L’investimento nel mercato dei capitali cinese è una questione tanto interessante quanto controversa. Sebbene la Cina mostri un’economia in crescita e le aziende quotate presentino P/E allettanti, l’investimento nella borsa cinese può comportare importanti rischi per un investitore poco accorto.
Come investire in Cina
Investire in Cina non è esattamente la stessa cosa che investire nelle borse occidentali. Prima di tutto è opportuno precisare il fatto che in Cina sono presenti tre borse: la borsa di Shanghai, quella di Shenzhen e Hong Kong. Queste rappresentano in termini di capitalizzazione la seconda realtà finanziaria più grande a livello globale, seconda solo a Wall Street. Nonostante le dimensioni del mercato dei capitali, investire in Cina non è affatto facile. Qualora si decida di fare stock picking occorre tenere presente che in Cina esistono più di 5.000 titoli ma solo meno di 800 hanno caratteristiche tecniche tali da poter essere inserite in un benchmark (indice o ETF).
La maggior parte dei titoli cinesi quindi è altamente illiquido e privo di un sistema di trasparenza tale da garantire l’affidabilità del mercato, della società o dello strumento finanziario in questione. Senza considerare il fatto che un investitore estero non ha la possibilità d’investire in tutte le azioni a causa di restrizioni normative.
Guardando agli indici del settore, il più completo è l’MSCI China Index , che rappresenta l’andamento dei mercati di Shanghai, Shenzhen e Hong Kong. L’MSCI China 50 invece esprime l’andamento dei 50 titoli più grandi e liquidi quotati sul mercato cinese. Molti investitori difatti si mostrano prevalentemente interessati all’investimento nel Paese tramite ETF che replicano l’andamento degli indici in questione.
Perché investire in Cina
La Cina sta attraversando una fase economica diversa rispetto a quella che attualmente si trovano costrette ad affrontare le economie occidentali. Il motivo risiede prevalentemente nell’inflazione: sia in Europa che in USA l’inflazione, sebbene in decrescita, è nettamente superiore rispetto l’obiettivo prefissato dalle banche centrali. L’inflazione in Cina invece si mostra contenuta nella soglia del 2%, motivo per il quale i tassi d’interesse cinesi invece che aumentare vengono tagliati.
Dal canto loro, le economie occidentali sembrano sempre più allontanarsi dal concetto di stabilità: la crescita economica europea e statunitense è stata artificialmente fermata e le prospettive per il 2023 sono quelle di una recessione. In Cina invece non si notano cenni di rallentamento: la previsione mediana degli esperti riguardo la crescita economia nel 2023 è tra il 4% e il 5%, cifra inferiore ai livelli pre-pandemici (6%) ma comunque in linea con l’obiettivo ufficiale del governo.
Inoltre, molti gestori si sono spesso mostrati propensi all’investimento in Cina grazie ai vantaggi statistici derivanti dal mantenimento in portafoglio di titoli apparenti ai mercati emergenti, in piccola percentuale. Il motivo è da ricercare nella totale decorrelazione rispetto ai mercati azionari occidentali. Il 2022 però non si è mostrato un anno estremamente rialzista per la borsa cinese: la pandemia da Covid-19 sta arrecando importanti complicazioni sia nei confronti dell’economie estere ma anche direttamente all’economia cinese, molto dipendente dai rapporti commerciali con il resto del mondo.
Il problema principale del 2022 ha riguardato la politica «zero-Covid» di Xi Jinping che bloccava l’attività di molte fabbriche, specialmente nel territorio di Shanghai. Ma ad oggi il governo cinese ha fatto un passo indietro allentando le restrizioni. Sebbene questo abbia causato un importante aumento dei contagi, specie in prossimità del capodanno cinese, gli esperti si mostrano fiduciosi e ottimisti riguardo al futuro. In molti pensano infatti che si tratti solo di una questione di tempo prima che la situazione si stabilizzi e tutto possa tornare a uno stato di regolarità produttiva. In termini fondamentali infine vi è da considerare che la recente retrocessione dei mercati finanziari asiatici ha ridimensionato anche i P/E delle società quotate.
I rischi d’investire in Cina
Sebbene i dati mostrino una situazione tutto sommato stabile, il 2022 ha comportato per la Cina non pochi problemi economici. La fiducia e la spesa dei consumatori sono arretrate a causa dei blocchi dovuti alla politica zero-Covid e alle repressioni governative nel settore tecnologico e immobiliare. La disoccupazione giovanile ha raggiunto il 18% e il malcontento dei cittadini si è manifestato attraverso innumerevoli proteste nelle piazze.
I dati mostrano una riduzione del consumo e un calo della domanda delle esportazioni in Europa e negli Stati Uniti. Uno dei principali timori legati al futuro del Paese resta la pressione del mercato immobiliare: le vendite di appartamenti sono in continua diminuzione e il dato di novembre 2022 segnava un 30% in meno rispetto al 2021. L’investimento in Cina non può inoltre prescindere dalle considerazioni legate al rapporto commerciale con la prima economia al mondo, gli Stati Uniti. L’andamento delle borse cinesi dipende quindi strettamente da rapporti esterni al Paese e un peggioramento dei legami con le economie occidentali potrebbe inficiare direttamente sul prezzo delle azioni. A maggior ragione, nel caso in cui la società cinese oggetto dell’investimento presenti degli interessi in contrasto con gli USA. Allo stesso modo anche le questioni politiche interne al Paese sono una variabile molto difficile da valutare: questo perché le decisioni del governo sono spesso ingiustificate e poco trasparenti. Non sarebbe una novità che il governo decidesse improvvisamente di rendere illegali certi business mettendo in difficoltà interi settori, naturalmente sempre nell’interesse della crescita del Paese.