Il crollo delle azioni di Nike ha raggiunto un nuovo punto critico, quando i titoli del colosso americano delle calzature sportive hanno toccato i minimi degli ultimi dodici anni.
Il 17 agosto 2026 le azioni NKE hanno chiuso a 39,09 dollari, con un calo del 4,03 per cento rispetto alla seduta precedente e un minimo intradaily di 38,86 dollari, livelli che non si vedevano dal settembre 2014. Il giorno successivo si è registrato un parziale recupero a 40,06 dollari, ma il quadro complessivo resta drammatico: rispetto al massimo storico di chiusura di 177,51 dollari raggiunto il 5 novembre 2021 (con un picco intradaily di 179,10 dollari), la perdita ammonta a circa il 78 per cento.
In termini di capitalizzazione di mercato, dal picco del 2021 sono evaporati oltre 200 miliardi di dollari. Nel solo 2026 il titolo ha perso tra il 36 e il 38,64 per cento, mentre nell’ultimo anno il declino supera il 48-49 per cento e negli ultimi sei mesi si attesta intorno al 39,69 per cento.
Le difficoltà del gruppo
Questa discesa prolungata riflette una serie di difficoltà strutturali che hanno progressivamente eroso la fiducia degli investitori. Nel fiscal year 2026, chiuso il 31 maggio, i ricavi di Nike si sono attestati a 46,4 miliardi di dollari, sostanzialmente stabili su base reported ma in calo del 2 per cento a cambi costanti. Nel quarto trimestre i ricavi sono scesi a 11,0 miliardi di dollari, con una flessione dell’1 per cento reported e del 4 per cento a cambi costanti.
L’utile per azione diluito è risultato di 0,72 dollari, ma includeva un beneficio una tantum di 0,52 dollari legato al recupero atteso di circa 986 milioni di dollari di dazi IEEPA, dopo che la Corte Suprema aveva invalidato parte delle misure tariffarie. Al netto di questo effetto straordinario, la redditività sottostante rimane sotto pressione, con il margine lordo che negli ultimi cinque anni è sceso da livelli vicini al 48 per cento a circa il 40 per cento, se si esclude il picco temporaneo del quarto trimestre.
Il mercato cinese rappresenta uno dei principali fardelli. Nel fiscal 2026 i ricavi della Greater China si sono fermati a circa 5,85-5,9 miliardi di dollari, in calo dell’11 per cento anno su anno e del 13 per cento a cambi costanti, pari a circa il 12,6 per cento del totale aziendale. Nel solo quarto trimestre le vendite nella regione sono scese del 12 per cento a 1,3 miliardi di dollari, prolungando una serie di otto trimestri consecutivi di contrazione. Le vendite digitali dirette in Cina hanno addirittura registrato un crollo del 29 per cento.
Parallelamente, il canale Nike Direct ha mostrato debolezza: nel quarto trimestre i ricavi sono calati del 7-9 per cento a 4,1 miliardi di dollari, con le vendite digitali in calo del 12 per cento, mentre il wholesale ha tenuto meglio, salendo del 4 per cento reported (1 per cento a cambi costanti) a 6,6 miliardi di dollari. Su base annuale, il wholesale è salito del 4-6 per cento a 27,5 miliardi di dollari, mentre Nike Direct è sceso del 6-8 per cento a 17,7 miliardi di dollari.
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Il declassamento di JPMorgan
Le tensioni si sono accentuate all’inizio di agosto 2026, quando JPMorgan, attraverso l’analista Matthew Boss, ha declassato il titolo a Underweight da Neutral, abbassando il target price a 40 dollari e avvertendo che le decisioni della strategia “Win Now” avrebbero potuto pesare sui risultati della seconda metà del 2027 e del 2028. Altri broker hanno seguito con tagli ai target, mentre il consenso medio degli analisti resta intorno ai 50-50,66 dollari, implicando un potenziale rialzo del 25-26 per cento dai livelli attuali, con un rating complessivo di Moderate Buy basato su un mix di Buy, Hold e pochi Sell.
Indicatori tecnici come l’RSI intorno a 30-35 e il MACD negativo segnalano una pressione ribassista ancora intatta, e alcuni osservatori, tra cui Thierry Borgeat di Arvy, parlano di un “Stage 4 decline” tipico di titoli che in media perdono il 72 per cento e impiegheranno cinque anni per tornare ai massimi, con solo una chance su due di riuscirci.
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Il 2027 è l’anno della svolta
Il contesto macroeconomico non aiuta: tassi di interesse a lungo termine in rialzo, incertezze sui dazi residui e una domanda discrezionale dei consumatori più cauta, soprattutto al di fuori del segmento premium più alto, continuano a gravare sul settore. On Holding ha recentemente deluso con ricavi del secondo trimestre 2026 a 1,076 miliardi di dollari contro attese di 1,110 miliardi e una guidance annuale di 4,39-4,50 miliardi di dollari sotto le stime, alimentando ulteriori vendite nel comparto. Nonostante segnali di stabilizzazione in Nord America, dove i ricavi del quarto trimestre sono saliti del 3 per cento a 4,83 miliardi di dollari, e qualche progresso nel wholesale, il mercato continua a scontare l’assenza di una ripresa chiara e sostenuta dei ricavi.
Al momento, con un multiplo di circa 19 volte gli utili del 2026 (2,10 dollari di EPS, ma distorti dal beneficio tariffario), le azioni di Nike appaiono meno care rispetto al passato, ma non ancora a livelli che convincano pienamente gli investitori di un’inversione imminente. Il vero test arriverà nel 2027, quando i nuovi prodotti e le riforme di canale, inclusa la riorganizzazione della distribuzione online in Cina prevista dal gennaio 2027, dovranno dimostrare di poter generare una crescita organica solida e un recupero dei margini.