La pensione anticipata pagata dall’azienda è stata prorogata fino al 30 novembre 2026 con scivolo a 7 anni: dopo, si torna a 4. Vediamo a chi conviene, quanto si prende e come fare domanda.
In sintesi
- L’isopensione è uno scivolo che permette di uscire dal lavoro fino a 7 anni prima della pensione di vecchiaia, con assegno mensile a carico dell’azienda.
- La finestra a 7 anni è confermata fino al 30 novembre 2026: dal 1° dicembre 2026 il limite torna a 4 anni.
- Serve un accordo sindacale e l’azienda deve avere almeno 15 dipendenti (oltre 50 in alcuni casi specifici).
- Il lavoratore deve essere a non più di 7 anni dalla pensione di vecchiaia (67 anni nel 2026) o anticipata ordinaria (42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini, 41 e 10 per le donne).
- L’assegno è pari alla pensione maturata al momento dell’uscita: contributi figurativi versati dall’azienda, ma solo l’INPS eroga.
- Dal 2027 cambia anche l’età della vecchiaia: 67 anni e 1 mese dal 1° gennaio 2027, 67 anni e 3 mesi dal 1° gennaio 2028 per l’adeguamento alla speranza di vita.
L’isopensione torna sotto i riflettori in questi mesi e per un motivo molto concreto: stiamo entrando nell’ultimo anno utile per sfruttarla nella sua versione «lunga». L’INPS, con i recenti chiarimenti operativi, ha confermato che lo scivolo a 7 anni resta valido solo per chi esce dal lavoro entro il 30 novembre 2026, con prima decorrenza della prestazione il 1° dicembre 2026. Dopo quella data si torna alla regola originaria, con un anticipo massimo di 4 anni.
Per le aziende che stanno ragionando su piani di esodo e per i lavoratori cinquantenni che hanno carriere lunghe alle spalle, è il momento di fare i conti. Vediamo allora cos’è davvero l’isopensione, chi può chiederla nel 2026, quanto si prende e cosa cambierà dal 2027.
Cos’è l’isopensione e perché se ne riparla nel 2026?
L’isopensione, prevista dall’articolo 4 della Legge Fornero (legge 92/2012, commi da 1 a 7-ter), è una prestazione di accompagnamento alla pensione interamente a carico del datore di lavoro. In pratica: l’azienda con esuberi paga un assegno mensile al dipendente fino a quando questo non matura i requisiti per la pensione vera e propria, e nel frattempo versa anche i contributi figurativi.
La differenza rispetto ad altri scivoli — come il contratto di espansione o la Quota 103 — è che qui non c’è alcun intervento dello Stato: il costo lo sostiene per intero l’impresa, che a garanzia deve presentare all’INPS una fideiussione bancaria.
La proroga dello scivolo a 7 anni, originariamente in scadenza nel 2023, è stata prima estesa al 2024, poi al 2026 dal Decreto Milleproroghe. Da dicembre 2026 in poi, salvo nuovi interventi normativi, lo scivolo torna alla forma «base» da 4 anni.
Chi può richiedere l’isopensione nel 2026?
I requisiti coinvolgono sia l’azienda sia il singolo lavoratore.
Lato impresa, l’isopensione è accessibile alle società con almeno 15 dipendenti che si trovino in situazione di eccedenza di personale. Non è uno strumento «a pioggia»: serve un piano formalizzato di esodo e un accordo con i sindacati maggiormente rappresentativi a livello aziendale, che deve poi essere sottoscritto anche dal singolo lavoratore interessato. L’adesione è volontaria: nessuno può essere costretto a uscire con l’isopensione.
Lato lavoratore, i requisiti sono tre:
- maturare i requisiti per la pensione di vecchiaia o anticipata entro 7 anni dalla cessazione del rapporto;
- avere quindi almeno 60 anni di età (la vecchiaia scatta a 67) e almeno 13 anni di contributi (per la vecchiaia ne servono 20);
- in alternativa, essere a 7 anni dai requisiti della pensione anticipata ordinaria (42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini, 41 e 10 per le donne nel 2026).
Lo strumento è aperto anche ai dirigenti in esubero, dopo un processo di riduzione del personale chiuso con accordo sindacale.
