Scrolli il feed e lo trovi sempre lì. Camicia aperta, macchina a noleggio sullo sfondo, la stessa frase che rimbalza da un reel all’altro: «Gli ETF sono reddito passivo, ci metti i soldi e non lavori più». Poi il video finisce, il link in bio porta a un corso, e di come funzionino davvero questi strumenti non hai capito niente. Sai solo che dovresti comprarli, in fretta, prima che sia «troppo tardi».
Di ETF non si è mai parlato tanto, e raramente così male. Sono probabilmente lo strumento più utile mai messo in mano al piccolo risparmiatore, e proprio per questo sono diventati l’esca perfetta per chi vende sogni. Questa guida parte dal presupposto opposto: hai 10.000 euro fermi sul conto, l’inflazione se li sta mangiando un po’ ogni anno e vuoi capire prima di muoverli. Senza scorciatoie.
Cos’è un ETF, senza giri di parole
Immagina un cesto della spesa già riempito da qualcun altro. Dentro non ci sono pomodori e pane, ma pezzi di centinaia (a volte migliaia) di aziende quotate. Un ETF è quel cesto, confezionato in un unico titolo che compri e vendi in Borsa come una normale azione, dal tuo home banking, quando vuoi.
La sigla sta per Exchange Traded Fund, in italiano un fondo che si scambia in Borsa. La sua caratteristica principale è che non prova a battere il mercato scegliendo i titoli «giusti», ma si limita a copiarlo. Un ETF sull’indice MSCI World (l’indice che misura le prestazioni azionarie di oltre 1.400 grandi e medie imprese distribuite in 23 Paesi economicamente sviluppati di tutto il mondo) replica l’andamento di circa 1.400 grandi società dei Paesi sviluppati; uno sull’S&P 500 segue le 500 maggiori aziende americane. Niente gestore geniale che indovina il colpo, solo un algoritmo che tiene il cesto allineato all’indice. Ed è questo il motivo per cui costano pochissimo e, sul lungo periodo, battono la stragrande maggioranza dei fondi gestiti «attivamente».
C’è poi una tutela di fondo che vale la pena conoscere subito. Gli ETF che trovi listati in Italia sono quasi tutti in formato UCITS, la normativa europea che regola i fondi pensati per i piccoli risparmiatori che obbliga a diversificare, a essere trasparenti sui costi e a tenere il patrimonio del fondo separato da quello di chi lo gestisce, così che un eventuale dissesto della società non tocchi i tuoi soldi. È il bollino, insomma, che rende questi strumenti adatti anche a chi parte da zero.
Come si guadagna davvero
Ecco il punto che il guru medio non ti spiega, perché «diventare comproprietario di un pezzetto di economia mondiale» vende meno di «reddito passivo».
I motori del guadagno sono due. Il primo è la crescita del valore: se le aziende dentro il cesto nel tempo fatturano di più e valgono di più, il prezzo dell’ETF sale, e la differenza tra quanto hai pagato e quanto vale oggi è il tuo capital gain (che realizzi solo quando vendi). Il secondo sono i dividendi, cioè la quota di utili che le aziende distribuiscono ai soci: siccome tu, tramite l’ETF, sei uno di quei soci, quei dividendi arrivano anche a te.
E qui entra in gioco l’elemento più importante: l’interesse composto. Se scegli un ETF «ad accumulazione», i dividendi non ti vengono versati sul conto, ma vengono reinvestiti in automatico dentro il fondo. Così l’anno dopo generano rendimento anche loro, e quel rendimento a sua volta ne genera altro. È una valanga che parte piccola e diventa enorme, ma solo con il tempo.
In altre parole, quando compri un ETF non compri una rendita garantita, ma una fetta dell’economia globale. Quando quell’economia cresce, guadagni; quando entra in crisi (e può succedere, lo sappiamo bene) il tuo cesto perde valore. Chi ti promette guadagni senza questa seconda frase ti sta mentendo, punto.
Quanto rende?
