Il rimbalzo dei mercati dopo l’annuncio di una tregua, è un fenomeno che si ripete spesso nei momenti di tensione geopolitica. Tuttavia, per comprenderlo davvero, è necessario andare oltre le narrazioni e guardare ai dati concreti. Nel caso recente della tregua tra Stati Uniti e Iran, i numeri raccontano una storia solo apparentemente rassicurante.
Nelle ore successive all’annuncio, l’indice S&P 500 è salito del 2,5%, recuperando quasi completamente le perdite accumulate nei giorni iniziali del conflitto. In termini assoluti, si tratta di un ritorno a meno dell’1% dai livelli precedenti all’escalation militare. Questo movimento segnala che gli investitori stanno prezzando una rapida normalizzazione, nonostante gli eventi sul campo suggeriscano il contrario.
Anche il mercato obbligazionario offre indicazioni importanti. Il rendimento del titolo di Stato americano a 10 anni è tornato intorno al 4,2%, in linea con i livelli di febbraio, dopo essere sceso temporaneamente sotto il 4% durante le fasi più acute della crisi. Al contrario, il rendimento a 2 anni è rimasto stabile attorno al 4,7%, indicando che le aspettative su inflazione e politica monetaria restano elevate nel breve periodo.
Questo divario tra breve e lungo termine riflette una revisione delle attese sulla Federal Reserve. Prima del conflitto, i mercati scontavano fino a tre tagli dei tassi entro fine anno. Oggi, le probabilità implicite sono scese: meno di due tagli attesi, segno che la guerra ha riportato realismo nelle aspettative.
Il dato più rilevante resta però quello legato al prezzo del petrolio. Dopo un calo iniziale del 4-5% nel giorno della tregua, il greggio resta comunque circa il 30% sopra i livelli precedenti al conflitto. Se prima della crisi il prezzo si aggirava intorno ai 75 dollari al barile, oggi si mantiene stabilmente sopra i 95 dollari. Questo aumento ha effetti diretti sull’economia globale: ogni incremento di 10 dollari al barile può ridurre la crescita del PIL mondiale di circa 0,2 punti percentuali e aumentare l’inflazione di circa 0,1-0,2 punti.
Il problema principale è che anche in caso di pace stabile, il ritorno alla normalità non è immediato. Il traffico nello Stretto di Hormuz, attraverso cui passa circa il 20% del petrolio mondiale, richiede mesi per tornare ai livelli standard. Ritardi nelle assicurazioni marittime, danni alle infrastrutture e carenza di equipaggi contribuiscono a mantenere i prezzi elevati.
In questo contesto, il rischio di stagflazione rimane concreto. Con prezzi energetici elevati e crescita economica rallentata, si crea una combinazione difficile da gestire per le banche centrali. Attualmente, l’inflazione negli Stati Uniti si mantiene intorno al 3%, ancora sopra l’obiettivo del 2%, mentre il tasso di disoccupazione resta basso, vicino al 4%. Questo limita lo spazio di manovra per eventuali tagli dei tassi.
Un aspetto curioso emerso durante la crisi riguarda l’ipotesi di utilizzare bitcoin per pagare eventuali pedaggi nello Stretto di Hormuz. L’idea nasce dal tentativo di aggirare le sanzioni internazionali, ma presenta limiti evidenti. Ogni transazione sulla blockchain è tracciabile, e per essere utilizzati concretamente, questi fondi devono essere convertiti in valute tradizionali, passando inevitabilmente per il sistema finanziario globale.
Inoltre, il mercato delle criptovalute non ha mostrato reazioni particolarmente significative: il prezzo del bitcoin è rimasto relativamente stabile, oscillando tra i 60.000 e i 65.000 dollari durante la crisi. Questo indica che, almeno per ora, non viene percepito come un vero rifugio alternativo nei momenti di tensione geopolitica.
Il rimbalzo appare più come una reazione emotiva che come una valutazione razionale dei rischi. I mercati stanno ignorando segnali importanti: un petrolio ancora caro, aspettative di inflazione persistenti e un contesto geopolitico fragile. I numeri mostrano chiaramente che la situazione è tutt’altro che risolta.