Informare o intrattenere? Il dilemma che sta cambiando il giornalismo

Salvatore Casolaro

03/01/2026

Perché anche le grandi testate generaliste puntano su spettacolo e personaggi famosi

Informare o intrattenere? Il dilemma che sta cambiando il giornalismo

“Troppi dati, inizia direttamente con un’intervista, un esempio concreto, qualcosa che catturi l’attenzione del lettore”. Il primo insegnamento che ho avuto e praticato in un corso di giornalismo, seguito non molti anni fa, si basò su questo principio essenziale.

Nel giornalismo contemporaneo il termine infotainment indica la progressiva fusione tra informazione e intrattenimento, un linguaggio ibrido in cui la notizia non è più solo trasmissione di fatti, ma racconto, emozione, identificazione. Nato per rendere i contenuti più accessibili e competitivi nell’economia dell’attenzione, l’infotainment sposta il baricentro dall’evento al personaggio, dal dato all’esperienza personale. In questo contesto, l’intervista a volti noti dello spettacolo, dello sport o della cultura pop diventa uno strumento narrativo potente: catalizza clic, fidelizza il lettore e umanizza temi anche lontani dall’attualità stretta.

C’è stato un tempo in cui la distinzione era netta: da una parte i quotidiani, dall’altra la televisione. I primi chiamati a informare, contestualizzare, verificare; la seconda a intrattenere, semplificare, personalizzare. Oggi quella linea è diventata sempre più sottile, fino quasi a scomparire. Anche le maggiori testate giornalistiche online, comprese quelle con una lunga tradizione di autorevolezza, stanno progressivamente assumendo le forme ed i linguaggi dei salotti televisivi, amplificando interviste, dichiarazioni e confessioni di personaggi dello spettacolo, influencer, celebrity e protagonisti della cultura pop. La homepage si popola di titoli su attori, cantanti, conduttori, sportivi, spesso costruiti intorno a una frase emotiva, a una polemica, a un dettaglio personale. La notizia, più che informare, deve catturare, trattenere, generare clic.

Dall’intervista al “contenuto performativo”

Il passaggio chiave non è tanto la presenza di personaggi dello spettacolo – che ha sempre fatto parte dell’offerta informativa – quanto il modo in cui vengono raccontati. L’intervista non è più uno strumento di approfondimento, ma un contenuto performativo. Conta meno ciò che viene detto e più l’effetto che produce: indignazione, empatia, identificazione, sorpresa.
Il lessico è quello televisivo: “si confessa”, “si sfoga”, “racconta il suo dolore”, “dice la sua”. Le domande spariscono dal testo, resta solo la risposta, isolata e decontestualizzata, pronta per diventare titolo. Il personaggio non è chiamato a spiegare, ma a rappresentare sé stesso. Il quotidiano diventa così una cassa di risonanza di narrazioni personali, spesso scollegate da un reale interesse pubblico.
La trasformazione non nasce da una deriva culturale astratta, ma da una precisa pressione economica e tecnologica. I quotidiani online competono in un ecosistema dominato da piattaforme social, algoritmi e metriche di engagement. Il valore non è più dato solo dalla qualità dell’informazione, ma dalla capacità di intercettare attenzione in tempo reale. Le interviste a personaggi noti funzionano perché sono facilmente condivisibili; non richiedono competenze specifiche al lettore; generano reazioni emotive rapide; alimentano discussioni e commenti. In termini di traffico, spesso rendono più di un’inchiesta o di un’analisi complessa. In termini di costi, sono meno onerose: niente mesi di lavoro, niente documenti da analizzare, niente rischi legali elevati. Una frase virale vale più di mille parole ben argomentate.

La crisi del settore

Questa evoluzione è anche causata dalla crisi delle vendite dei quotidiani italiani che anche nel corso del 2025 ha continuato a manifestarsi con caratteristiche ormai strutturali. I dati AGCOM relativi ai primi tre trimestri dell’anno mostrano un ulteriore arretramento delle copie complessivamente vendute, con una flessione superiore al 7% su base annua (cartaceo più digitale). Nei primi sei mesi dell’anno le vendite totali si sono attestate intorno ai 220 milioni di copie, equivalenti a poco più di 1,4 milioni di copie medie giornaliere, un livello lontanissimo da quello di appena quattro anni prima. Il calo colpisce tutte le categorie, ma risulta più marcato per i quotidiani locali e per quelli economici, mentre le grandi testate nazionali mostrano una tenuta solo relativa. Anche il digitale, spesso indicato come la via d’uscita, non cresce più: perde meno della carta, ma non compensa la contrazione complessiva. Il quadro che emerge è quello di un settore che continua a ridursi in termini di diffusione reale, mentre tenta di preservare attenzione e rilevanza spostando sempre più il baricentro sui contenuti ad alta visibilità e sull’infotainment, in un contesto in cui il numero dei lettori paganti resta sotto pressione. Le copie complessivamente vendute in formato cartaceo, pari a 186,6 milioni (1,2 milioni di copie giornaliere), si sono ridotte su base annua del 7,8% (risultavano 202,4 milioni nei primi sei mesi del 2024) e del 31,5% rispetto al primo semestre del 2021 quando ne venivano vendute complessivamente 272,4 milioni (con una media giornaliera di circa 2 milioni di copie).
Dinamica simile, sebbene più contenuta, si può constatare con riferimento ai quotidiani venduti in formato digitale (una copia digitale corrisponde, di fatto, a un abbonamento attivo che dà accesso al quotidiano in formato digitale.) che registrano una contrazione in termini di copie complessive tra il primo semestre del 2025 e quello dell’anno precedente di 2,9% e del 16,6%, considerando un orizzonte temporale di 5 anni (primi sei mesi del 2021).

