Il destino dell’Africa che l’Europa dimentica

Guido Salerno Aletta

13/04/2024

Mentre l’Africa si apre al futuro, a sempre nuove forme di sviluppo e di collaborazione internazionale, l’Europa ripiomba indietro, ai tempi della Guerra Fredda.

Il destino dell’Africa che l’Europa dimentica

L’Africa è ormai una sconosciuta: ancor più che miope, l’Europa ha gli occhi davvero chiusi su quanto sta accadendo in questo gigantesco e complesso Continente, in cui per secoli aveva esercitato il proprio potere coloniale.

Mentre si susseguono i colpi di Stato, ben nove dal 2020, e nuove elezioni si svolgeranno nel corso di quest’anno coinvolgendo centinaia di milioni di persone in diciotto Paesi, si delineano equilibri politici sempre più distanti dall’influenza europea: a Bruxelles si pensa solo a disegnare un futuro dell’Unione come una sorta di fortezza pronta a respingere gli attacchi di una Russia tornata bellicosa come ai tempi dell’URSS in un contesto in cui con esiste più quella divisione delle sfere di influenza tra Est ed Ovest che era stato definito a Yalta.
Il sostegno dato all’Ucraina nella guerra che Kiev combatte per riconquistare i territori sottratti dalla Russia, a cominciare dalla Crimea, delinea una strategia di riarmo generalizzato nella prospettiva di coordinare le forze armate nazionali in una sorta di Esercito europeo sotto la guida della Francia, in vista di un disimpegno americano che si delinea sempre più probabile, soprattutto dopo che il Congresso Americano ha bloccato gli ultimi aiuti promessi dal Presidente Biden per 60 miliardi di dollari: il sostegno fermo ed incrollabile a Kiev si è ormai dissolto come neve al sole.

A Washington, infatti, i Repubblicani si sono messi di traverso: sostengono che l’America non possa limitarsi ad aiutare l’Ucraina nel difendere ad ogni costo i propri confini dalla Russia che da anni ne ha invaso il territorio, a cominciare dalla Crimea, quando si assiste inerti alla invasione di decine di migliaia di immigrati clandestini che ogni anno attraversano impunemente le frontiere col Messico. E’ un costo sociale, prima ancora che economico e politico, che ritengono ormai insostenibile: bisogna ricominciare ad usare il pugno di ferro per avviare una campagna di espulsioni.
In Europa, caduto il Muro di Berlino e riunificata la Germania, sono venuti meno senza alcun clamore i regimi comunisti dei Paesi dell’Est, mentre l’URSS si è sbriciolata ai suoi margini esterni perdendo ben tredici Paesi che si dichiararono sovrani ed indipendenti rispetto a Mosca: Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Kirghizistan, Uzbekistan, Armenia Nagorno-Karabakh, Tagikistan, Armenia, Azerbaigian, Turkmenistan, Repubblica cecena di Ichkeria, Ossezia del Sud e Kazakistan.

La Nato si è estesa progressivamente: Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia riuscirono a ottenere l’adesione all’alleanza nel 1999, così come poté avvenire il processo che nei cinque anni successivi portò Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia. Da ultimo, Svezia e Finlandia hanno dato la loro adesione all’Alleanza Atlantica: fatte salve la Bielorussia e la stessa Ucraina, la Russia è completamente circondata nel fronte che va dal Mar Baltico al Mar Nero.
L’Africa si allontana dall’Europa: l’Algeria intrattiene rapporti sempre più stretti con Russia e Cina; la Libia è dilaniata da una guerra civile mai superata, con Tripoli e Tobruk che si sono rispettivamente allineate militarmente con la Turchia e con la Russia; l’Egitto e l’Etiopia sono divenuti membri a pieno titolo del Gruppo dei BRICS che è arrivato ad un formato a dieci Paesi, essendosi esteso dal 1° gennaio di quest’anno anche all’Arabia Saudita, all’Iran ed agli Emirati Arabi Uniti, mentre l’Argentina del neo Presidente Xavier Milei ha rinunciato a formalizzare l’adesione che pur era stata richiesta in precedenza.
La fascia dell’Africa sub-sahariana, che nella sua componente occidentale era stata nell’orbita della Francia si è resa sempre più autonoma. Dal 2020 l’ECO ha sostituito il franco CFA, che si era adottato dalla Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale (CEMAC) e dalla Unione economica e monetaria ovest-africana (UEMOA).

