Impugnare il licenziamento illegittimo: termini, procedura e conseguenze

Il dipendente licenziato senza un motivo valido può impugnare la decisione del datore di lavoro davanti al giudice: se il licenziamento è illegittimo previsto il reintegro o il risarcimento.

Impugnare il licenziamento illegittimo: termini, procedura e conseguenze

Impugnare il licenziamento qualora non si sia d’accordo sulle motivazioni è possibile per il lavoratore; questo, infatti, può fare ricorso contro la decisione del datore di lavoro purché rispetti i termini previsti dalla normativa.

Tuttavia è bene sottolineare che ci sono dei casi in cui non si può parlare di licenziamento illegittimo: ad esempio, la legge permette al datore di lavoro di risolvere unilateralmente un contratto per motivi di tipo disciplinare (per il licenziamento per giusta causa o di giustificato motivo soggettivo) o economici (licenziamento per giustificato motivo oggettivo).

Spetta al giudice, quindi, valutare la sussistenza o meno di queste motivazioni così da stabilire se si tratta di un licenziamento legittimo o illegittimo; in quest’ultimo caso può obbligare l’azienda a pagare un indennizzo economico in favore del dipendente - a titolo di risarcimento - o anche costringerla al reintegro del lavoratore in azienda (ipotesi che con l’entrata in vigore del Jobs Act è diventata piuttosto rara).

Prima di vedere quali sono le conseguenze nel caso in cui il giudice valuti il licenziamento come illegittimo, facciamo chiarezza su quali sono i termini e le procedure per l’impugnazione.

Termini per l’impugnazione del licenziamento illegittimo

Chi vuole contestare una lettera di licenziamento e impugnare la decisione del suo datore di lavoro deve rispettare dei termini ben precisi, pena la decadenza del suo diritto. Una volta scaduti i termini, infatti, il licenziamento non può più essere impugnato, anche se manifestamente illegittimo.

Nel dettaglio, i termini per contestare un licenziamento sono:

  • entro 60 giorni dalla ricezione della lettera il dipendente deve presentare richiesta di impugnazione;
  • entro i successivi 180 giorni il ricorso va depositato presso la cancelleria del Tribunale.

Le norme per l’impugnazione sono state modificate dalla riforma del lavoro firmata Fornero - attuata con la legge n. 92/2012 - le cui disposizioni hanno interessato anche l’impugnativa dei licenziamenti illegittimi per i quali si fa riferimento al famoso articolo 18 dello statuto dei lavoratori.

La riforma del lavoro ha introdotto il cosiddetto processo breve che trova applicazione per tutte le controversie successive alla data del 18 luglio 2012.

Vediamo come funziona e quali sono i tempi e le modalità previste dalla riforma Fornero affinché il lavoratore possa esercitare il proprio diritto ad impugnare un licenziamento ritenuto illegittimo.

Fase stragiudiziale

Per procedere in maniera corretta all’impugnazione del licenziamento è necessario, per prima cosa, rispettare i termini dettati dalla legge.

Il licenziamento si impugna per iscritto -tramite raccomandata - entro 60 giorni dalla comunicazione della cessazione del rapporto lavorativo.

Questo termine è tassativo, superato tale limite il lavoratore perde il suo diritto ad impugnare il licenziamento.

L’impugnazione può essere effettuata anche dal legale del lavoratore, purché sia sottoscritta dall’interessato.

Data comunicazione al datore di lavoro della volontà di impugnare il licenziamento, bisogna rivolgersi al giudice per poter richiedere il reintegro nel proprio posto di lavoro, o anche il risarcimento.

Fase giudiziale

La legge Fornero stabilisce che l’azione giudiziale di impugnazione del licenziamento deve essere intrapresa entro il termine tassativo di 180 giorni che decorre dalla data di impugnazione extragiudiziale del licenziamento.

Anche in questo caso, se non viene rispettato il termine dei 180 giorni, si ha come conseguenza la prescrizione, cioè l’estinzione del diritto per il suo mancato esercizio.

