Una volta ho letto un libro che in un passo recitava: “I presupposti: è lì che nascono le fregature”.
Martedì 9 giugno Anthropic ha aperto Fable 5 alla clientela retail, mettendo a disposizione del pubblico il programma di intelligenza artificiale più potente mai creato.
Possiamo facilmente immaginare un consulente aziendale che l’ha subito utilizzato per esaminare i contratti di alcuni clienti: Fable legge le clausole, evidenzia in rosso quelle a rischio e accanto ne spiega il motivo. Il consulente è entusiasta, perché un lavoro che prima gli portava via intere serate ora è pronto con una frazione dello sforzo precedente.
Da un anno, infatti, già faceva analizzare quegli stessi contratti a ChatGPT e a Gemini. Li aveva integrati con slancio tra i suoi strumenti quotidiani ma, intuendo che Fable 5 avrebbe rappresentato un salto di qualità, vi aveva immediatamente trasferito il grosso della sua attività.
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Venerdì alle 17:21, però, il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha ordinato ad Anthropic di inibire l’accesso a Fable 5 a chiunque non fosse cittadino americano. Non potendo verificare il passaporto di ogni singolo utente in tempo reale, Anthropic ha fatto l’unica cosa possibile: lo ha spento per tutti.
Prima di cena Fable 5 non rispondeva più, a Milano come a Chicago. Gli altri programmi di Anthropic, tuttavia, continuavano a funzionare regolarmente: per fortuna ad essersi fermato era soltanto il gioiello tecnologico.
Occorre notare che i nomi alternativi su cui il consulente ha dovuto ripiegare non appena Fable si è spento rispondono allo stesso identico Governo che ha bloccato Fable.
Questo fatto evidenzia una fragilità inaspettata e profonda: basta la semplice volontà politica di un singolo Paese per privare milioni di professionisti, in tutto il mondo, di una risorsa ormai considerata importante, se non vitale.
Una sorta di stretto di Hormuz informatico. Una vulnerabilità sistemica camuffata da un’apparente diversificazione.
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Immaginiamo adesso uno scenario che sembra diverso.
Un risparmiatore – magari consigliato da una IA - finalmente si crea un dossier titoli unificato. Per la prima volta vede insieme tutti i molti fondi che possiede. Li ha affastellati in anni di buone relazioni con vari "amici che lavorano in banca”. Naturalmente non li ha comprati tutti insieme, e neanche con la stessa persona: erano stati sottoscritti nel tempo, con consulenti diversi e banche differenti.
C’è un fondo globale, scelto appositamente “per diversificare”; poi ne aveva aggiunto uno sull’America, perché oltreoceano la crescita correva più forte; poi uno sulla tecnologia, uno sull’intelligenza artificiale, uno sui mercati emergenti, uno sul Giappone e un paio obbligazionari.
Ad ogni appuntamento, un «amico» magari senza sapere cosa avesse “altrove” gli proponeva di aggiungere una riga al portafoglio, e ogni nuova riga sembrava coprire un angolo che le altre non presidiavano.
Così un giorno scopre che il fondo globale presenta un’esposizione agli Stati Uniti del 72%, al Giappone del 6% e al Regno Unito del 3,50%.
Quello sull’America, ovviamente, investe per intero negli Stati Uniti.
Quello sulla tecnologia e quello sull’intelligenza artificiale mostrano in cima alla lista gli stessi identici sette nomi che i giornali finanziari chiamano «i Magnifici» E sono americani.
Fuori da questo blocco restano soltanto i due fondi obbligazionari, quello sui mercati emergenti e quello sul Giappone.
La parola che ricorre più spesso è sempre una: Stati Uniti.
Cosa accomuna, quindi, il consulente e l’investitore?
Entrambi hanno il loro stretto di Hormuz nascosto in una finta diversificazione.
Al primo basta una firma a Washington per veder fermare o ritardare in modo importante il suo lavoro; il secondo, non appena arriverà una settimana storta a Wall Street, subirà una pesante flessione sull’intero portafoglio, nonostante la sincera convinzione di aver ripartito i propri rischi.