Il ritorno dei Bot people è un’ottima notizia. Ecco perché

Guido Salerno Aletta

07/05/2024

Le detenzioni di titoli di Stato italiani da parte di operatori stranieri sono condizionate da fattori che nulla hanno a che vedere con la solidità dei titoli o con le prospettive dell’economia.

Il ritorno dei Bot people è un’ottima notizia. Ecco perché

Le famiglie italiane sono tornate ad investire direttamente in titoli di Stato: è un’ottima notizia, sotto tutti gli aspetti.

A settembre scorso, infatti, la consistenza delle detenzioni in titoli a medio e lungo termine delle Pubbliche Amministrazioni è arrivata a 207,6 miliardi di euro, una somma pari al 4% della ricchezza finanziaria delle famiglie, con un incremento di ben 92 miliardi rispetto al mese di settembre del 2022, quando le detenzioni erano state pari a 115 miliardi, una somma pari al 2,2% della ricchezza finanziaria. Quest’ultima percentuale aveva rappresentato una di quelle storicamente più basse mai registrate dal 1995, primo anno delle rilevazioni statistiche effettuate dalla Banca d’Italia.

Siamo dunque in presenza di un tendenziale raddoppio, dal 2,2% al 4%, della quota di ricchezza delle famiglie italiane che è detenuta in titoli di Stato, con una somma che a settembre scorso è stata inferiore in valori assoluti solo al livello record registrato nel marzo del 2013, prima del tracollo dovuto al temuto collasso dell’euro, quando le detenzioni erano arrivate a 154 miliardi di euro, un ammontare che anche allora era stato pari al 4% della ricchezza.

Una maggiore quota di debito pubblico detenuta dalle famiglie comporta, ferme tutte le altre variabili, una riduzione delle detenzioni da parte di investitori stranieri e da parte del sistema bancario, comportando conseguentemente un duplice vantaggio: nel primo caso, infatti, si riduce l’esborso netto degli interessi che vengono pagati dallo Stato italiano ad investitori stranieri, a tutto vantaggio della bilancia dei pagamenti correnti; nel secondo caso, si disintermedia la raccolta bancaria che viene impiegata a fini di liquidità in titoli di Stato.

Impiegando le proprie risorse in titoli di Stato, non solo le famiglie italiane ricevono interessi più elevati di quelli che avrebbero altrimenti incassato sui conti correnti depositati a vista, ma anche le stesse banche ne traggono un vantaggio per via della diminuzione degli impieghi in titoli pubblici che vengono considerati risk-free sul piano legale, ma che vengono invece considerati dal mercato azionario come un fardello pericoloso per via dell’elevato rischio derivante dalla entità del debito italiano.

Se, per questo motivo, la sottovalutazione del valore azionario delle banche italiane è dovuta alla consistente detenzione di titoli pubblici, a livello internazionale si sono sollevati ostacoli al completamento della Unione bancaria europea con la mutualizzazione dei rischi, rilevando la necessità di superare la vigente convenzione legale che considera tutti i titoli pubblici a “rischio zero”. Le banche italiane ne avevano accumulati troppi, e questo era stato un motivo di preoccupazione per la stabilità finanziaria sistemica dell’Eurozona.
C’è poi da dire che in questi ultimi anni c’è stato un altro fattore che ha inciso fortemente sulla allocazione della ricchezza delle famiglie italiane: la normativa sul divieto di “bail out” delle banche, in pratica dei salvataggi pubblici, ha previsto la responsabilità delle perdite non solo a carico degli azionisti delle banche ma anche degli obbligazionisti, fino ad arrivare ai depositanti di somme superiori ai 100 mila euro.

Questa disposizione sul divieto di “bail out” ha ridotto in maniera drastica l’impiego dei risparmi delle famiglie in Obbligazioni bancarie, che infatti è passato dai 389 miliardi di euro del marzo del 2012, un ammontare pari al 10,2% della loro ricchezza finanziaria agli appena 40 miliardi di euro che sono stati registrati a settembre dell’anno scorso, un ammontare pari allo 0,8% della loro ricchezza finanziaria: insomma, è stato un terremoto che ha penalizzato fortemente il sistema bancario.
C’è un ulteriore aspetto da mettere in luce: le detenzioni di titoli di Stato italiani da parte di operatori stranieri, Banche o Fondi di investimento, sono spesso condizionate da fattori che nulla hanno a che vedere con la solidità dei titoli stessi o con le prospettive dell’economia italiana.

Durante i lunghissimi mesi della crisi dell’euro, oltre due anni, non solo si registrarono consistenti vendite di titoli italiani da parte di operatori stranieri che li avevano in portafoglio, vendite che erano motivate dalla necessità di fare cassa per coprire altre perdite, ma anche i mancati rinnovi di consistenti prestiti interbancari che le banche italiane avevano contratto all’estero per fare provvista: ne derivò da una parte il crollo del valore dei titoli di Stato, con il conseguente repentino aumento dei tassi di interesse e dunque dello “spread” sul Bund, e dall’altra parte la restrizione del credito interno. Le banche italiane chiedevano infatti il rientro immediato dei crediti che avevano erogato alle imprese “fino a revoca” per poter rimborsare a loro volta i prestiti che non erano stati rinnovati.
Ridurre la dipendenza dall’estero, sia in termini di minori sottoscrizioni di debito pubblico che di prestiti interbancari, significa ridurre i fattori di rischio esogeno, i cosiddetti spillover delle crisi che colpiscono altri Paesi o altri sistemi finanziari.

E’ positivo dunque il fatto che le famiglie italiane abbiano ripreso ad investire in titoli di Stato: non è un elogio a favore dell’autarchia finanziaria, ma una considerazione fondata sulla sana prudenza.
Ognuno badi ai guai propri.