Il futuro del Giappone è di nuovo tutto da scrivere. Le dimissioni del premier Shigeru Ishiba hanno riportato il Paese nel limbo dell’incertezza politica in un momento storico a dir poco delicato.
Con l’economia stagnante, l’incognita sempre viva dei dazi di Donald Trump, l’aumento del costo di numerosi beni di prima necessità e dell’energia, e la risorsa del turismo trasformatasi in piaga infernale, a Tokyo sarebbe servito, ora più che mai, un governo forte in grado di guidare la nave fuori dalla tempesta. Al contrario, il transatlantico nipponico dovrà proseguire ancora una volta con il pilota automatico facendo ben attenzione a evitare iceberg e scogli.
Tuttavia, in attesa di capire chi sarà l’erede di Ishiba, ci sono due tendenze socio-economiche interessanti da evidenziare. La prima chiama in causa il legame economico con gli Stati Uniti: al netto delle tariffe e del complicato rapporto con Trump, il Giappone accoglierà presto ingenti investimenti provenienti da oltre Oceano; soldi che dovrebbero servire a costruire progetti più o meno strategici.
Il secondo trend coinvolge indirettamente la Cina: un crescente numero di cittadini cinesi sta infatti decidendo di trasferirsi all’ombra del Monte Fuji. A lungo andare i nuovi arrivati plasmeranno sempre di più il destino demografico, sociale e forse anche politico di una nazione in cerca di identità.
Investimenti Usa in Giappone
Secondo quanto riportato dal Financial Times, il Giappone avrebbe accettato di lasciare a Donald Trump carta bianca su dove far confluire 550 miliardi di dollari di investimenti governativi statunitensi nell’ambito di un accordo per evitare tariffe elevate. Il promemoria concederebbe anche a Tokyo solo 45 giorni per finanziare i progetti stanziati dal presidente Usa, pena la reimposizione dei suoi elevati dazi.
Le insolite condizioni concordate tra Trump e la quarta economia mondiale sottolineano gli sforzi straordinari a cui i partner commerciali di Washington sono disposti a ricorrere per ottenere l’esenzione tariffaria. Il Giappone, uno degli alleati più stretti di Washington, si è trovato ad affrontare una tariffa sulle sue esportazioni verso gli Stati Uniti del 25%.
Il nuovo accordo la riduce al 15%. Nel caso nipponico gli Usa trarrebbero grandi benefici dai profitti derivanti dagli investimenti del Giappone per un valore di 550 miliardi di dollari. I Paesi si divideranno equamente il flusso di cassa generato finché l’investimento giapponese non sarà ripagato; a quel punto gli Stati Uniti riceveranno il 90% dei proventi.
Cittadini cinesi in aumento
Il Giappone è poi attraversato da un crescente numero di cittadini cinesi che scelgono di vivere nel Paese. Si chiamano Run-ri e, come spiega il FT, si tratta del nome dell’etichetta data all’ondata di cinesi della classe media che si sono trasferiti a Tokyo e dintorni (per inseguire uno stile di vita che considerano impossibile in patria).
Alcuni Run-ri desiderano la residenza permanente in Giappone ma la possibilità di tornare in Cina per lavoro. Molti arrivano però senza alcuna intenzione di rientrare in patria. In Giappone soltanto 3,5 milioni di persone, ovvero poco meno del 3% della popolazione, non è di origine nipponica. Il numero di residenti stranieri è aumentato in media di circa 1.000 unità al giorno nel corso del 2024, il 10% dei quali cinesi.
I Run-ri tendono ad avere alcune cose in comune: una relativa ricchezza, un’ossessione per l’istruzione, la fiducia nel mercato immobiliare di Tokyo. La popolazione cinese residente in Giappone era di circa 200.000 persone nel 1995. È aumentata nei primi anni 2000, attestandosi a circa 700.000 tra il 2010 e il 2021. Da allora, tuttavia, i numeri sono aumentati vertiginosamente. Impossibile ignorare gli effetti economici e politici di un simile flusso demografico sempre più evidente.