Tempo fa qualcuno li definì “bamboccioni”, per sottolineare negativamente l’incapacità di molti ragazzi italiani nel raggiungere l’indipendenza economica.
Ma oggi, a quasi vent’anni dalle polemiche sollevate per l’uso di quel termine, tra precarietà, disagio abitativo e questioni culturali, in Italia la situazione non è molto cambiata e l’età media in cui si lascia la casa dei propri genitori continua a essere decisamente più alta rispetto a quella rilevata nel resto d’Europa. Come per numerose altre statistiche, il Continente risulta di fatto spaccato a metà: nei paesi del Nord si lascia la casa di origine a pochi anni dal completamento delle scuole superiori, mentre nell’Europa del Sud è frequente farlo solo dopo aver superato i trent’anni.
Cosa dicono i dati
Secondo Eurostat, nel 2024 i giovani dei paesi Ue hanno lasciato la casa dei propri genitori in media a 26,2 anni, età in leggera diminuzione rispetto al 2023 (26,3 anni), ma soprattutto in calo al confronto con vent’anni prima: nel 2004 in Europa si lasciava il tetto dei genitori in media a 26,7 anni. I più precoci a rendersi indipendenti sono i ragazzi finlandesi, ad appena 21,4 anni, seguiti dai danesi a 21,7 e dagli svedesi a 21,9. In Francia si va a vivere per conto proprio in media a 23,5 anni e in Germania a 23,9, mentre per il nostro Paese questo rito di passaggio avviene decisamente più verso la trentina.
Lo scorso anno i ragazzi italiani hanno infatti lasciato la casa dei propri genitori in media a 30,1 anni, un’età simile a quella dei giovani in Spagna (30) e più bassa in Ue solamente al confronto con Croazia (31,3 anni), Slovacchia (30,9) e Grecia (30,7). È anche da sottolineare il fatto che, a differenza di quanto rilevato a livello Ue, in Italia l’età media che si ha quando si lascia casa è leggermente cresciuta negli ultimi vent’anni: era di 29,5 anni nel 2004. Secondo il Rapporto Annuale Istat 2025, il percorso di transizione alla vita adulta è pieno di ostacoli, tra instabilità lavorativa, difficoltà abitativa e incertezza economica: tutti fattori che contribuiscono anche al calo della natalità. La tendenza a prolungare la permanenza nella famiglia di origine si è consolidata negli anni, in particolare dopo la crisi del 2008-2012 e più di recente con la pandemia.
Il ruolo del lavoro
Emerge una chiara correlazione tra lavoro e indipendenza. Nelle regioni con un’alta concentrazione di giovani che vivono a casa dei genitori c’è anche un tasso di disoccupazione particolarmente elevato per gli under 34. Eppure, la disoccupazione, inclusa quella giovanile, di recente in Italia risulta in netto calo. Quest’estate il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) si è attestato al 18,7%, ossia a uno dei livelli più bassi mai registrati nelle serie storiche Istat (dal 2004 in avanti). Tuttavia, gran parte dei contratti di lavoro in questa fascia d’età è a tempo determinato e i salari, generalmente bassi e non in linea con il crescente costo della vita, non consentono di pianificare progetti a lungo termine.
Eppure, la voglia di indipendenza non manca. Secondo il rapporto “Giovani 2024: Bilancio di una generazione”, lasciare la casa dei genitori è in realtà un’aspirazione molto diffusa tra i ragazzi italiani, a patto di essere nella condizione di avere una posizione lavorativa stabile. Nel 2024 oltre due terzi degli uomini tra i 18 e i 34 anni (67,7%) hanno vissuto con i genitori, contro il 58,7% delle donne.