Negli ultimi trenta giorni i mercati azionari hanno fatto qualcosa di straordinario, e non nel senso rassicurante del termine. L’S&P 500 ha oscillato di circa il 15% - quasi il doppio del rendimento medio annuo storico dell’indice, tutto compresso in quattro settimane. Eppure, invece di crollare, Wall Street ha toccato nuovi massimi storici. C’è qualcosa che non quadra, o forse c’è qualcosa che i mercati sanno e che noi fatichiamo ancora a leggere.
Il paradosso è ancora più stridente se si considera lo scenario geopolitico. Una guerra aperta tra Stati Uniti e Iran ha fatto schizzare il petrolio Brent oltre i 115 dollari al barile, lo Stretto di Hormuz - la porta attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale - è parzialmente bloccato, e le banche centrali di mezzo mondo stanno alzando i tassi per combattere un’inflazione che non accenna a cedere. Eppure le aziende americane continuano a pubblicare trimestrali che battono le aspettative degli analisti con una frequenza che rasenta l’imbarazzante. Come è possibile?
La risposta non è semplice, e non è rassicurante per nessuno dei due fronti - né per i tori convinti che sia l’inizio di un superciclo, né per gli orsi che da mesi aspettano il grande crollo. Quello che sta succedendo sui mercati globali è qualcosa di più complesso di un semplice rally o di una semplice bolla. Ed è esattamente per questo che vale la pena capirlo fino in fondo.
Wall Street segna nuovi record. Nel mezzo di una guerra
Il 6 maggio 2026, mentre le navi da guerra americane cercavano di forzare il passaggio nello Stretto di Hormuz per consentire alle petroliere di riprendere le spedizioni dal Golfo Persico, l’S&P 500 saliva dello 0,8% a 7.259 punti, toccando un nuovo massimo storico. Il Dow Jones guadagnava 356 punti, o 0,7%, e il Nasdaq si portava a 25.326, anch’esso su livelli record.
La spiegazione immediata è semplice: il petrolio Brent, dopo aver brevemente superato i 115 dollari al barile il giorno precedente, è sceso del 4% a 109,87 dollari. Un rimbalzo del greggio aveva spaventato i mercati; il suo parziale ritracciamento li ha rassicurati. Ma questa lettura è superficiale.
La vera ragione della resilienza di Wall Street è un’altra: le aziende americane continuano a riportare profitti per il primo trimestre del 2026 superiori alle attese degli analisti, nonostante il rialzo dei prezzi del petrolio dall’inizio del conflitto. In altri termini, le grandi corporation americane stanno dimostrando di saper proteggere i margini e crescere comunque. Almeno per ora.
Il fronte geopolitico: cessate il fuoco fragile e petrolio ancora alto
Non bisogna farsi ingannare dal rally. I leader militari americani hanno confermato che il cessate il fuoco con l’Iran era ancora in vigore, nonostante Teheran fosse ritenuta responsabile di attacchi contro gli Emirati Arabi Uniti il giorno precedente.
È una pace che assomiglia più a un’apnea. Il prezzo del petrolio resta ben al di sopra dei circa 70 dollari al barile registrati prima dell’inizio del conflitto. Il che significa che l’inflazione da energia non è un problema risolto - è un problema sospeso. E i mercati obbligazionari lo sanno: il rendimento del Treasury decennale americano è sceso leggermente al 4,42%, ma resta ben al di sopra del 3,97% registrato prima della guerra. Mutui più cari, credito più costoso, consumi sotto pressione.
La Reserve Bank of Australia ha alzato il suo tasso di riferimento al 4,35%, citando esplicitamente il conflitto in Medio Oriente come fattore che ha aumentato i prezzi del carburante e delle materie prime, alimentando l’inflazione. Non è un caso isolato: è un segnale che le banche centrali di tutto il mondo si trovano di fronte allo stesso dilemma - combattere l’inflazione alzando i tassi, rischiando però di soffocare un’economia già sotto stress geopolitico.
L’intelligenza artificiale continua a gonfiare i conti
In questo scenario complicato, c’è una narrativa che regge e che tiene in piedi le valutazioni dei mercati: l’intelligenza artificiale sta finalmente producendo ricavi reali. Analisti come Dan Ives di Wedbush vedono un ulteriore margine di rialzo del 12-15% per le azioni tecnologiche nel resto dell’anno, con una previsione audace: il Nasdaq a quota 30.000 entro i prossimi 12-18 mesi.
La tesi è che siamo solo al terzo anno di una rivoluzione legata all’intelligenza artificiale che durerà almeno un decennio, e che le ultime trimestrali di colossi come Microsoft, Google e Amazon hanno dimostrato che l’IA non è più solo una promessa, ma sta già gonfiando i ricavi del cloud.
