Per anni si è creduto, ingenuamente, che robot e algoritmi non avrebbero potuto soppiantare né i colletti bianchi né tantomeno gli artisti, i giornalisti o le professioni in cui è richiesta empatia. Le macchine, secondo un adagio comune, avrebbero disboscato quei lavori ripetitivi, da catena di montaggio, oppure pericolosi. Invece, negli ultimi anni, si è accertata una tendenza diversa.
L’Intelligenza Artificiale ha iniziato a erodere terreno attorno ad avvocati, giudici e notai, non lesinando minacce alle professioni sociosanitarie (infermieri, medici, badanti), spingendosi sempre più nel campo dello spettacolo (influencer, attori, sceneggiatori, doppiatori, montatori) e dell’informazione (a tremare ora sono i giornalisti e i conduttori).
Da Erica a Mindar
Così nel tempo abbiamo assistito a un graduale disboscamento degli umani in occupazioni trasversali e anche l’insinuarsi della IA al posto di influencer (con avatar), nel campo della spiritualità e persino l’entrata in scena dei robot nel mondo dell’informazione e della comunicazione con conduttori androidi.
In Giappone, per esempio, è toccato a Erica, un androide dalle sembianze femminili sviluppato da Hiroshi Ishiguro, direttore del Laboratorio di intelligenza robotica all’Università di Osaka, “rubare” il posto agli umani.
Ishiguro ha anche progettato Mindar, il monaco robot che a Kyoto, nel tempio zen di Kodaij, guida la preghiera. Mindar, è costato un milione di dollari e ha le sembianze di Kannon Bodhisattva, dea della misericordia e della compassione.
L’androide è programmato per pronunciare un sermone di 25 minuti, muovendo il busto, le braccia e la testa. Ha un corpo neutro rispetto al genere – non ha sembianze né maschili né femminili – ed è stato sviluppato in collaborazione tra il tempio Kodaiji e il professore di robotica Hiroshi Ishiguro dell’Università di Osaka, con un costo di circa un milione dollari. Il suo collaboratore, Kohei Ogawa, ha spiegato al Washington Post come il loro obiettivo fosse utilizzare le moderne tecnologie per creare una statua buddista robotica.
Ishiguro, il re dei robot
Veniamo al suo creatore, il “re dei robot”, Iroshi Ishiguro. Nel 2007 il Daily Telegraph ha inserito Ishiguro al 26° posto nella classifica dei 100 più grandi geni viventi. Ishiguro è noto per aver realizzato un clone di se stesso, un androide con pelle artificiale in silicone e muscoli artificiali esattamente uguale a lui. Si tratta del progetto Geminoid, gemello-androide, che ha come obiettivo la creazione di replicanti sul calco umano come quelli di Blade Runner.
In sedici anni ne ha creati cinque, tutti in grado di sostenere una conversazione o persino recitare, come Geminoid F, una androide femmina che ha debuttato anche a teatro, successivamente ha sviluppato Erica, l’androide che ha esordito come conduttrice televisiva.
L’obiettivo delle sue ricerche è capire fino che punto l’aspetto esteriore – prima ancora di quello cognitivo – influenza i nostri rapporti interpersonali, le nostre modalità di interazione. Secondo lo scienziato giapponese, in futuro i robot sono destinati a convivere con l’uomo, a lavorare fianco a fianco con lui, ma per farlo ed essere socialmente accettati dovranno somigliarci il più possibile ed entrare in empatia con noi: «Gli androidi sono degli specchi di noi stessi. Sono la chiave per aiutarci a comprendere meglio la nostra natura».
Ishiguro sostiene che la forma umanoide condiziona il nostro modo di interagire con i robot. Come dimostrano alcuni esperimenti con un androide, siamo disposti a interagire naturalmente, comportandoci come facciamo con un nostro simile. Il prossimo traguardo è fare in modo che i robot umanoidi pensino come noi, abbiano una personalità, siano capaci di esprimersi in modo autonomo.
La fiera dell’Innovazione
Ora questa tendenza sta subendo una vera e propria accelerazione, accompagnata da un processo di normalizzazione volto a legittimare la presenza dei robot agli occhi dell’opinione pubblica
La presenza del robot umanoide Sophia al festival dell’innovazione tecnologica e digitale WMF (We Make Future) alla fiera di Rimini (che si è concluso il 17 giugno) ha destato grande interesse e attirato l’attenzione di numerosi partecipanti. Sophia ha infatti affiancato sul Cosmano Lombardo, ideatore della manifestazione.
L’androide è in grado di conversare in modo naturale con gli umani, percepire i movimenti ed esibire una variegata espressività.
