Dalla costruzione di asili nido all’ammodernamento delle ferrovie, passando per la riforma del sistema giudiziario: la quota italiana del fondo europeo post-pandemia - 194 miliardi di euro - avrebbe dovuto imprimere una spinta «irripetibile» a un’economia da troppo tempo in affanno. Ma mentre si avvicina la scadenza per l’utilizzo di prestiti e sussidi, l’economia italiana rimane debole, alimentando così un dibattito sempre più acceso su cosa abbia davvero prodotto questo ambizioso pacchetto di investimenti legati alle riforme. «Alla fine dei conti, ci troviamo in una situazione in cui abbiamo un debito più alto e si sono registrati progressi molto scarsi sulle riforme serie», afferma l’economista Tito Boeri, coautore di un libro sul programma finanziato dall’UE intitolato “PNRR. La grande abbuffata”, la cui copertina ritrae banconote da 20 euro che bruciano. «Non sto dicendo che tutti i soldi siano stati sprecati», precisa Boeri, già presidente dell’INPS. «Ma non abbiamo migliorato il potenziale di crescita. E dato che avevamo già un debito elevato, questo è un problema serio».
L’Italia è il principale beneficiario del Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza (RRF) dell’UE, dotato di 577 miliardi di euro e istituito nel 2021: uno sforzo di indebitamento comune senza precedenti per rilanciare le economie degli Stati membri dopo lo shock della pandemia di Covid-19. Roma e Bruxelles sono entrambe interessate a presentare l’Italia come un caso di successo.
Presentato come «trasformativo» quando fu approvato sotto l’allora presidente del Consiglio Mario Draghi, il piano di spesa italiano era accompagnato da traguardi di riforma pensati per affrontare debolezze strutturali di lungo corso: una pubblica amministrazione inefficiente, tribunali lenti, bassa partecipazione di donne e giovani al mercato del lavoro.
Il programma, composto da 72 miliardi in sussidi e dalla restante parte in prestiti a basso interesse - il cosiddetto PNRR - è stato però rivisto sei volte, mentre Roma faticava a centrare gli obiettivi e l’inflazione innescata dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 faceva lievitare i costi delle opere pubbliche. Stefano Firpo, ex alto funzionario ministeriale che ha contribuito alla stesura del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza originale, ha dichiarato che circa il 70 per cento degli obiettivi è stato modificato almeno una volta dopo che Giorgia Meloni è diventata presidente del Consiglio nel 2022. «Il piano che è in esecuzione oggi è qualcosa di completamente diverso rispetto a quello approvato nel 2021», ha detto Firpo, ora direttore generale di Assonime, l’associazione delle società per azioni con sede a Roma. «In molti di questi progetti, quando si chiede a cosa siano stati destinati questi soldi, la risposta è piuttosto nebulosa». Marco Leonardi, che è stato uno dei principali consiglieri economici di Draghi durante il suo mandato da premier e oggi è professore di economia all’Università degli Studi di Milano Statale, ha sottolineato come Bruxelles sia stata sorprendentemente indulgente nell’approvare le ripetute richieste di modifiche del nuovo governo. «La Commissione europea è stata comprensiva sotto molti aspetti», ha detto Leonardi. «Non è stata molto rigorosa nei controlli. Mi sarei aspettato un comportamento molto più severo. Invece, la Commissione ci ha lasciato fare quello che volevamo».
I funzionari della Commissione respingono le critiche secondo cui il piano italiano sarebbe stato significativamente ridimensionato per consentirle di raggiungere i suoi obiettivi e permettere l’erogazione dei fondi entro la fine di quest’anno - condizione imposta dai Paesi contrari all’emissione di ulteriore debito comune europeo per dare il proprio via libera al programma. «Una riscrittura del piano non è necessariamente una riduzione dell’ambizione: è un cambiamento di strategia», ha dichiarato un funzionario dell’UE. «Se riscrivo il piano, non sto necessariamente facendo meno. Sto facendo qualcosa di diverso».
L’Italia ha ottenuto nove delle sue dieci rate - per un totale di 166 miliardi di euro - che il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti ha recentemente presentato come prova che Roma ha «superato le debolezze strutturali che hanno frenato l’Italia per decenni».