La Francia è stata progressivamente esautorata come punto di riferimento politico e culturale dalle sue ex-Colonie e l’Algeria userà prossimamente l’inglese, e non più il francese, come seconda lingua. E’ un altro smacco, per Parigi, dopo i colpi di Stato in Mali, Burkina Faso e Niger che hanno determinato la fine della presenza delle truppe francesi a cui in passato era stato chiesto di coadiuvare i rispettivi eserciti nella lotta all’ISIS: nell’agosto del 2022, dopo ben nove anni, sono andate via dal Mali; nell’aprile del 2023 hanno completato il ritiro dal Burkina Faso; e nel dicembre del 2023 quello dal Niger.
Non solo i rapporti tra Niger e Benin si sono irrigiditi, dopo che quest’ultimo Paese aveva offerto collaborazione alla CEDEAO (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale) per procedere ad una eventuale azione militare volta a ribaltare la giunta militare che aveva preso illegittimamente il potere in Niger, ma anche quest’ultima organizzazione sta progressivamente perdendo presa: già quattro Paesi la hanno abbandonata, a cominciare dalla Mauritania nel 2000, col Mali nel 2021, il Burkina Faso nel 2022 e lo stesso Niger nel 2023. Nel marzo scorso, questi ultimi tre Paesi hanno costituito tra di loro una “Alleanza degli Stati del Sahel” al fine di coordinare i rispettivi sforzi militari volti a contrastare l’ISIS, non potendo più contare sul contributo della Francia che nonostante la sua presenza pluridecennale non è riuscita a sradicare questa organizzazione para-terroristica.

L’ISIS è divenuto una componente sempre più radicata dal punto di vista socio-culturale, ancor più che sul piano del credo musulmano. L’assistenza ai bisognosi è infatti un pilastro della attività che l’ISIS svolge nelle periferie e nelle aree più disagiate del Continente africano, proponendosi come una vera e propria organizzazione comunitaria alternativa al sistema amministrativo statuale: la lotta alla corruzione che dilagherebbe nel sistema diventa così una chiave fondamentale per alimentare la rivolta politica. Le giunte militari che hanno preso il potere con la forza devono solo combattere una guerriglia contro l’ISIS sul piano militare, ma soprattutto riconquistare la fiducia delle popolazioni che sentono di essere state abbandonate e soprattutto tradite.
Mentre l’Africa avrebbe bisogno di prospettive concrete di sviluppo economico, assiste invece alla fuga di centinaia di migliaia di giovani che ogni anno emigrano in Europa attratti dai miraggi del benessere.
In Senegal, le elezioni di fine marzo hanno portato alla elezione del principale candidato dell’opposizione, Bassirou Diomaye Faye, 44 anni, esponente del partito Patrioti africani del Senegal per il lavoro, l’etica e la fratellanza (Pastef), che ha battuto contro ogni pronostico l’ex premier Amadou Ba, 62 anni, in rappresentanza della coalizione governativa BBY.

In Ciad, le prossime elezioni potrebbero segnare la fine di una dinastia al potere ininterrottamente da decenni, con il giovane generale Mahamat Idriss Deby, che si ricandida dopo aver assunto nell’aprile del 2021 la Presidenza dello Stato alla morte del padre Idriss, e dopo aver dovuto procedere il 1° gennaio scorso alla nomina di Succès Masra, uno dei più vivaci oppositori del regime, a primo ministro di un governo di transizione.
In questi giorni, le visite di Stato in Costa d’Avorio ed in Ghana da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella segnalano una ritrovata attenzione verso il Continente africano, rispetto a cui il governo della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha da tempo elaborato il cosiddetto “Piano Mattei”, ispirato ad una cooperazione paritaria: è un approccio ancora solitario, volontaristico, completamente diverso da quello adottato finora dall’Unione europea, che sostanzialmente mira a coinvolgere i Paesi africani nei propri progetti di cooperazione tra i Paesi aderenti all’Unione, attraverso un partenariato sostanzialmente subalterno.

Mentre l’Africa si apre al futuro, a sempre nuove forme di sviluppo e di collaborazione internazionale, l’Europa ripiomba indietro, ai tempi della Guerra Fredda.