Sophia
Sophia, prodotta nel 2015 dalla società di Hong Kong, Hanson Robotics, in collaborazione con gli sviluppatori di AI, tra cui la società madre di Google Alphabet Inc, che ha creato il suo sistema di riconoscimento vocale (progettato per diventare più intelligente col passare del tempo), è stata presentata come un’entità capace di conversare in modo naturale con gli umani, percepire i movimenti e mostrare una variegata espressività. È stata presentata per la prima volta al pubblico in occasione del South by Southwest Festival (SXSW), tenutosi a metà marzo del 2016 ad Austin, capitale del Texas, negli Stati Uniti d’America.
In grado di riprodurre più di 62 espressioni facciali umane, Sophia è stata al centro dell’attenzione dei media di tutto il mondo e ha partecipato a molte interviste di alto profilo.
Mentre gli intervistatori di tutto il mondo sono rimasti colpiti dall’alto livello di sofisticazione di molte delle risposte di Sophia alle loro domande, la maggior parte delle affermazioni significative di Sophia viene ritenuta però dagli esperti un po’ artificiosa.
In un video per CNBC, quando l’intervistatore ha espresso preoccupazioni sul comportamento dei robot, Sophia ha scherzato sul fatto che «ha letto troppo Elon Musk e guardato troppi film di Hollywood»; Musk si è successivamente chiesto in un tweet quale sia la cosa peggiore che potrebbe succedere se Sophia potesse guardare Il Padrino.
Sophia ha ricevuto addirittura la cittadinanza saudita, un privilegio fino ad oggi riservato esclusivamente agli individui umani, e ha ottenuto il titolo di «Innovation champion» dalle Nazioni Unite. Questi riconoscimenti sembrano sottolineare il desiderio di considerare Sophia come un essere con una certa autonomia e una personalità propria.
Le dichiarazioni di Kaplan
Robot Sophia ha introdotto sul palco principale lo scienziato Jerry Kaplan. Esperto di AI, inventore del tablet e tra i pionieri della Silicon Valley, che ha detto: «I robot umanizzati possono essere estremamente utili per esplorare cosa significhi essere umani. Realizzare robot in questo senso permette di creare intersezioni meravigliose tipiche di noi esseri umani: chimica, ingegneria, arte, creatività. Ci aiuta a capire cosa vuol dire esseri umani in modo visivo e poetico. Io penso che tutte queste tecnologie utilizzate al meglio accelerino le capacità umane».
Considerazioni su Sophia
Dietro l’apparente entusiasmo per questa creatura artificiale si nascondono una serie di domande e riflessioni che vale la pena sollevare.
È infatti importante porsi alcune domande critiche sulla presenza di Sophia al WMF. In primo luogo, bisogna interrogarsi sulla vera natura di questo robot. Nonostante sia in grado di svolgere alcune attività complesse e di emulare comportamenti umani, Sophia rimane un’entità artificiale programmata per seguire determinati algoritmi.
La sua «intelligenza» è basata su una serie di risposte predefinite che possono sembrare intelligenti, ma che non sono altro che il frutto di una programmazione umana. Siamo ancora nel campo della machine learning e non dell’intelligenza vera e propria. Quindi, l’affermazione secondo cui Sophia aiuti a comprendere meglio cosa significhi essere umani risulta non solo discutibile ma anche assurda, mera propaganda.
Nel gennaio 2018, il direttore dell’intelligenza artificiale di Facebook, Yann LeCun, ha twittato come Sophia fosse una «cazzata completa» e ha criticato i media per dare copertura a questo «Potemkin AI» (o “Mago di Oz AI” o “Culto del cargo AI”). In risposta, Ben Goertzel, lo scienziato a capo della compagnia che ha creato Sophia, ha ammesso di non aver mai preteso che Sophia fosse vicina all’intelligenza umana.
In secondo luogo, il fatto che Sophia sia stato elevato allo status di cittadino e abbia ricevuto un titolo dalle Nazioni Unite solleva ulteriori interrogativi. La cittadinanza è un concetto che si riferisce a una serie di diritti, doveri e responsabilità specifiche nei confronti di una comunità politica. Concedere la cittadinanza a un robot, che non può condividere esperienze umane o partecipare attivamente alla società, sembra una mossa più simbolica che basata su reali considerazioni giuridiche o etiche.
In terzo luogo, dobbiamo considerare il contesto in cui Sophia è stata presentata: un festival dell’innovazione tecnologica. La presenza di Sophia sembra essere principalmente un’attrazione pubblicitaria, un modo per catturare l’attenzione dei partecipanti e generare interesse intorno all’evento (un po’ come Optimus di Tesla). Ciò solleva il sospetto che la presenza di Sophia sia più una mossa di marketing che un reale contributo all’innovazione tecnologica e alla riflessione critica sulla relazione tra umani e macchine.
La presenza di Sophia al WMF potrebbe essere considerata un esempio di tecnofeticismo, ovvero un’adorazione acritica per la tecnologia stessa, indipendentemente dai suoi reali impatti e dalle sue implicazioni più ampie. È importante sottolineare che la tecnologia non è neutra, ma è plasmata dai valori e dalle intenzioni umane che vi sono incorporate.