In Italia il costo del lavoro cresce molto poco. Ecco perché

Alberto De Pasquale

21/11/2024

In dieci anni la spesa sostenuta dai datori per stipendi e contributi dei dipendenti è aumentata solo del 7%, mentre in Germania del 35%.

In Italia il costo del lavoro cresce molto poco. Ecco perché

In Italia pagare un dipendente è molto più conveniente di quanto si pensi e anche nel 2024 i costi sostenuti dai datori di lavoro sono cresciuti meno rispetto alle principali economie dell’Unione Europea (nelle quali risultavano già prima ben più elevati).

Da una parte ci sono le imprese, secondo cui nel nostro Paese il costo del lavoro è troppo alto e rappresenta quindi un fattore che frena le nuove assunzioni e rende più appetibile delocalizzare, approfittando di forza lavoro più economica all’estero. Dall’altra sindacati e lavoratori lamentano retribuzioni troppo basse.

Come stanno le cose? A ben vedere i dati Eurostat, in Italia il costo del lavoro è leggermente inferiore rispetto alla media Ue ed è anche meno incline alla crescita.

Nel 2023 il costo del lavoro in Italia è stato mediamente di 29,8 euro all’ora. Consiste quindi in quanto, ogni sessanta minuti, i datori di lavoro devono pagare per ricevere in cambio le prestazioni lavorative dei propri dipendenti. Nel caso specifico italiano, 21,5 euro rappresentano la spesa oraria media per gli stipendi (lordi) e 8,3 a copertura dei costi non salariali (per esempio a fini previdenziali e assicurativi). Come noto, sottraendo al costo del lavoro il cosiddetto “cuneo” fiscale e contributivo, si ottengono le paghe nette.

Quello italiano è solo l’undicesimo costo del lavoro orario più alto a livello Ue, che tra i 27 stati membri è in media di circa 31,8 euro. Pagare un lavoratore è oneroso soprattutto in Lussemburgo, dove occorrono 53,9 euro all’ora; all’opposto, la manodopera è particolarmente conveniente in Bulgaria, dove nel 2023 il costo del lavoro è stato di appena 9,3 euro orari. In Germania è di circa 41,3 euro all’ora e in Francia si aggira sui 42,2 euro.

Dieci anni prima, nel 2012, il costo del lavoro orario era mediamente di 27,7 euro in Italia, di 30,5 euro in Germania e di 34,3 euro in Francia. Ciò significa che, nel giro di dieci anni, il costo del lavoro è aumentato di oltre il 35% in Germania e del 23% in Francia, mentre in Italia di appena il 7%, a fronte di un incremento medio europeo del 30%. Negli ultimi dieci anni il costo che i datori di lavoro italiani devono sostenere per ciascun dipendente è perciò cresciuto molto meno della media. E le cose non sono cambiate quest’anno.

Nel secondo trimestre del 2024 il costo orario del lavoro è aumentato del 4,7% nell’Eurozona e del 5,2% nell’Ue rispetto allo stesso periodo del 2023. Per l’Italia l’incremento, anche in questo caso, è stato più basso, di circa il 3,3%. Negli ultimi tempi è aumentato soprattutto in Romania (+15% in un anno) e in Bulgaria (+15,4%), ossia nei due paesi europei in cui risultava nettamente più basso della media e quindi con più margini di crescita. Eppure, l’incremento in Italia è inferiore anche rispetto a quelli rilevati quest’anno in Francia e Germania, rispettivamente del 4,4% e del 6,2%, nonostante il fatto che sia a Parigi, sia a Berlino, il costo del lavoro fosse già molto più alto.

Il costo del lavoro in Italia è quindi senza dubbio “medio” e il fatto che non stia crescendo va di pari passo con la mancata crescita delle retribuzioni. Senza contare che una sua quota rilevante consiste nei costi non salariali, particolarmente gravosi. Il 27,8% del costo del lavoro totale in Italia va a copertura proprio dei costi non salariali: un valore inferiore solamente a quelli di Francia (32%) e Svezia (31,9%). L’elevata incidenza è dovuta agli alti livelli di spesa pubblica per il welfare, che viene sostenuta da questa componente del costo del lavoro.