Nel 2025 in Francia le chiusure hanno superato le nuove imprese. Ma com’è andata in Italia? Ecco i dati su aperture, cessazioni e settori che sono cresciuti o arretrati nell’ultimo anno.
Nel 2025 la Francia ha registrato un dato che non si vedeva da oltre un decennio: il numero delle attività che hanno abbassato definitivamente la saracinesca ha superato quello delle nuove aperture. Secondo un’analisi realizzata dalla società di consulenza Trendeo, il saldo tra chiusure e nuove iniziative è negativo per 63 unità. L’ultimo precedente risale al 2013, in piena fase di difficoltà post-crisi finanziaria.
Il divario risulta ancora più significativo se letto alla luce degli investimenti annunciati dal governo francese. Nel corso del 2025 sono stati annunciati progetti per la cifra record di circa 125 miliardi di euro. Tuttavia, oltre la metà delle risorse - 67 miliardi - è stata destinata alla costruzione di data center per l’intelligenza artificiale, un importo equivalente all’intero volume di investimenti previsti per tutti i settori nel 2024.
Anche il numero dei nuovi progetti annunciati, pari a 3.200, risulta inferiore alla media degli ultimi anni. Nel complesso, la produzione industriale francese ha segnato una flessione del 35% su base annua, un arretramento che fotografa una fase di rallentamento strutturale nonostante la spinta agli investimenti.
La situazione in Francia: investimenti più costosi e meno occupazione
Un altro elemento critico riguarda il costo della creazione di nuovi posti di lavoro. Se nell’ultimo decennio l’apertura di una nuova posizione richiedeva mediamente tra i 100.000 e i 200.000 euro di investimenti, nel 2025 la soglia si è attestata intorno ai 600.000 euro, almeno tre volte tanto.
L’aumento è legato soprattutto ai settori dell’energia e della ricerca e sviluppo, dove la transizione verso la decarbonizzazione e la produzione di energia pulita comporta ingenti capitali senza necessariamente tradursi in nuova capacità produttiva o in un significativo incremento dell’occupazione.
Il risultato è un sistema industriale che investe molto ma genera meno imprese e meno posti di lavoro rispetto al passato. Fanno eccezione soltanto due regioni, Occitania e Provenza-Alpi-Costa Azzurra, dove il saldo tra aperture e chiusure è rimasto positivo grazie alla presenza dell’industria aerospaziale e ai progetti energetici.
Il confronto con l’Italia: un bilancio positivo trainato dai servizi
Il quadro italiano appare diverso. Secondo i dati Movimprese elaborati da Unioncamere e InfoCamere, il 2025 si è chiuso con un saldo positivo di 56.599 imprese. Le nuove iscrizioni, 323.533 in linea con l’anno precedente, hanno superato le cessazioni, scese a 266.934 unità, in calo del 6,7%. Lo stock complessivo delle imprese registrate sale così a 5.849.524 unità, con una crescita dello 0,96%.
La dinamica è sostenuta soprattutto dalla riduzione delle chiusure, interpretata come un segnale di tenuta del sistema produttivo. Tuttavia, anche in Italia emergono trasformazioni profonde nella composizione settoriale. I comparti tradizionali continuano a ridimensionarsi: agricoltura, commercio e manifattura registrano flessioni, mentre avanzano i servizi, in particolare quelli finanziari, professionali e di supporto alle imprese.
Il settore finanziario e assicurativo cresce del 5,89%, mentre energia elettrica, gas e vapore segnano un +5,16%. Spicca la performance dei servizi finanziari (escluse assicurazioni e fondi pensione), che mettono a segno un incremento del 18,31%. Buoni risultati anche nell’alloggio, nella pubblicità e nella consulenza gestionale, oltre che nel comparto tecnologico legato alla produzione di software e consulenza informatica. L’edilizia si mantiene stabile, con oltre 9.000 imprese in più.
Geografia delle chiusure e fragilità delle microimprese italiane
L’analisi dell’osservatorio iCRIBIS sulle cessazioni tra gennaio e novembre 2025 offre uno spaccato più dettagliato delle fragilità del sistema italiano. Le imprese che hanno cessato l’attività in quel periodo sono state 283.637, in calo del 12,2% rispetto all’anno precedente, per una media di circa 849 chiusure al giorno.
La distribuzione territoriale riflette il peso economico delle diverse aree del Paese: oltre la metà delle cessazioni si concentra nel Centro-Sud e nelle Isole. A livello regionale, la Lombardia guida per numero assoluto di chiusure, seguita da Lazio e Campania. Sul piano provinciale spiccano Roma, Milano e Napoli.
Il dato più rilevante riguarda però la dimensione delle imprese coinvolte. Quasi 7 su 10 sono ditte individuali, con una dimensione media è di appena 1,3 addetti. Il 78,6% delle attività cessate impiegava meno di due dipendenti, mentre solo una quota minima ne superava i 10. La crisi colpisce dunque soprattutto le microimprese, spesso con fatturati inferiori ai 100.000 euro annui.
Commercio al dettaglio e costruzioni risultano tra i settori più esposti alle chiusure, seguiti dalla ristorazione. Un quarto delle imprese ha interrotto l’attività entro i primi cinque anni di vita, segnale di un’elevata mortalità imprenditoriale nelle fasi iniziali. La maggior parte delle cessazioni avviene in forma ordinaria, ma non mancano casi legati a procedure concorsuali e situazioni di insolvenza.
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