Nike, Netflix e Ferrari. 3 titoli che potrebbero offrire un upside tra il 20% e il 39%

Tommaso Scarpellini

6 Agosto 2026 - 16:55

Sottovalutati o trappole di valore? Nike, Netflix e Ferrari visti con multipli che il mercato non vedevava da un po di tempo. Siamo di fronte ad un momento diverso da quello a cui siamo abituati.

Nike, Netflix e Ferrari. 3 titoli che potrebbero offrire un upside tra il 20% e il 39%

Quando tre nomi così diversi tra loro come uno sportswear globale in piena ristrutturazione, il re dello streaming mondiale e una casa automobilistica che si comporta più come una maison di haute couture che come un costruttore di vetture finiscono tutti e tre nella stessa categoria di «potenzialmente sottovalutati», vale la pena chiedersi se il mercato stia davvero sbagliando la lettura o se ci sia qualcosa di più sottile da capire.

La risposta potrebbe avere conseguenze concrete: quando i prezzi di borsa si disconnettono dai fondamentali reali per ragioni temporanee o strutturali mal interpretate, si crea una finestra in cui il valore intrinseco di un’azienda e il suo valore di mercato divergono, e quella divergenza prima o poi tende a chiudersi.

Per un investitore abituato a ragionare in termini di protezione del capitale e rendimento sostenibile, capire se quella finestra è realmente aperta su questi tre titoli, e soprattutto per quanto tempo potrebbe restarlo, diventa una domanda che merita una risposta seria.

Il prezzo non è il valore: il punto di partenza

La tesi di fondo sembrerebbe apparentemente lineare: Nike, Netflix e Ferrari starebbero scambiando a prezzi che non riflettono il loro valore fondamentale, con un potenziale di rivalutazione stimato tra il 20% e il 39% rispetto ai livelli correnti. Eppure per valutare questa affermazione in modo critico occorre prima capire da dove nasce quel numero e cosa lo distingue da una semplice proiezione ottimistica.

Il punto di partenza è il concetto di multiplo di valutazione, ovvero lo strumento con cui il mercato traduce ogni unità di utile generata da un’azienda in un prezzo azionario. Il più diffuso è il rapporto Prezzo/Utili (P/E): se un’azione quota $40 e l’utile per azione è $2, il P/E risultante è 20x. Quando questo multiplo si comprime rispetto alla propria media storica, senza che i fondamentali operativi si deteriorino in modo proporzionale, potrebbe aprirsi una finestra di disallineamento tra valore percepito e valore reale. Ed è esattamente questo il meccanismo analitico che accomuna i tre casi, sebbene con declinazioni molto diverse tra loro.

Nike: il costo visibile di una ristrutturazione in corso

Il caso Nike potrebbe essere quello in cui la compressione del multiplo è più netta e misurabile. Il titolo scambia oggi a un P/E compreso tra 19,9x e 20,6x, mentre la media storica a cinque anni si collocherebbe tra 25,6x e 30,3x e quella a tre anni intorno a 28,6x. La capitalizzazione di mercato è passata da circa $187 miliardi nel maggio 2022 a circa $63 miliardi attuali, un dimezzamento abbondante che il mercato sembrerebbe aver letto come segnale di declino strutturale.

Il punto critico è che questo crollo di valore borsistico non è stato accompagnato da un deterioramento equivalente della capacità di generare profitto. Il margine lordo del quarto trimestre fiscale ha raggiunto il 49,2%, sostenuto anche da $986 milioni di benefici derivanti da crediti tariffari. Il piano strategico «Win Now» guidato dal CEO Elliott Hill punta a riposizionare il brand sulle calzature da prestazione e a ripristinare i canali wholesale con partner distributivi come JD Sports, che starebbero già segnalando un miglioramento nell’assorbimento degli inventari.

Se il P/E tornasse alla media triennale di 28,6x, il prezzo teorico dell’azione potrebbe raggiungere circa $58, configurando un rialzo potenziale nell’ordine del 39% rispetto ai livelli correnti. Una stima che, per materializzarsi, richiederebbe però la conferma della tenuta dei margini e la validazione concreta del riposizionamento commerciale.

Netflix: la leva operativa come motore di rivalutazione

Netflix introduce una complessità analitica diversa e forse meno intuitiva per chi è abituato a ragionare con i parametri tipici dei mercati europei, dove strumenti come i BTP offrono un riferimento di rendimento chiaro e misurabile. Il titolo non apparirebbe economico guardando il P/E forward tradizionale, che si aggira intorno a 26x, ma la tesi di sottovalutazione si costruirebbe su un concetto differente: la leva operativa, ovvero la capacità di trasformare ogni dollaro di ricavo aggiuntivo in una quota crescente di utile operativo, grazie a costi marginali strutturalmente bassi per ogni nuovo abbonato.

