiegato.

Non si tratta di una vera e propria pensione, ma di una forma di prepensionamento: nel periodo che va dalla cessazione del servizio al raggiungimento della pensione (che come abbiamo appena visto può durare fino a 7 anni), infatti, il dipendente non percepisce la pensione dall’INPS ma un’indennità sostitutiva sempre corrisposta dall’Istituto ma finanziata dall’azienda in cui era impiegato.

Come anticipato, l’isopensione è stata recentemente modificata dalla Legge di Bilancio 2018; questa ne ha incrementato l’arco temporale entro quale richiederla, passato da 4 anni a 7 anni.

Si tratta quindi di uno strumento molto importante per quei lavoratori che vorrebbero andare in pensione in anticipo ma non rispettano i requisiti per la Quota 41 (riservata ai precoci) o per l’Ape Sociale. Allo stesso tempo, però, l’isopensione è anche d’aiuto alle aziende, poiché in caso di difficoltà economica possono snellire l’organico mandando in pensione i dipendenti in esubero piuttosto che licenziarli.

Capire come funziona l’isopensione, quali sono i requisiti per ricorrervi e qual è l’importo percepito dal dipendente è molto importante; ne parleremo di seguito, in un focus dedicato all’argomento nel quale faremo chiarezza anche sui costi che deve sostenere l’azienda.

Isopensione: quando si può richiedere

Per richiedere l’isopensione ci sono delle condizioni da soddisfare sia per l’azienda che per il dipendente.

Nel dettaglio, l’azienda deve avere almeno 15 dipendenti mentre il lavoratore devono maturare i requisiti minimi contributivi e anagrafici per il diritto alla pensione di vecchiaia entro 7 anni.

Quest’ultimo, quindi, deve avere almeno 13 anni di contributi (per la pensione di vecchiaia ne sono necessari 20) e un’età anagrafica pari o superiore a 59 anni e 7 mesi.

A tal proposito ricordiamo che l’età anagrafica necessaria per la pensione di vecchiaia sarà incrementata dal 1° gennaio 2019 per effetto dell’adeguamento con le aspettative di vita e ciò avrà delle conseguenze anche per l’isopensione; questa, infatti, si potrà richiedere una volta compiuti i 60 anni (visto che l’età per la pensione sarà pari a 67 anni). Bisogna considerare poi che d’ora in avanti l’adeguamento scatterà ogni due anni.

Si può richiedere anche nel caso vengano raggiunti entro 7 anni i requisiti per la pensione anticipata, ovvero 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. Dal 2019 entrambi subiranno un incremento di 5 mesi.

Bisogna sottolineare che l’isopensione non è un’esclusiva per i dipendenti: infatti, sono ammessi alla prestazione anche i dirigenti in esubero dopo un processo di riduzione di personale conclusosi con un accordo firmato da un’associazione sindacale per la stipula di un CCNL di categoria.

Come funziona

Prima di richiedere l’isopensione per i dipendenti in esubero, le aziende devono stipulare un accordo con le organizzazioni sindacali dei lavoratori (deve scegliere tra quelle maggiormente rappresentative a livello aziendale); accordo che a sua volta dovrà essere sottoscritto anche dal lavoratore interessato.

Una volta sottoscritto l’accordo l’azienda questo viene depositato all’INPS, il quale valuta i requisiti pensionistici dei dipendenti. Se tutti i requisiti vengono soddisfatti, allora l’INPS invierà una PEC all’azienda allegando un prospetto con l’onere complessivo del programma di esodo.

È infatti l’azienda a farsi carico interamente dell’indennità che l’INPS riconoscerà al lavoratore nel periodo del prepensionamento, versando inoltre i contributi figurativi previsti nei casi di sospensione o interruzione dell’attività lavorativa.

I costi possono essere elevati ed è per questo che a garanzia della solvibilità per i sette anni di incentivo l’azienda deve presentare una fideiussione bancaria; infatti, in caso di mancato pagamento della provvista mensile l’INPS notificherà al datore di lavoro un avviso di pagamento e - qualora fosse necessario - procederà all’escussione della fideiussione.

Importo dell’assegno

A questo punto resta da capire qual è l’importo che il lavoratore andrà a percepire nei 7 anni (o anche meno) che mancano alla pensione.

Come anticipato l’assegno mensile viene corrisposto dall’INPS ma finanziato dal datore di lavoro: questo ha un importo pari alla pensione che spetterebbe in base alle regole vigenti. Per l’importo si fa riferimento alla pensione maturata al momento della cessazione del rapporto di lavoro; non comprende, infatti, i contributi figurativi, i quali saranno versati dal datore di lavoro ma corrisposti solo una volta che il dipendente raggiungerà l’età pensionabile.

Per questo motivo l’indennità percepita solitamente è più bassa sia dell’ultima retribuzione che della pensione.

L’assegno è corrisposto per 13 mensilità ed è soggetto a tassazione ordinaria; non comprende però gli assegni al nucleo familiare.

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