Ma a fine 2025 l’Italia aveva speso soltanto il 57 per cento della sua dotazione complessiva, secondo i dati Eurostat. «Il governo non è trasparente su come sono stati spesi i soldi, né su quanti ne rimangano», osserva Leonardi. «Non vogliono restituire i miliardi rimasti sul tavolo, per ragioni politiche».
La maggior parte degli economisti concorda sul fatto che, senza i fondi europei, l’Italia sarebbe probabilmente scivolata in recessione lo scorso anno. Eppure le performance macroeconomiche rimangono nel migliore dei casi deludenti: il Paese è indietro rispetto alla gran parte del resto d’Europa, compresi i partner mediterranei come Spagna e Grecia. Il PIL italiano è cresciuto dello 0,5 per cento nel 2025 - tra i valori più bassi in Europa - e le previsioni indicano una crescita sostanzialmente analoga per quest’anno e per il prossimo.
Nel frattempo, il rapporto debito/PIL è salito da poco meno del 134 per cento nel 2023 a oltre il 137 per cento a fine 2025, con una previsione che lo porta al 138,5 per cento per quest’anno - quando l’Italia supererà la Grecia diventando l’economia più indebitata dell’Unione europea.
Boeri, professore di economia all’Università Bocconi di Milano, ritiene che il PNRR fosse «eccessivamente ottimistico» e «del tutto irrealistico» fin dall’inizio, considerando il pessimo storico dell’Italia nell’utilizzo dei fondi europei. Le riforme erano «assolutamente necessarie», ma sono state «mal progettate», senza tenere conto della resistenza inevitabile e delle scadenze stringenti. «Anche l’amministrazione più efficiente avrebbe trovato difficile attuarle», ha detto.
I critici sostengono che il piano originale fosse troppo frammentato, con piccoli investimenti dispersi tra un’infinità di soggetti. Alcuni erano di dubbia utilità: una tettoia solare per animali randagi, un ippodromo o stadi di calcio a Firenze e Venezia, poi bocciati da Bruxelles.
Dopo l’insediamento, il governo Meloni ha trascorso quasi un anno a passare in rassegna i progetti nel tentativo di eliminare le spese «inutili». A seguire sono arrivate ulteriori revisioni, con obiettivi «semplificati» per renderli più facili da raggiungere.
Un esempio: un programma da 4,4 miliardi di euro sul mercato del lavoro puntava a incrementare l’occupazione aiutando 800.000 lavoratori disoccupati, in cassa integrazione o in altre condizioni di vulnerabilità a riqualificarsi per i settori dell’energia verde e del digitale. Inizialmente, i beneficiari erano tenuti a completare un corso di formazione, trovare un impiego o dimostrare in altro modo un miglioramento delle proprie prospettive occupazionali. Ma in seguito la definizione è stata allentata, richiedendo solo la prova dell’«iscrizione» a un programma formativo.
I funzionari dell’UE difendono le modifiche, spiegando che le erogazioni si erano arenate in valutazioni «parola per parola», generando blocchi per «ragioni formali».
In una sesta revisione l’anno scorso, Roma e Bruxelles hanno concordato un escamotage per consentire all’Italia di spendere alcuni fondi oltre il 2026 su investimenti come la costruzione di residenze universitarie, la diffusione della banda larga nelle aree remote, lo sviluppo di parchi solari e il sostegno all’imprenditoria femminile. La soluzione prevede che l’Italia destini almeno 7 miliardi in appositi strumenti finanziari collegati ai progetti, per evitare che i fondi decadano entro fine anno. Il ministero dell’Economia ha dichiarato che la soluzione si è resa necessaria per ovviare a uno «squilibrio» tra i piani ambiziosi e i tempi ristretti di attuazione.
Grazie a queste proroghe, Roma potrebbe ancora riuscire a ottenere un rendimento più soddisfacente dai fondi del PNRR.
«Se immetti denaro nell’economia, un impatto lo hai», ha osservato Veronica De Romanis, autrice di L’economia della paura. Perché conservando si arretra, saggio sulla politica economica italiana. «La domanda è: si tratta di un impatto duraturo? Qualcosa è successo, ma non è stato grande quanto ci si aspettava».
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