Il segreto di molti investitori che puntano a generare reddito passivo non ha nulla di misterioso. Non si tratta di operazioni veloci o di trading aggressivo, ma della capacità di individuare meccanismi semplici che trasformano il tempo in rendimento.
Analizziamo oggi uno strumento in particolare utile all’obiettivo, con un rendimento stimato dell’11% annuo che, in uno scenario base, proviene per il 3,8% dagli dividendi e per il 7,2% all’apprezzamento dell’asset stesso. Su un investimento di 20.000 euro, ciò equivale a 760 euro lordi di dividendi e 1.440 euro di crescita del capitale l’anno.
Tutto grazie a una logica che permette di selezionare solo aziende solide, capaci di distribuire dividendi sostenibili, così l’investitore non deve far altro che lasciare che il flusso cedolare si accumuli nel tempo.
Parliamo di uno degli strumenti più chiacchierati negli ultimi anni tra esperti di settore: l’SCHD, un ETF statunitense.
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Un ETF per guadagnare senza fare assolutamente nulla
L’SCHD, ovvero lo Schwab U.S. Dividend Equity ETF, replica l’indice Dow Jones Dividend 100. L’indice riunisce società statunitensi che distribuiscono dividendi regolari e che al contempo vantano dei fondamentali forti. Il criterio di selezione non riguarda il rendimento cedolare in sé, bensì la qualità complessiva dei flussi di cassa aziendali, la gestione del debito, la crescita storica dei dividendi e il rapporto tra utili e capitale impiegato. Si tratta quindi di un ETF pensato per privilegiare stabilità e sostenibilità nel lungo periodo più che per massimizzare il rendimento immediato.
Il costo di gestione è particolarmente contenuto. L’expense ratio è pari allo 0,06%, una percentuale tra le più basse nel panorama degli ETF a dividendo, il che permette agli investitori di trattenere la quasi totalità del rendimento generato, caratteristica che ben si adatta in una strategia di accumulo pluriennale. I dividendi vengono distribuiti trimestralmente e il dividend yield a 12 mesi si aggira intorno al 3,8%, valore che oscilla nel tempo ma che rappresenta uno dei motivi principali per cui l’ETF attira chi cerca un reddito costante e ricorrente.
Su cosa investe l’SCHD ETF
Uno sguardo alla composizione del fondo mostra un equilibrio tra diversi settori, con particolare presenza in ambito energetico, sanitario e dei beni di consumo essenziali. Tra le partecipazioni principali sono da citare società come Amgen, AbbVie, Merck, Cisco, Coca-Cola, Chevron, PepsiCo e ConocoPhillips, storicamente caratterizzate da flussi di utili stabili e politiche di distribuzione coerenti.
La volatilità appare moderata. Il suo beta si colloca intorno a 0,75, valore che suggerisce una sensibilità ai movimenti del mercato inferiore rispetto a fondi azionari più ampi o più sbilanciati su settori tecnologici o ciclici. Considerando dividendi reinvestiti e apprezzamento del capitale, i rendimenti medi a 10 anni sono nell’ordine dell’11% annuo, con variazioni naturali a seconda delle condizioni macroeconomiche.
Ma non è così semplice
SCHD è un ETF statunitense non è armonizzato UCITS. Per un investitore italiano questo significa che alcune banche e intermediari italiani non consentono l’acquisto di ETF extra-UE destinati al mercato retail, perché non rispettano le norme europee sulla trasparenza e la protezione dell’investitore. Alcuni broker online internazionali, invece, lo permettono.
Ricordiamo, inoltre, che un ETF non UCITS non gode del regime fiscale agevolato previsto per gli ETF armonizzati. Non è un problema insormontabile, ma bisogna esserne consapevoli, perché incide sul netto in tasca dato dall’investimento.
SCHD distribuisce dividendi trimestrali e ogni volta l’investitore italiano è soggetto a una doppia imposizione: gli Stati Uniti applicano una ritenuta del 15% sui dividendi destinati a investitori italiani (grazie al trattato Italia-USA, altrimenti sarebbe il 30%), e quando il dividendo arriva sul conto, viene tassato con l’aliquota del 26% come reddito di capitale. La ritenuta USA, ovviamente, non si “recupera” nel regime amministrato.
E allora, quanto si guadagna?
Una suddivisione verosimile sul rendimento dell’11% di cui sopra attribuisce il 3,8% ai dividendi e il 7,2% all’apprezzamento dell’ETF stesso. Su un investimento di 20.000 euro, ciò equivale a 760 euro lordi di dividendi e 1.440 euro di crescita del capitale.
I dividendi, come abbiamo visto, subiscono la doppia imposizione: prima la ritenuta USA, che riduce i 760 euro a 646 euro, poi la tassazione italiana del 26%, che porta il netto effettivamente incassato a 478 euro. La componente di crescita del capitale è più efficiente dal punto di vista fiscale: dei 1.440 euro lordi, dopo l’imposta del 26% restano 1.065,6 euro.
Sommando le due componenti si ottiene un guadagno netto prima dei costi di 1.543,6 euro. Sottraendo l’expense ratio di 120 euro, il ritorno finale per l’investitore si riduce a 1.423,6 euro. In percentuale, significa trasformare un rendimento lordo dell’11% in un rendimento netto annuo del 7,12%. Un rendimento difficile da replicare con strumenti più prudenti, ma allo stesso tempo non richiede di ricorrere a soluzioni particolarmente complesse, speculative o ad alto rischio. L’investitore italiano ha certamente accesso a strumenti potenzialmente più redditizi, ma spesso comportano rischi non proporzionali al guadagno atteso.
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