Anche di recente, l’Italia è stata sollecitata a ratificare il nuovo trattato che disciplina il MES, il Fondo che era nato come “Salvastati”, ma che ora è stato trasformato in “Salvabanche” per via della previsione di prevedere la funzione di backstop comune per il Fondo di risoluzione unico bancario.
La mancata ratifica da parte dell’Italia ha come effetto quello di lasciare ancora nel limbo una riforma che, per quanto ci riguarda, presenta aspetti di particolare problematicità.
L’Italia ha notoriamente un debito pubblico enorme, che in passato è stato messo ripetutamente sotto attacco dalla speculazione.
Né il Fondo monetario internazionale, né tantomeno il Mes, hanno minimamente le risorse idonee da erogarci per sostenere un attacco su larga scala: sarebbe distruttivo dell’euro, se venisse portato a termine rendendo impossibile l’accesso delle nuove emissioni sul mercato e se i titoli in circolazione venissero deprezzati oltre misura come avvenne per quelli della Grecia. In quel caso, mentre erano quotati come carta straccia (anche al 30-40% del nominale) facendo disperare i piccoli risparmiatori che li avevano comprati e che se ne disfacevano per recuperare almeno un minimo del loro investimento, venivano acquistati dai Fondi ed altri operatori che guadagnarono cifre assai consistenti al momento della loro sostituzione con i nuovi titoli per via del loro maggior valore concordato con il governo greco (tra il 65% ed il 70% del nominale).
Solo la Banca Centrale Europea, con il programma OMT (Outright Monetary Transaction) che prevede l’intervento diretto sul mercato secondario senza un limite prefissato di acquisti, è in grado di stroncare un evento speculativo sistemico: naturalmente, ci sono severe condizioni che vengono poste agli Stati che intendano chiedere questo tipo di intervento, passando sotto la tutela della Commissione europea.
Ci sono poi le strette correlazioni tra il Nuovo Trattato sul MES ed il nuovo Patto di Stabilità che rendono praticamente inaccessibile all’Italia il ricorso ai fondi in caso di emergenza, e che renderebbero molto probabile la attivazione di un default controllato del debito pubblico, con le procedure semplificate che vengono introdotte dallo stesso Trattato per concordare con i creditori il taglio sul valore e sul rendimento dei titoli di Stato.
Il rischio è che, per evitare l’attivazione di questo default controllato, il MES imponga al governo italiano la introduzione di un prelievo patrimoniale immediato ed incondizionato sui depositi bancari e sui conti titoli, il cui provento andrebbe utilizzato per abbattere il debito circolante: con i soldi prelevati dai conti dei cittadini si comprerebbero i titoli sul mercato estinguendo così il debito corrispondente. L’Italia ha già sperimentato questa misura nel 1992, con il prelievo del 5 per mille sui conti bancari: il precedente esiste ed è estremamente pericoloso.
C’è poi l’aspetto relativo i salvataggi bancari: è tutto l’impianto del Sistema unico di risoluzione bancaria che non funziona. Avendo bandito i salvataggi pubblici, il bail-out, in caso di fallimenti bancari bisogna vendere i singoli asset sul mercato: ma è un procedimento del tutto impossibile quando il contesto di mercato è in fibrillazione. In realtà, il fallimento bancario presuppone il fallimento della Autorità di vigilanza prudenziale e delle misure idonee a prevenire rischi eccessivi.
Far intervenire il MES, con il backstop a favore del Fondo di Risoluzione, non solo deresponsabilizza le Autorità preposte alla vigilanza sulle banche, la BCE per quelle sistemiche e le singole Banche centrali nazionali per le altre, ma soprattutto il Regolatore bancario europeo, l’EBA, che deve stabilire criteri patrimoniali e di liquidità estremamente severi.
Il MES è dunque una istituzione inutile al fine di salvare gli Stati ed è particolarmente nociva per il sistema bancario. Più si cerca di migliorarlo, emendando il Trattato, peggio è.
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