Innalzare quattro grandi città al livello di zone speciali destinate alle attività finanziarie, creando così aree nei quali attirare investimenti stranieri e start-up estere, e offrendo ambienti all’avanguardia e procedure amministrative semplificate. È questa l’ultima mossa che sta attuando il Giappone per scuotere la sua economia, gravata dall’ormai cronico crollo verticale dello yen e, più in generale, da un contesto politico complicato.
Andiamo con ordine, partendo dai quattro nuovi special hub delineati dal governo nipponico: Osaka, Fukuoka, Sapporo e ovviamente la capitale, Tokyo. Il prossimo 31 maggio gli alti funzionari delle citate città avranno un incontro con il primo ministro Fumio Kishida durante il quale le parti discuteranno in merito alle nuove “zone speciali per le attività finanziarie e di gestione patrimoniale”.
All’inizio di giugno, ha aggiunto Nikkei Asian Review, il governo nipponico deciderà i dettagli delle zone e le misure di sostegno. Ad ora sono emerse poche indiscrezioni, se non che le aree designate consentiranno di completare le procedure amministrative esclusivamente in inglese, oltre a semplificare alcune «procedure di richiesta dei visti» da parte degli investitori stranieri.
La creazione delle zone speciali è stata inclusa in un piano, definito dall’esecutivo Kishida alla fine del 2023, per trasformare il Giappone in una “nazione di gestione degli asset” attraverso la deregolamentazione, al fine di attrarre istituzioni finanziarie e investimenti stranieri. Tokyo, Osaka e Fukuoka sono già state designate come zone speciali strategiche nazionali, mentre Sapporo dovrebbe presto aggiungersi a questa categoria.
Il piano di Kishida
Le quattro città - e le loro rispettive prefetture - proporranno al governo un elenco di misure di sostegno per attirare istituzioni finanziarie straniere, start-up, investitori e player dei settori economici più rilevanti. È proprio questo, in sostanza, l’obiettivo del governo Kishida: creare arene-calamita in grado di sedurre gli investimenti da oltre confine, nonché attori desiderosi di insediarsi sul territorio nipponico.
Lo stesso Kishida, apparso qualche giorno fa ad una conferenza tenuta dalla banca di Wall Street Morgan Stanley, ha lasciato intendere che il suo Paese si sta sforzando per liberarsi di un’immagine a lungo diffusa di scarsa accoglienza nei confronti degli investitori stranieri. Per la prima volta da decenni, non a caso, la quarta economia mondiale inizia ad essere vista come un mercato sempre più interessante per gli investitori globali.
Il Giappone, ha evidenziato il Japan Times, sta uscendo da anni di deflazione e i suoi passi in avanti per migliorare gli utili e la governance delle aziende stanno dando i loro frutti. La media delle azioni Nikkei di riferimento ha toccato quest’anno i massimi storici - un’impresa un tempo impensabile - e da allora ha continuato a salire.
Data la contrazione demografica del Paese, inoltre il governo è impegnato a capitalizzare l’ondata di interesse e trasformarsi in un hub globale per l’industria del risparmio gestito. “Questa amministrazione è impegnata a portare avanti la riforma del mercato finanziario e dei capitali. Stiamo facendo della promozione della gestione patrimoniale uno dei nostri pilastri fondamentali”, ha dichiarato Kishida.
Gli obiettivi economici e finanziari del Giappone
L’attrazione di gestori patrimoniali stranieri è considerata cruciale per spostare i circa 13.000 miliardi di dollari di attività finanziarie delle famiglie - molte delle quali sono bloccate in contanti e inattive nei conti bancari - in investimenti più produttivi. A tal fine, il governo Kishida intende istituire le richiamate zone commerciali speciali per le società di gestione patrimoniale, in modo da facilitarne l’insediamento in Giappone e la conduzione degli affari in lingua inglese.
Nel frattempo, le importazioni giapponesi sono rimbalzate ad aprile grazie alla debolezza dello yen che ne ha aumentato il valore, spingendo la bilancia commerciale del Paese in deficit ed evidenziando il crescente onere economico derivante dal crollo della valuta. Scendendo nei dettagli, le importazioni sono aumentate dell’8,3% rispetto a un anno fa, ha riferito il ministero delle Finanze. La bilancia commerciale ha registrato un deficit di 462,5 miliardi di yen (3 miliardi di dollari), rispetto a un avanzo di 387 miliardi di yen.
A proposito di deficit, in questo caso stiamo parlando di un fattore negativo per il prodotto interno lordo, che riflette la crescente sofferenza economica associata alla moneta giapponese. Se, dunque, da un lato la debolezza dello yen ha contribuito a incrementare i guadagni di esportatori come Toyota, dall’altro ha fatto lievitare i costi delle importazioni di qualsiasi cosa, dal carburante agli alimenti, fino alle materie prime necessarie per la produzione. Saranno insomma mesi di fuoco per Kishida, impegnato a far uscire Tokyo dalle sabbie mobili, a gestire la sua figura politica e giocare la nuova partita finanziaria.