C’è però un rischio che pochi si aspettavano: il vero collo di bottiglia non è finanziario né geopolitico, ma energetico. I data center consumano così tanta elettricità che le comunità locali potrebbero ostacolarne la costruzione per evitare rincari in bolletta. La crescita dell’IA, in altri termini, potrebbe essere frenata non dai tassi o dalla guerra, ma dai limiti della rete elettrica.
Il segnale di allarme che nessuno vuole guardare: il Buffett indicator oltre il 200%
Mentre i mercati brindano ai nuovi massimi, c’è un indicatore che non festeggia: il cosiddetto Buffett Indicator, che confronta la capitalizzazione totale del mercato azionario americano con il PIL degli Stati Uniti. Questo indicatore ha superato il 200%, un livello più alto rispetto alla bolla dot-com del 2001 e alla crisi del 2008.
Il messaggio è chiaro: i mercati sono cari. Molto cari. Non è un caso che Warren Buffett abbia accumulato una montagna di liquidità senza precedenti - oltre 350 miliardi di dollari - con una spiegazione di disarmante semplicità: «Niente è abbastanza economico».
Buffett non sta però lasciando quei soldi fermi: li ha parcheggiati in titoli di Stato a breve termine che rendono circa il 4-5%, in attesa di un’occasione che oggi non vede ancora. La logica è quella del cacciatore paziente: non si spara finché la preda non è nel mirino giusto.
L’inflazione e il ruolo della Fed
C’è un altro fattore che i mercati tendono a sottovalutare. I dati recenti del PCE - l’indicatore preferito dalla Federal Reserve - mostrano un aumento dello 0,7% mensile e del 3,5% su base annua. Non è un’inflazione che corre, ma è un’inflazione che non riesce ad andarsene. E finché resta, la Fed non può tagliare i tassi.
Nel frattempo, i dati sull’economia americana continuano a mandare segnali contrastanti: la crescita dei servizi ha rallentato inaspettatamente ad aprile, con alcune aziende che citano la guerra come causa del calo della spesa, mentre le offerte di lavoro sono rimaste leggermente al di sopra delle aspettative degli economisti. Un’economia che tiene, ma che scricchiola in modo non uniforme.
Due mercati nello stesso indice
Quello che sta emergendo è una biforcazione sempre più netta. Da una parte, le grandi aziende tecnologiche con esposizione all’IA che battono le stime e spingono gli indici ai massimi. Dall’altra, i settori esposti al costo del denaro - immobiliare, automotive, consumo ciclico - che soffrono in silenzio senza fare rumore sulle prime pagine.
Tom Lee di Fundstrat vede l’S&P 500 volare oltre i 7.700 punti entro il 2026, scommettendo sugli utili solidi e sull’effetto «tappo di champagne»: se i conflitti in Medio Oriente dovessero risolversi, la pressione geopolitica sparirebbe e il mercato scatterebbe verso l’alto. È uno scenario plausibile. Ma richiede che le cose vadano nel modo migliore su più fronti contemporaneamente - geopolitico, inflattivo e dei tassi. Una combinazione non scontata.
Cosa fare?
In un contesto simile, l’emotività è il peggior nemico. Tre domande possono aiutare a mantenere la bussola prima di prendere qualsiasi decisione di investimento.
La prima: l’azienda in cui si investe esisterà ancora tra vent’anni? Le disruption tecnologiche e geopolitiche stanno ridisegnando i confini di interi settori, e ciò che sembra solido oggi potrebbe non esserlo domani.
La seconda: i profitti cresceranno in futuro? I bilanci, non i prezzi sullo schermo, sono l’unica bussola affidabile in mercati mossi da narrazioni più che da fondamentali.
La terza: il prezzo pagato oggi è ragionevole? Anche la migliore azienda del mondo può essere un pessimo investimento se acquistata a un prezzo eccessivo. Con il Buffett Indicator al 200%, questa domanda non è retorica - è urgente.
Per chi non vuole fare scommesse direzionali, la soluzione più robusta resta il piano di accumulo su ETF globali e diversificati: si comprano meno quote quando i prezzi sono alti e più quote quando i prezzi crollano, facendo in sostanza shopping a sconto nei momenti di panico. Non è la strategia più eccitante. È quella che, storicamente, sopravvive a tutte le crisi.
Rally reale o euforia pericolosa?
I mercati azionari nel maggio 2026 vivono una contraddizione difficile da ignorare. Gli utili aziendali reggono, l’IA accelera, e gli indici segnano record. Ma il petrolio è ancora alto, l’inflazione non cede, i tassi pesano, e l’uomo considerato il miglior investitore della storia ha scelto di stare fermo con 350 miliardi in tasca.
Storicamente, i mercati possono restare irrazionali molto più a lungo di quanto chiunque si aspetti. Ma possono anche correggere in modo rapido e brutale quando la narrativa dominante si scontra con la realtà dei numeri. Capire in quale fase ci troviamo oggi è la domanda da un miliardo di dollari. Letteralmente.