Le guerre si vincono con i soldi, soprattutto quelle commerciali: servono risorse economiche e finanziarie consistenti per superare le inevitabili crisi politiche che determinano, soprattutto se sono combattute praticamente contro tutto il resto del mondo.
E’ stata solo avventatezza, dunque, quella americana, oppure si sta dipanando una tattica negoziale che strumentalmente distrugge dalle fondamenta le certezze sui cui sono state costruite per anni le relazioni commerciali e politiche internazionali per definire un nuovo paradigma dei rapporti di forza che sarà sempre favorevole a Washington?
Tornerà l’America Great Again?
Occorre ricostruire le tappe che stanno delineando la strategia statunitense che coniuga l’obiettivo economico del riequilibrio del disavanzo strutturale per merci, non più rinviabile, con la necessità di isolare la Cina che rappresenta il più pericoloso competitor strategico di Washington per via della capacità che ha dimostrato di tessere rapporti internazionali che ne sfidano la supremazia.
Bisogna dunque creare lo spazio negoziale per recidere il groviglio di relazioni economiche e politiche che Pechino ha intessuto in questi anni: i “dazi compensativi” sono una minaccia necessaria, il bastone che viene brandito per obbligare tutti i Paesi a mettersi al tavolo delle trattative con Washington.
La Cina sa quanto sia alta la posta in gioco: le nuove egemonie si costruiscono con pazienza, mentre le vecchie non si rassegnano certo alla decadenza: per questo sta muovendo a sua volta le sue pedine diplomatiche, e non si è affatto “seduta” ad aspettare sulla sponda del fiume della Storia, come vuole un antico proverbio, per aspettare il “cadavere del nemico” che passa.
Vediamo l’iniziativa americana, che è iniziata con una mossa distensiva, volta a mettere al riparo la propria produzione: sono state esonerate da ogni pur minimo dazio esistente tutte le importazioni di materie prime, di minerali non ferrosi e di concimi chimici, al fine di contenere il più possibile la dinamica dei costi e di assicurare la competitività.
L’escalation dei dazi è iniziata il 3 aprile, con la proclamazione del “Giorno della Liberazione” e l’annuncio delle misure compensative nei confronti di tutti i Paesi che hanno un attivo commerciale con gli Usa: una mossa che ha sbigottito tutti per la misura elevatissima dei dazi che avrebbero assicurato il riequilibrio.
Subito dopo, un doppio colpo di scena: da una parte c’è stata la sospensione generalizzata per tre mesi dei “dazi compensativi”, con la sola imposizione della misura minima del 10%; dall’altra, l’elevazione al 145% dei dazi nei confronti della Cina, per ritorsione al dazio del 125% imposto da Pechino, con l’eccezione per i prodotti elettronici cinesi che rappresentano l’import “non immediatamente sostituibile”. Si tratta di una serie di prodotti, come i chip, gli smartphone, gli schermi televisivi, i led e le memorie non volatili, che sono fabbricati in Cina e non altrove nella misura necessaria per soddisfare il fabbisogno americano. Per il resto, escludendo le auto che rappresentano una produzione a sé stante, l’import dalla Cina è rappresentato da “prodotti fungibili”, come i tessili, i casalinghi e gli articoli di ferramenta.
Si cerca di spaccare in due l’economia cinese, penalizzando quella parte che produce “beni immediatamente sostituibili” e facendo solo temporaneamente salva l’industria dell’elettronica: giusto il tempo di diversificare gli acquisti dei primi e la sede di produzione in India.
Non è casuale, dunque, che il Presidente cinese Xi Jinping si sia immediatamente recato in visita ufficiale in Vietnam, in Cambogia ed in Malesia: sono i tre Paesi che potrebbero essere coinvolti dagli Stati Uniti in una trattativa politica volta ad isolare Pechino, proponendo di abbattere i dazi compensativi che sono stati minacciati in cambio di un allentamento dei rapporti con la Cina.
I rapporti tra Cina, Giappone e Corea del Sud si sono già da tempo rinsaldati in vista della escalation dei dazi americani, con una ancora più stretta cooperazione nell’area del Pacifico.
L’America cerca una alternativa alla Cina: per questo, l’obiettivo è quello di coinvolgere un Paese di dimensioni enormi come l’India, che ha le potenzialità per crescere come ha fatto la Cina nell’ultimo quarto di secolo. Non è casuale la visita del Vicepresidente americano JD Vance: ben quattro giorni di incontri per affrontare una serie di temi che hanno sullo sfondo la prospettiva di portare alla misura compensativa del 26% l’attuale dazio americano del 10%. Si va dalla collaborazione nel campo degli armamenti all’insediamento di industrie che rimpiazzino la produzione informatica ora localizzata in Cina: partendo subito con l’ importazione di prodotti a basso valore aggiunto per arrivare alla tecnologia informatica che richiede molto più tempo, questa è la strategia americana volta ad isolare Pechino.
Nei confronti dell’Europa, il quadro delle relazioni con gli Usa è reso enormemente più complesso dalla guerra in Ucraina e quello con la Cina dalla questione delle auto elettriche: mentre Pechino tende la mano per formare un fronte comune contro il “bullismo” di Trump e proporrebbe di far costruire in Europa le auto elettriche dei suoi marchi più importanti, Parigi e Berlino guardano soprattutto ad una indipendenza dall’ombrello militare della Nato.
Questo stallo tra Usa ed Europa è destinato a continuare, soprattutto se la guerra in Ucraina non trova uno sblocco a breve: Bruxelles vede la prospettiva di farsi garante della sicurezza del Vecchio Continente come la sua unica possibilità di consolidamento rispetto alle tentazioni di trovare accordi separati sul piano commerciale, e per questo manovra la leadership di Zelensky nei confronti di Trump.
I tempi sono stretti per concludere trattative politiche e strategiche tanto numerose ed articolate: solo il collasso dei mercati dopo l’annuncio dei “dazi compensativi” avrebbe forzato la mano, ma con costi enormi e conseguenze inimmaginabili per la stabilità finanziaria internazionale.
A breve, si prospetta uno stallo: da una parte, la Cina non molla l’obiettivo di mantenere la leadership e si tiene ben stretti i partner del Pacifico; dall’altra, per uscire vincitori da questa partita, gli Usa devono mettere a segno due accordi di grande rilievo strategico con India e con l’Unione Europea. Ma, se l’India non intende rinunciare alla propria autonomia strategica, l’Unione Europea ora la ricerca con determinazione.
Pechino ha la forza per affrontare una stagione di tensioni interne dovute ai dazi americani, mentre Washington ha la cartucciera drammaticamente vuota: una marcia indietro sui “dazi compensativi” sarebbe una sconfitta politicamente inaccettabile, così come applicarli come promesso sarebbe economicamente insostenibile.
A sua volta, l’Unione europea naviga a pelo dell’acqua, con la Francia da anni in difficoltà col bilancio, la Germania che ormai è affondata dal punto di vista energetico ed industriale, mentre l’Italia cerca di non ritornare nel mirino della speculazione sul debito. La Bce vigila, ma non avrebbe la forza di tenere in piedi un Continente alla deriva, tra la guerra con la Russia in Ucraina e quella commerciale con gli Usa.
Sarà probabilmente una nuova crisi finanziaria, comunque innescata, a ridefinire i nuovi equilibri globali: col dollaro che perde il proprio status di principale moneta di riserva, l’euro che va in pezzi, le criptovalute che imperversano, lo yuan che tenta inutilmente di affermarsi.
Tra il Vecchio ed il Nuovo Ordine Mondiale, c’è di mezzo il Disordine.