Le Amministrazioni Centrali italiane hanno 3.283.150 mld di euro di passività finanziarie e 482.868 mld di euro di attività finanziarie. Praticamente lo Stato centrale sta bruciando ricchezza finanziaria per un ammontare di 2.800 mld di euro.
Se si considera il patrimonio immobiliare italiano la situazione migliora ma rimane sempre negativa (dati 2024) come riportato da Istat e Banca d’Italia:
“Alla fine del 2024 la ricchezza netta delle amministrazioni pubbliche è risultata negativa per 1.522 miliardi di euro, in peggioramento rispetto al 2023 per effetto della crescita delle passività (+3%), mentre le attività sono rimaste sostanzialmente stabili. Nel confronto internazionale, il rapporto tra la ricchezza netta delle amministrazioni pubbliche e il Pil nel 2024 è peggiorato solo in Italia e in Francia.”
Colpa del neoliberismo di metà anni ’80 che ha portato alle successive privatizzazioni escludendo lo stato italiano dall’economia reale e dalla Borsa? In realtà lo Stato italiano è azionista per 150 mld di euro tra partecipazioni in azioni quotate e non quotate. Dei titoli italiani quotati deteneva a fine 2025 una cifra di 41,85 mld di euro, praticamente il 4,42% della capitalizzazione di borsa! I 148,828 mld di euro di partecipazioni rappresentano il 31% del totale delle attività finanziarie dello Stato ed il 6,6% del Pil 2025, un valore ragguardevole!
Azioni e altre partecipazioni
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Ovviamente nella voce “Azioni e altre partecipazioni” sono presenti anche le società pubbliche o a partecipazione statale, di cui molte quotate a Piazza Affari. Due osservazioni importanti:
1) Le agenzie di rating dovrebbero considerare, oltre al Pil per ripagare gli interessi e il capitale a scadenza, la solidità patrimoniale di un paese, quindi il patrimonio netto. Nel caso italiano è sì negativo ma come valore è circa metà del debito pubblico.
2) Il turbocapitalismo lo subiamo, come dimostrano le big tech USA, la nostra realtà produttiva è molto piccola e non quotata, con partecipazione dello Stato che in alcune aziende è importante e strategica. Come fa un’economia a crescere e competere in maniera sana se le imprese sono micro-nano e non investono per crescere per paura di perdere la proprietà preferendo fare uso delle garanzie pubbliche tramite le banche? Non c’è concorrenza, ma ci sono i sussidi alle imprese, non c’è mercato dei capitali ma c’è l’esiguo credito bancario, non c’è crescita e investimento ma status quo. In Italia lo Stato investitore la fa da padrone, tenendo a bada uno sviluppo tecnologico e sui servizi fondamentale per competere sui mercati globalizzati.
Banca d’Italia ha acceso un faro sulle garanzie pubbliche, Confindustria sulla desertificazione industriale…e ancora sento in giro gente lamentarsi del turbocapitalismo italiano, assurdo e surreale, riderci sopra per non piangerci addosso!