In trent’anni di Concertazione, gli unici ad essere suonati sono stati i salari

Guido Salerno Aletta

16/02/2024

La competitività si fonda sul controllo dei costi aziendali, e dunque sulla moderazione salariale: si batte la concorrenza perché si pratica un prezzo più basso.

In trent’anni di Concertazione, gli unici ad essere suonati sono stati i salari

Tanta grancassa per nulla, e per troppo tempo, ha afflitto non solo le orecchie degli Italiani, ma il loro tenore di vita.

D’altra parte, non poteva essere diversamente, visto che era tutto sbagliato in partenza, fin dall’Accordo firmato il 23 luglio del 1993 tra il Governo e le Parti sociali: non tanto perché rimasticava il modello corporativo, ma perché nasceva già vecchio come impostazione, tutto incentrata sulla “politica dei redditi”, un tema caro al riformismo socialista degli anni Settanta e sulla Programmazione economica attraverso la spesa pubblica. Insomma, nonostante la Scala mobile salariale fosse già stata abrogata da un quindicennio, il sistema delle relazioni industriali era rimasto inchiavardato sul tema della moderazione salariale e della flessibilità del mercato del lavoro.

Si perseguiva così quell’approccio che si è rivelato micidiale per lo sviluppo economico dell’Italia: l’obiettivo era solo quello assai modesto e sparagnino della competitività delle imprese, e non l’aumento della produttività. Pagare poco e libertà di licenziare.
La competitività si fonda sul controllo dei costi aziendali, e dunque sulla moderazione salariale: si batte la concorrenza perché si pratica un prezzo più basso.

La produttività, ben diversamente, comporta la realizzazione di beni e servizi di migliore qualità, innovativi, che puntano a segmenti più alti del mercato che paga prezzi più elevati e garantisce maggiori profitti.
Sui prodotti vecchi, il margine aziendale si fa tagliando il costo del lavoro: pagando salari da fame.
Sui prodotti nuovi, il margine aziendale è trainato dagli investimenti di prodotto e di processo che richiedono manodopera sempre più qualificata ed aggiornata, che deve essere adeguatamente remunerata.

C’era un altro, ed ancor più grave errore, in questo caso prospettico: nello stesso momento in cui era entrato in vigore il Trattato di Maastricht che imponeva limiti ferrei al disavanzo di bilancio e la riduzione del debito, l’Accordo considerava invece come elementi trainanti per la crescita gli investimenti pubblici. Che, naturalmente, non ci sono stati.

Se oggi ci si lamenta dell’impoverimento generalizzato, se ci si duole del fatto che tanti giovani laureati scappino all’estero attratti da più alti stipendi, se ci sorprende per il cosiddetto inverno demografico che contrasta con la tendenza al riscaldamento globale, se ci si preoccupa del fatto che troppi pochi giovani non possono mantenere una popolazione sempre più anziana, una ragione c’è ed ha tanti bei nomi: “politica dei redditi”, “moderazione salariale”, “competitività”.
Servivano gli investimenti nelle imprese ed invece abbiamo premiato le rendite di ogni genere: trenta anni persi a ripetere la stessa litania.

Anche in questo nuovo anno, la situazione economica europea si prospetta sempre meno rosea, volgendo verso stagnazione se non alla recessione, mentre anche per merito delle politiche monetarie restrittive l’inflazione tende a ridursi ad una velocità maggiore rispetto a quella con cui era cresciuta.

Il vero problema, oggi, è che di soldi in giro ce ne sono pochi, troppo pochi: le famiglie non hanno soldi da spendere, e forse è arrivato il momento di aumentare i salari e gli stipendi.

Solo il nuovo Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta lo ha detto con assoluta chiarezza, parlando al Forex: “Oggi la probabilità che un ipotetico rafforzamento della dinamica salariale dia il via a una tardiva rincorsa salari-prezzi è pertanto esigua. Per di più, con pressioni inflazionistiche che volgono al ribasso e profitti delle imprese elevati, un qualche recupero del potere d’acquisto dei salari, dopo le perdite subite, è fisiologico e potrà sostenere i consumi e la ripresa”.

Se il tabù dell’aumento delle retribuzioni è stato finalmente abbattuto, per riprendere la crescita la strada è ancora davvero lunga.
Ma i trent’anni persi appresso alle parole d’ordine della Concertazione, non ce li darà indietro nessuno.