L’azione giudiziale si intraprende tramite deposito del ricorso davanti al tribunale territorialmente competente.

Il giudice del lavoro chiamato in causa fissa l’udienza di comparizione delle parti nei 40 giorni successivi. Il lavoratore deve comunicare al datore di lavoro la data di udienza almeno 25 giorni prima della stessa, in modo che il datore possa provare la presenza dei giusti motivi che hanno condotto al licenziamento.

Nel corso di questa prima udienza il giudice competente ascolta le parti in causa e procede ad assumere le prove che ritiene indispensabili per lo svolgimento dell’azione di impugnazione.

Questa prima fase si conclude con l’emissione da parte del giudice di un’ordinanza di accoglimento o rigetto della domanda.

Opposizione

Terminata la prima fase le parti hanno facoltà di opporsi all’ordinanza emessa dal giudice, purché ne presentino domanda entro 30 giorni dalla notifica dell’ordinanza stessa.

Dopo l’opposizione, il giudice fissa un’altra udienza di comparizione entro 60 giorni, che sarà comunicata alla controparte almeno 30 giorni prima dell’udienza.

Inoltrata la domanda di opposizione questa si ritiene valida se accompagnata dal deposito di una memoria difensiva.

Anche in questo caso il giudice sente la parti, ammette le prove e i testimoni ed emette una sentenza di accoglimento o rigetto della domanda.

Corte d’appello e Cassazione

Contro la sentenza del giudice sul licenziamento è possibile inoltrare reclamo davanti alla Corte D’appello.

Tale reclamo si propone tramite ricorso da depositare entro 30 giorni tassativi dalla notifica della decisione del giudice. Svoltasi la prima udienza entro 60 giorni, la corte d’appello può eventualmente decidere di sospendere la decisione intorno al licenziamento presa nel primo grado di giudizio.

La sentenza emessa dalla Corte d’Appello circa la legittimità del licenziamento può essere impugnata davanti alla Cassazione che fisserà l’udienza non oltre il termine massimo di 6 mesi dalla data di presentazione del ricorso.

La Cassazione rappresenta l’ultima fase di giudizio prevista dalla legge italiana, per cui alla decisione presa in tale fase di giudizio non è possibile opporre ricorso.

Conseguenze del licenziamento illegittimo

Il Jobs Act ha introdotto come forma di tutela per il lavoratore licenziato illegittimamente un indennizzo economico commisurato all’anzianità di servizio.

Nel dettaglio, per i lavoratori assunti dal 7 marzo 2015, in caso di licenziamento illegittimo, spetta un indennizzo economico per il contratto a tutele crescenti pari a:

  • 2 mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR per ogni anno di servizio in misura non inferiore a 6 mensilità ad un massimo di 36 (prima il minimo era di 4 e il massimo di 24 mensilità, ma questi sono stati modificati dal recente Decreto Dignità): per le aziende con almeno 60 dipendenti o 15 dipendenti per ogni settore produttivo
  • l’indennizzo è ridotto della metà per le aziende che non soddisfano le suddette soglie dimensionali, e l’importo non può superare le 6 mensilità.

Il reintegro, invece, spetta solamente nel caso in cui il licenziamento sia stato disposto per giusta causa o per giustificato motivo soggettivo e il giudice abbia rilevato l’insussistenza della ragione disciplinare; quindi, se il caso non sussiste oltre ad avere diritto ad un indennizzo economico (pari all’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del Tfr dal giorno del licenziamento fino a quello dell’effettiva reintegrazione) il dipendente deve essere reintegrato in azienda. Il reintegro spetta anche nei casi di licenziamento discriminatorio, nullo e intimato in forma orale.

Questo non spetta invece per il licenziamento per giustificato motivo di tipo oggettivo, quindi quando l’azienda licenzia il dipendente per ragioni economiche; in questo caso, infatti, anche se il giudice rileva l’insussistenza della motivazione si ha diritto ad un solo indennizzo economico.

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