C’è una crisi in Borsa che si muove silenziosa (e che nessuno vede ancora)

Tommaso Scarpellini

25 Ottobre 2025 - 07:52

Un segnale nascosto scuote il mercato del credito, ma nessuno sembra accorgersene. È solo rumore di fondo o l’inizio di qualcosa di molto più grande?

C’è una crisi in Borsa che si muove silenziosa (e che nessuno vede ancora)

C’è una nuova paura che vaga fra gli analisti globali. Una paura sottile, quasi invisibile a occhio nudo, che però si insinua nei mercati finanziari come una crepa sotto la superficie di un pavimento apparentemente solido.

Tutto è iniziato con qualche notizia passata quasi inosservata, confusa tra le dichiarazioni di Trump sulla guerra commerciale e i soliti rumori di fondo provenienti da Wall Street. Ma dietro quella calma apparente, qualcosa sembra essersi incrinato nel cuore del sistema del credito americano.

A differenza delle crisi rumorose, che arrivano con crolli improvvisi e titoli di giornale, questa si muove silenziosa, invisibile ai radar dei più. Eppure, alcuni segnali, piccoli, ma significativi, stanno iniziando a emergere. E per chi sa dove guardare, la storia comincia a suonare familiare.

L’inizio: un fallimento che sembra insignificante

Tutto è partito da un nome che non dice molto ai più: First Brands and Tricolor.
Un fallimento nel segmento dei crediti auto, uno dei settori più leveraggiati dell’economia americana, dove i finanziamenti si intrecciano a tassi elevati e margini risicati.

All’apparenza, un evento isolato. In realtà, un piccolo terremoto.
Il problema non è tanto l’azienda in sé, quanto il modo in cui i suoi debiti erano stati impacchettati. Negli ultimi anni, molte banche, soprattutto le regional banks USA, hanno aumentato la loro esposizione verso il private credit, un mercato in piena espansione ma privo della trasparenza tipica del credito tradizionale.

Il boom di questo settore è stato favorito da un contesto di tassi bassi, in cui gli investitori, alla ricerca di rendimento, hanno accettato rischi sempre maggiori in cambio di extra yield.

Dal 2015 a oggi, l’esposizione complessiva al private credit è esplosa. E mentre il mercato tradizionale del credito bancario si è mantenuto più prudente, quello privato è diventato la valvola di sfogo di una finanza che non si rassegna ai rendimenti bassi. Quando una società come First Brands fallisce, non è solo un problema per i suoi creditori diretti: i suoi prestiti rappresentano una delle tante tessere di un mosaico molto più ampio.

Il problema è che questi prestiti sono stati concessi a società spesso poco liquide, talvolta con bilanci fragili, e poi impacchettati in CLO (Collateralized Loan Obligations), cioè obbligazioni garantite da prestiti. Un meccanismo che ricorda, in modo inquietante, quello dei CDO pre-2008.

Deflussi e segnali inquietanti

Negli ultimi mesi, diversi loan ETF, fondi negoziati in borsa specializzati in prestiti sindacati e in obbligazioni garantite, hanno registrato deflussi consistenti. E non parliamo di strumenti rischiosi o esotici: anche le tranches AAA dei CLO, teoricamente prive di rischio, hanno cominciato a perdere attrattiva.

Un paradosso apparente: se la parte più sicura del sistema inizia a vacillare, cosa sta realmente succedendo? Forse il mercato sta anticipando un aumento dei tassi di default, o forse teme che la catena di liquidità si stia lentamente inceppando. Le risposte non sono ancora chiare, ma gli indizi sì: il credito privato sta diventando meno sicuro agli occhi di Wall Street, più complesso da valutare e più vulnerabile.

Non è un caso se alcuni analisti hanno cominciato a paragonare la situazione attuale al preludio del 2008. Allora erano i mutui subprime, oggi i prestiti corporate a leva. In entrambi i casi, il denominatore comune è lo stesso: una fiducia eccessiva nella capacità del sistema di autoassicurarsi.

Le connessioni con le borse europee e l’S&P 500

Per ora, la tensione non ha contagiato le borse europee, né ha prodotto turbolenze evidenti sull’S&P 500. Ma questo, paradossalmente, è ciò che preoccupa di più. La tranquillità dei listini può essere ingannevole: il mercato azionario tende a ignorare i segnali finché non diventano impossibili da ignorare. L’aumento delle insolvenze nel credito privato, anche se inizialmente contenuto, potrebbe tradursi in un impatto indiretto sulla liquidità globale? Il rischio non è tanto un crollo immediato, quanto una lenta erosione della fiducia che tiene in piedi il sistema finanziario.

La domanda che nessuno vuole porsi

Cosa succederebbe se i deflussi dai fondi di prestiti continuassero? Cosa accadrebbe se le banche, vedendo deteriorarsi il valore dei loro CLO, iniziassero a ridurre l’erogazione di credito? E se la fiducia nel private credit svanisse di colpo, chi sarebbe il compratore di ultima istanza?
Non c’è una risposta certa. Ma chi ha memoria storica sente un brivido familiare: una crisi che comincia in sordina, nelle pieghe del credito, e si propaga silenziosa fino ai mercati più liquidi. La storia non si ripete mai uguale, ma a volte fa rima.

Calma apparente o preludio a qualcosa di più grande?

Tanti interrogativi, poche certezze. Le uniche risposte arriveranno dai dati, dalle insolvenze, dai flussi di capitale, dai rendimenti delle tranches più sicure. Fino ad allora, il compito di chi osserva è semplice: monitorare, analizzare, non sottovalutare.
Perché le crisi più pericolose non sono quelle che si vedono arrivare, ma quelle che si formano silenziose, proprio quando tutti sono convinti che il peggio sia passato.