Storicamente l’azionario globale ha reso, nel lunghissimo periodo, qualcosa nell’ordine del 7-9% medio annuo nominale. Ma, come per ogni numero, la cifra va contestualizzata. Anzitutto, è una media su decenni, non una garanzia annuale. Ci sono stati anni di salite del 25% e anni di crolli a -35%. Negli ultimi cinque anni un ETF sull’S&P 500 ha reso attorno al 12% l’anno, ma è stata una fase di Borse eccezionalmente generose, non una normalità su cui fare affidamento. Consideriamo anche che quel rendimento lo incassa chi resta investito nei momenti brutti, perché il vero nemico non è il crollo, quanto l’istinto di vendere durante il crollo.
Ecco perché l’orizzonte temporale conta più della scelta dell’ETF perfetto. Se quei 10.000 euro ti servono tra un anno per la caparra di casa, l’azionario non è il posto giusto. Se puoi lasciarli lavorare cinque, dieci, quindici anni, il tempo diventa il tuo miglior alleato.
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I costi, il dettaglio che ti fa risparmiare migliaia di euro
Un ETF ha una commissione annua di gestione, il TER (Total Expense Ratio), già scalata dal valore del fondo. Tradotto in soldi veri sui tuoi ipotetici 10.000 euro investiti: un TER dello 0,07% significa circa 7 euro l’anno; uno dello 0,20%, circa 20 euro, bruscolini rispetto ai 2-3% che si portano via molti fondi bancari.
Poi c’è un risparmio di cui non troverai traccia sull’estratto conto ma che lavora per te ogni volta che le aziende in portafoglio staccano un dividendo. Quando una società americana paga un dividendo a un investitore estero, il fisco statunitense trattiene alla fonte il 30%. La gran parte degli ETF europei, però, è domiciliata in Irlanda, e tra Irlanda e Stati Uniti esiste un accordo che abbassa quella ritenuta al 15%, con la metà dell’imposta risparmiata. Quei soldi non escono dal fondo, si reinvestono e negli anni compongono insieme al resto. Attenzione a non confonderlo con la tassazione italiana (il 26% su plusvalenze e proventi) che è tutt’altra cosa e scatta quando vendi.
Da dove partire con 10.000 euro?
Chiariamolo subito: quello che segue non è un consiglio personalizzato né una sollecitazione a investire, ma una mappa delle mete che chi comincia usa più spesso. La scelta giusta dipende dai tuoi obiettivi e, nel dubbio, un consulente indipendente vale i suoi soldi.
Il primo “mattone” è l’azionario mondiale, il più diversificato in assoluto. Un ETF sull’indice FTSE All-World (il più noto è il Vanguard VWCE) mette nel cesto circa 3.700 aziende di Paesi sviluppati ed emergenti, con un TER oggi sceso allo 0,14%. Chi preferisce restare solo sui mercati sviluppati guarda invece all’MSCI World (l’iShares SWDA/IWDA, TER 0,20%, circa 1.400 società).
Il secondo, per chi vuole una scommessa più concentrata sugli Stati Uniti, è un ETF sull’S&P 500 (come iShares CSPX o Vanguard VUAA, entrambi con TER 0,07%). Più esposto a un solo mercato, quindi più remunerativo negli anni d’oro e più doloroso nelle correzioni. Nota che, rappresentando gli USA circa il 60-70% degli indici mondiali, tra un ETF globale e uno sull’S&P 500 c’è meno differenza di quanto sembri.
Una volta selezionato l’ETF, resta da capire se entrare con tutti i 10.000 euro in una volta o spalmarli mese dopo mese. Statisticamente, investire subito tende a rendere di più, perché il mercato sale più spesso di quanto scenda, ma l’investimento periodico e costante ti abitua alla volatilità, ti fa comprare di più quando i prezzi calano e ti impedisce di entrare tutto d’un colpo nel giorno che precede una brutta settimana. Per chi parte e non ha ancora lo stomaco allenato, potrebbe essere una scelta di sopravvivenza psicologica.
Contenuto a scopo informativo, non costituisce consulenza né sollecitazione all’investimento.
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