Che questo sia il governo della svendita è ormai assodato.
Dopo la grande ondata delle prime privatizzazioni italiane ad inizio anni ’90, sotto la guida attenta e scrupolosa degli interessi privati, dell’allora direttore generale del Tesoro Mario Draghi, oggi sembra essere tornato in voga svendere direttamente o indirettamente aziende di proprietà dello Stato.
Ed in effetti, il ministro dell’Economia Giorgetti, già ministro proprio nel governo Draghi, proprio qualche settimana fa ha dichiarato che gli obiettivi di piazzare il patrimonio pubblico sul mercato per circa 20 miliardi in 3 anni sono più che raggiungibili.
Va dato sicuramente atto al governo di aver tenuto (finora) fede ai suoi pessimi intenti. Nel recente passato, infatti, un po’ tutte le maggioranze per far quadrare i conti – su carta – avevano inserito cifre fantasmagoriche dalla vendita dei beni di famiglia. Avendo però la dignità di non dare atto a quanto dichiarato, o per lo meno non nell’importo dichiarato.
Ha fatto discutere la vendita delle quote di MPS, vincolate anche ad una decisione concordata con la UE certo, ma non era questo il governo che doveva finalmente stravolgere i rapporti con la UE? Ed invece ha ceduto il 25% della banca senese per 920 milioni. Stato che per quelle quote, considerando tutti gli aumenti di capitale, aveva speso decine di miliardi, negli ultimi anni. Invece, averne recuperato meno di uno sembra esser stata una grande vittoria. Ed ora si vocifera di una ulteriore cessione del 10% proprio quando il cda ha deciso che per il 2024 punta a distribuire agli azionisti il 50% degli utili netti; che nel 2023 sono stati oltre 2 miliardi.
Insomma, in un solo anno lo stato avrebbe incassato oltre la metà di quanto ottenuto vendendo il 25% delle quote. Perché la logica delle privatizzazioni è sempre questa: perdere pezzi di industria che portano valore. Guadagnare qualcosa sul brevissimo periodo (per far vedere quanto si è bravi a ridurre il debito) autocastrandosi il futuro.
Un caso simile è quello di Poste Italiane, il colosso della corrispondenza sempre più attivo negli ultimi anni anche nel comparto finanziario ed assicurativo. Con un fatturato di oltre 11 miliardi ed un profitto di quasi 2 miliardi l’anno, anche per questa partecipata il governo ha previsto un decreto che da la possibilità di mettere sul mercato fino al 29% della compagnia. Lungimiranti.
Simile operazione si pensa per Ferrovie dello Stato ed addirittura si è vociferato di una cessione parziale delle quote dell’ENI, poi fortunatamente smentita perchè senza l’ENI non esisterebbe gran parte della politica estera del nostro paese. Per non parlare dell’operazione di cessione della rete TIM o della disastrosa vendita di Ita (la ex Alitalia) al competitor tedesco Lufthansa. Insomma, la lista è lunga.
Ma le cessioni non sempre sono dirette. Molto più spesso avvengono per il tramite delle società controllate. Per esempio, la scorsa settimana i nuovi vertici di ENEL, ovviamente assieme al governo, si congratulavano della cessione del 49% di Enel Libra Flexsys al fondo di investimento Sosteneo.
La società del gruppo si occupa di realizzazione di batterie per lo stoccaggio di energia, con ben 23 progetti di stoccaggio per ina capacità totale di 1,7 gigawatt. Insomma, nell’epoca della cosiddetta transizione ecologica, che possiamo anche definire come transizione verso l’import cinese, il timone in mano pare debba essere sempre dei privati e sempre meno dello stato.
A questo punto verrebbe da domandarsi di quanti gioielli siamo ancora in possesso, prima che il governo li svenda tutti per farci due spicci.
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