Tagliare, tagliare, tagliare. Javier Milei continua a falciare con la sua “motosega” i rami della spesa pubblica dell’Argentina, con il fine ultimo di risollevare le sorti di un Paese la cui economia risulta pressoché fallita. Da quando è diventato presidente, lo scorso dicembre, Milei ha tagliato i sussidi per i trasporti, carburante ed energia, e ha licenziato migliaia di dipendenti pubblici, nella speranza di ridurre l’inflazione e riordinare i disastrati conti di Buenos Aires.
Il problema è che il disboscamento mileiano ha alimentato il tasso di povertà. Schizzato alle stelle e ora, secondo l’agenzia statistica Indec, arrivato al 52,9% nei primi sei mesi del 2024, in aumento rispetto al 41,7% della seconda metà del 2023. In attesa di capire se tutto questo sia veramente una conseguenza dolorosa ma necessaria della cura Milei, o piuttosto il segnale del suo fallimento totale, ci sono altri dati che fanno impressione.
Il primo: più della metà dei 46 milioni di argentini vive in uno stato di povertà. Il secondo: il tasso di inflazione annuale riferito ad agosto è rimasto uno dei più alti al mondo, attestandosi ben oltre il 230%. Il portavoce del governo Manuel Adorni ha attribuito la responsabilità degli attuali problemi ai precedenti esecutivi peronisti di sinistra, descrivendo l’aumento della povertà come “una conseguenza del populismo che ha sottoposto l’Argentina a tanti anni di sventure e devastazioni”. “Il governo ha ereditato una situazione disastrosa, la peggiore eredità che un governo abbia mai ricevuto in una democrazia, forse una delle peggiori che un governo abbia mai ricevuto nella storia”, ha aggiunto.
Argentina: la cura Milei funziona?
Certo, a discolpa di Milei va detto che la povertà era già in aumento in Argentina ben prima che questo leader entrasse in carica. Nel 2017, però, solo un quarto della popolazione ne era colpito. Oggi il dato è in aumento è stride con la promessa fatta da Milei e con la sua terapia d’urto – coincidente con la svalutazione del peso del 50% e con il dimezzamento del numero dei ministeri.
Come ha scritto il Guardian, l’anarco-capitalista – così si definisce Milei - ha congelato le pensioni, ridotto gli aiuti alle mense popolari, tagliato i programmi di welfare e bloccato tutti i progetti di lavori pubblici. Kirsten Sehnbruch, esperta di America Latina presso la London School of Economics and Political Science, ha affermato di non aver mai visto un balzo così grande nei tassi di povertà: “Questo nuovo programma economico non protegge i poveri. Il balzo (del tasso di povertà ndr) è assolutamente orrendo”.
I tagli di Milei, tuttavia, sono stati applauditi dai mercati, dagli investitori e dal Fondo Monetario Internazionale, a cui l’Argentina deve 43 miliardi di dollari. Anche l’inflazione mensile è diminuita da circa il 26% a dicembre a circa il 4% a giugno, dove è rimasta, sebbene l’inflazione annuale resti ancora una delle più alte del pianeta.
L’esempio della Cina
Se l’Argentina fatica a risollevare le proprie finanze e a ridurre il tasso di povertà, dall’altra parte del mondo la Cina ha affermato già da anni di esser riuscita a sradicare la povertà assoluta dal Paese. Nel 2021, il presidente cinese Xi Jinping spiegava che, in un arco di otto anni, circa 100 milioni di persone erano uscite dalla povertà.
Nel corso di una cerimonia a Pechino, Xi parlava di una «vittoria totale» che sarebbe passata “alla storia". Cosa è accaduto oltre la Muraglia? Innanzitutto ricordiamo che in Cina la povertà estrema comprende il guadagnare meno di 620 dollari all’anno. “Secondo i criteri attuali, tutti i 98,99 milioni di poveri che vivono nelle zone rurali sono usciti dalla povertà e 832 contee colpite dalla povertà e 128.000 villaggi sono stati rimossi dalla lista di povertà”, dichiarava il leader cinese.
In ogni caso, milioni di cittadini hanno visto migliorare – e non peggiorare – la qualità della loro vita: è questo quello che conta, al netto che Pechino continua a lavorare per incrementare il reddito della sua (immensa) popolazione.
Paragonare Argentina e Cina è poi impossibile. Buenos Aires, però, ha scelto di adottare un modello ben diverso da quello del Dragone: intervenire sulla spesa pubblica a colpi di motosega e non creare le condizioni – attraverso investimenti e innovazione tecnologica – per consentire ai suoi cittadini di produrre di più e meglio.
Forse, a giudicare dai dati, Milei farebbe bene a dare almeno un’occhiata al modus operandi cinese. Non tanto per copiarlo – impossibile per chiunque, tanto più per chi, come Milei, odia il sistema socialista – quanto per capire che tagliare e basta, senza accompagnare i tagli ad altre strategie, forse, non è sempre la soluzione più efficace da applicare al di fuori dalle aule unviersitarie di economia.