I contributi statali

In Italia il sistema dei contributi statali all’editoria nasce con un obiettivo preciso: garantire il pluralismo informativo in un mercato strutturalmente fragile. Il sistema attuale si basa principalmente sul Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione, istituito nel 2016 e rifinanziato ogni anno con la legge di Bilancio. Il Fondo è gestito dal Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria (DIE) della Presidenza del Consiglio. Le risorse complessive degli ultimi anni hanno oscillato tra i 100 e i 150 milioni di euro, destinati non solo ai quotidiani ma anche a periodici, agenzie di stampa, radio e TV locali. Si articolano su più livelli. Da un lato ci sono i contributi diretti, erogati in base a criteri stringenti (numero di giornalisti assunti, diffusione certificata, continuità delle pubblicazioni). Dall’altro lato esistono contributi indiretti, oggi più rilevanti dei primi, come il credito d’imposta sulla carta, le agevolazioni fiscali, gli sconti postali per la distribuzione, i fondi per l’innovazione digitale e il sostegno alla transizione online. Negli ultimi anni il legislatore ha progressivamente ridotto i contributi “a pioggia”, legandoli sempre di più a parametri occupazionali e industriali, nel tentativo di evitare rendite di posizione. Il confronto europeo aiuta a capire la specificità italiana: rispetto alla Francia, dove lo Stato considera la stampa un bene culturale strategico e la sostiene con interventi massicci e strutturali anche a favore dei grandi quotidiani commerciali, l’Italia adotta un approccio più selettivo e difensivo, mirato a evitare la scomparsa delle testate più deboli. Al contrario, il Regno Unito rappresenta il modello opposto: nessun sistema di sussidi diretti, forte esposizione al mercato e centralità del servizio pubblico radiotelevisivo come presidio informativo. L’Italia resta quindi in una posizione intermedia, in cui i contributi non compensano la crisi del settore ma ne attenuano gli effetti, sostenendo la sopravvivenza di un ecosistema informativo che, senza intervento pubblico, rischierebbe una drastica riduzione della pluralità delle voci.

Cosa succede negli altri paesi

Anche negli altri paesi il fenomeno dell’infotainment nei quotidiani generalisti esiste, ma si manifesta in modo meno diffuso rispetto all’Italia, soprattutto grazie ad un’architettura editoriale più strutturata e alla presenza di una stampa popolare chiaramente identificata. Nei sistemi anglosassoni e in parte in quello francese, l’infotainment viene in larga misura canalizzato in spazi riconoscibili: supplementi, sezioni lifestyle, inserti del weekend, pagine magazine o rubriche dedicate, che non interferiscono in modo sistematico con la gerarchia delle notizie principali. Questo consente ai quotidiani generalisti di preservare una distinzione più netta tra informazione e intrattenimento, anche nelle edizioni online, dove la contaminazione è inevitabile ma meno disordinata.
Un ruolo decisivo è svolto inoltre dall’esistenza di una stampa popolare autonoma, che assorbe la domanda di contenuti emotivi, narrativi e legati a spettacolo, sport e celebrity. Nel Regno Unito, ad esempio, i tabloid svolgono una funzione di “valvola di sfogo” dell’infotainment, riducendo la pressione sui quotidiani generalisti; negli Stati Uniti, pur in assenza di tabloid quotidiani nello stesso senso europeo, il mercato distingue chiaramente tra news outlet, entertainment media e prodotti magazine. In Francia, infine, la separazione tra quotidiani di informazione e settimanali o media più orientati al racconto personale contribuisce a contenere la deriva generalista.
In Italia, al contrario, l’assenza storica di una stampa popolare forte e strutturata ha spinto i grandi quotidiani generalisti a incorporare al loro interno funzioni che altrove sono esterne al giornale “di riferimento”. Il risultato è una presenza dell’infotainment più diffusa, meno delimitata e più visibile nelle home page, dove interviste personali e contenuti a forte carica emotiva competono direttamente con notizie politiche, economiche o internazionali.

Cosa succede nel settore economico

Anche le testate economico-finanziarie, che tradizionalmente parlavano a un pubblico di addetti ai lavori, hanno progressivamente allargato il perimetro narrativo, includendo storie personali, percorsi di vita, interviste “motivazionali” e racconti di successo legati a figure note. Nelle testate economiche l’infotainment non passa dal gossip puro, ma da una personalizzazione spinta dell’economia, che trasforma temi complessi in storie, volti e confessioni. Ed è qui la vera differenza: non nel formato, ma nella funzione. Quando l’intervista confessionale serve a spiegare il mondo economico, arricchisce l’informazione: rende la finanza accessibile; aumenta il tempo di lettura; riduce la complessità senza eliminarla del tutto. Il rischio è comunque lo stesso dei quotidiani generalisti: l’economia smette di essere analisi strutturale e diventa racconto individuale.

Informare resta una responsabilità

Nel passaggio dal cartaceo al digitale, molti quotidiani hanno perso certezze, modelli di business, riferimenti. Ma una cosa resta invariata: informare non è intrattenere, anche se può essere coinvolgente. Quando questa differenza si perde, non cambia solo il prodotto editoriale. Cambia il rapporto tra informazione e cittadini.
Se i quotidiani online diventano salotti televisivi, il rischio non è solo una questione di stile. È una questione di funzione democratica. In un mondo già saturo di voci, opinioni e narrazioni personali, l’informazione dovrebbe aiutare a distinguere, non a confondere. E forse è proprio questa, oggi, la sfida più difficile per il giornalismo digitale.