Netflix avrebbe raggiunto 94 milioni di abbonati al piano con pubblicità, che rappresenterebbero già oltre il 60% dei nuovi iscritti nei mercati dove questo tier è disponibile. Questo canale potrebbe raddoppiare i ricavi pubblicitari fino a circa $3 miliardi nel 2026. La guidance sul free cash flow, ovvero la cassa effettivamente generata dopo gli investimenti, è stata rivista al rialzo da $11 a $12,5 miliardi annui. Il fatto che la dirigenza abbia impiegato $4,7 miliardi in buyback in un solo trimestre, la cifra più alta della storia aziendale, viene letto da molti analisti come un segnale di fiducia interna nel potenziale non ancora prezzato dal mercato.

I modelli di valutazione basati sui flussi di cassa scontati (DCF) indicherebbero un fair value compreso tra $94 e $97 per azione, mentre il titolo quota oggi intorno a $70, configurando uno sconto stimato tra il 24% e il 38%.

Ferrari: quando il settore sbagliato distorce la valutazione

Ferrari potrebbe rappresentare il caso analiticamente più istruttivo, e forse il più utile per capire come i sistemi automatici di valutazione possano produrre stime paradossali quando applicano logiche settoriali inappropiate. I modelli che classificano Ferrari come produttore automobilistico le applicano i multipli tipici del comparto, arrivando a stime di fair value attorno a $123 per azione, ben al di sotto del prezzo corrente di circa $338. Questo tipo di approccio sarebbe però fondamentalmente scorretto dal punto di vista metodologico.

Ferrari mostra un margine EBIT strutturale pari o superiore al 29,5%, un livello del tutto incompatibile con la logica industriale dell’auto di massa ma pienamente coerente con quella delle grandi maison del lusso. Il portafoglio ordini confermato coprirebbe la produzione fino alla fine del 2027, rendendo la domanda visibile e garantita su un orizzonte pluriennale. La capacità di incrementare il valore medio per vettura attraverso edizioni limitate come la hypercar F80 e le opzioni di personalizzazione su misura renderebbe l’azienda strutturalmente immune dalla pressione competitiva tipica del mercato di volume.

Il consenso aggregato su 16 broker esprimerebbe un target price medio di circa $469, con istituzioni come UBS a $483 e JPMorgan a $447, contro un prezzo corrente di $338. La recente pressione sul titolo, legata alle tariffe doganali statunitensi del 25% sulle auto importate, sembrerebbe configurarsi come una variabile temporanea che non intaccherebbe la struttura economica profonda del business, data la domanda storicamente anelastica su prodotti di desiderio con lista d’attesa pluriennale.

Quello che accomuna questi tre casi è un fenomeno che sui mercati si ripete con una certa regolarità: il prezzo di borsa incorpora la narrativa del momento, spesso amplificata dal sentiment di breve periodo, mentre il valore intrinseco riflette qualcosa di più lento e strutturale. La distanza tra i due può rappresentare un’opportunità, ma è bene ricordare che può anche ampliarsi prima di ridursi, e che le tempistiche di rientro sono per definizione imprevedibili.

Per chi si avvicina a questi titoli con una logica di protezione del capitale tipica di chi ha costruito un patrimonio nel tempo, la domanda più utile non è forse «c’è upside?» ma «cosa dovrebbe accadere affinché quel valore si materializzi davvero?». Per Nike servirebbe la conferma della tenuta dei margini e il successo del riposizionamento wholesale. Per Netflix, la piena monetizzazione della piattaforma pubblicitaria e la stabilizzazione della crescita degli abbonati. Per Ferrari, la risoluzione delle incertezze tariffarie e la conferma che il portafoglio ordini regge nel tempo.

In tutti e tre i casi, la tesi è plausibile e supportata da dati concreti, ma rimane una tesi che si confronta con un mercato che ha le sue ragioni per essere cauto. Ragionare su questi titoli con un orizzonte temporale adeguato, una dimensione di portafoglio commisurata alla propria tolleranza al rischio e una chiara consapevolezza dei catalizzatori necessari sembrerebbe la condizione minima per approcciare questa idea in modo lucido, senza che l’entità dell’upside potenziale diventi essa stessa la trappola.

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