Una nota importante: per chi ha una carriera interamente contributiva (lavoratori entrati nel sistema dopo il 1996), l’INPS sta applicando un controllo più stringente sull’importo della pensione attesa, perché il contributivo puro richiede che l’assegno superi una soglia minima rispetto a quello sociale. È un nodo tecnico che vale la pena verificare in anticipo con il proprio consulente del lavoro o sul cassetto previdenziale INPS prima di firmare un accordo.
Quanto si prende con l’isopensione?
Qui sta una delle parti più delicate. L’importo dell’isopensione è pari alla pensione maturata dal lavoratore al momento della cessazione del rapporto di lavoro. Tradotto: si prende quanto si avrebbe diritto già oggi, senza i contributi degli anni «regalati» dallo scivolo.
I contributi figurativi che l’azienda continua a versare non concorrono al calcolo dell’isopensione: vengono accreditati e fanno aumentare l’assegno solo quando il lavoratore raggiungerà l’età pensionabile vera e propria.
L’assegno è erogato dall’INPS (anticipato dall’azienda tramite la fideiussione) per 13 mensilità, è soggetto a tassazione ordinaria IRPEF e non comprende gli assegni al nucleo familiare. In pratica, è quasi sempre più basso sia dell’ultima retribuzione, sia della pensione finale che si percepirà dai 67 anni in poi.
Per chi sta valutando l’uscita, è importante mettere sul tavolo anche le alternative immediate: in caso di licenziamento collettivo c’è la NASpI 2026, che però copre al massimo 24 mesi e con importi a scalare. L’isopensione, a parità di età, copre più anni e mantiene la continuità contributiva, ma è vincolata all’esistenza di un accordo aziendale.
Come si fa domanda all’INPS?
La procedura segue due binari paralleli, prima azienda e poi lavoratore.
L’azienda deve presentare alla sede INPS competente la domanda con il modulo SC77, allegando:
- il programma annuale di esodo;
- l’elenco dei lavoratori interessati;
- l’accordo sindacale firmato.
L’INPS valuta i requisiti contributivi dei dipendenti, calcola l’onere complessivo del piano di esodo e lo comunica all’azienda via PEC. A questo punto l’impresa deve presentare la fideiussione bancaria a copertura dell’intero importo per tutti gli anni dello scivolo. Solo dopo l’accettazione della fideiussione da parte dell’INPS si possono presentare le domande individuali dei singoli lavoratori.
Se l’azienda smette di pagare le rate, l’INPS le richiede al garante; se l’inadempimento supera i 180 giorni, scatta l’escussione integrale della fideiussione. Per il lavoratore questo è un punto da valutare con attenzione: nel raro caso in cui anche il garante venisse meno, l’INPS interromperebbe sia il pagamento sia il versamento dei contributi figurativi.
Cosa cambia dal 2027 (e perché conviene muoversi ora)?
Dal 1° dicembre 2026 l’isopensione non scompare, ma torna alla sua forma originaria: anticipo massimo di 4 anni, non più 7. È una differenza enorme in termini di costo per l’azienda e di accessibilità per il lavoratore.
In parallelo si muove anche l’età della pensione di vecchiaia: nel 2026 resta ferma a 67 anni con almeno 20 di contributi, ma dal 1° gennaio 2027 scatta il primo adeguamento alla speranza di vita (67 anni e 1 mese), che diventa 67 anni e 3 mesi dal 1° gennaio 2028. Lo abbiamo raccontato in dettaglio nell’analisi sui requisiti pensionistici 2026, che resta il punto di riferimento per chi sta facendo il proprio «calcolo personale».
Tradotto in pratica: chi oggi ha tra i 58 e i 60 anni e lavora in un’azienda con esuberi conclamati ha davanti una finestra di pochi mesi per accedere allo scivolo lungo. È il caso di parlarne con HR, sindacato e patronato adesso, non a settembre 2026, perché tra negoziazione dell’accordo, deposito all’INPS, validazione della fideiussione e prima decorrenza utile passano facilmente diversi mesi.
Sei a un passo dall’isopensione e non sai se ti conviene? Raccontaci la tua situazione nei commenti: stiamo raccogliendo le storie dei lettori per costruire una guida pratica con i casi reali del 2026.
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