Rappresenta un’importante componente del Prodotto interno lordo e il suo andamento è monitorato con estrema attenzione, tuttavia vale molto meno rispetto a quanto “pesava” anche solo pochi decenni fa. La manifattura italiana, come in generale quella europea, è in contrazione.
Per risollevarne le sorti c’è l’Industrial accelerator act, la proposta di regolamento della Commissione europea che ha l’obiettivo di accrescere la capacità industriale dell’Ue e, allo stesso tempo, limitare la dipendenza dai fornitori extraeuropei. L’impresa non è facile e per l’Italia sembra una missione ancora più complicata dato che, oltre a ritrovarsi dietro alla Germania, sta esprimendo una manifattura che vale meno, in rapporto al PIL, anche al confronto con Paesi a minore tradizione industriale.
Un fenomeno globale
C’è da premettere che, più che europeo, il calo del peso della manifattura sul PIL è in realtà un fenomeno globale, determinato dalla forte crescita dei servizi e dalle trasformazioni tecnologiche avvenute negli ultimi trent’anni. Ci muoviamo sempre di più verso i servizi (finanza, tecnologia, turismo), attraverso la cosiddetta terziarizzazione dell’economia. Rispetto al passato, oggi i servizi generano molto più valore aggiunto e settori come software, consulenza e piattaforme digitali crescono molto rapidamente.
Come cala il peso della manifattura
Secondo i dati della Banca Mondiale, verso la fine degli anni ’90 a livello globale la manifattura rappresentava circa il 19% del PIL del mondo. Si tratta di un valore mai più raggiunto: da allora, infatti, il peso di questa componente ha iniziato a scendere e oggi vale circa il 15%. Per avere un’idea, basti pensare che perfino la Cina, che da tempo si è guadagnata la fama di “fabbrica del mondo”, nei primi anni 2000 otteneva dalla manifattura circa un terzo del proprio PIL, mentre oggi poco più di un quarto (comunque a livelli nettamente superiori alla media mondiale).
L’Italia al confronto con Germania e Francia
All’inizio degli anni ’90 in Italia la manifattura rappresentava circa il 20% del PIL. Da allora è partita una lenta ma continua discesa, che ha portato la quota a toccare il minimo (14%) nel 2009, prima di una piccola risalita verso il 15% attuale (dato del 2024). Dinamiche simili sono state osservate anche negli altri principali Paesi europei. In Germania nel 1990 la manifattura assicurava il 25% del PIL, passato al 17% nel 2009 e salito poi al 18% negli ultimi anni. Se si osserva il grafico, il peso della manifattura tedesca rispetto al PIL tedesco è sempre stato superiore a quello della manifattura italiana sul Pil Italiano, anche se a metà anni ’90 i valori si erano quasi allineati. Discorso diverso va fatto invece per la Francia, che partendo più indietro rispetto a Italia e Germania ha anche subito un calo consistente, passando da una manifattura che garantiva il 16% del PIL nel 1990 al 10% attuale.
Il peso della manifattura sul Pil
Andamento del valore della manifattura in Italia, Germania e Francia rispetto al Prodotto interno lordo
L’Industrial accelerator act
Veniamo quindi all’Industrial accelerator act, il piano con cui Bruxelles intende risollevare le sorti della manifattura europea. Secondo la Commissione, nel 2024 il settore manifatturiero ha rappresentato il 18,3% dell’occupazione all’interno dei Paesi dell’Unione e il 14,3% del PIL totale dell’Ue. Nonostante un’importanza economica costante, la quota sul PIL oggi è nettamente più bassa al confronto con quella espressa in passato (nel 2000 valeva oltre il 17%). Nel documento di proposta del regolamento, la stessa Commissione parla di una vera e propria «regressione», che individua non solo «una realtà economica, ma anche un segnale di allarme strategico, con potenziali ripercussioni strutturali sulla prosperità e la coesione sociale dell’Ue». Solo per citarne alcuni, gli esempi emblematici di questa regressione nel nostro Paese sono naturalmente il crollo della produzione automotive e la crisi dell’ex ILVA di Taranto.
Con l’Industrial accelerator act l’Ue vuole invertire la tendenza fissando un obiettivo ambizioso: entro il 2035 il settore manifatturiero europeo deve rappresentare il 20% del Pil dell’Ue. Il target dovrebbe essere raggiunto «accelerando le procedure di autorizzazione per tutti i progetti manifatturieri e fornendo una serie di strumenti per garantire l’accesso al mercato unico europeo in modo da prevenire dipendenze strategiche, creare posti di lavoro nel settore, promuovere la decarbonizzazione e le prestazioni climatiche e garantire l’accesso dei cittadini e delle imprese europee a beni e prodotti essenziali in ogni momento».
Le incognite sull’Italia
Nel caso dell’Italia ci sarebbe da colmare uno scarto di cinque punti percentuali. Con il 15% di peso della manifattura sul PIL l’Italia è leggermente al di sopra della media, ma è comunque dietro la Germania e soprattutto alle spalle anche di Paesi come la Repubblica Ceca, a circa il 20%, e la Danimarca al 18%, che tradizionalmente hanno espresso una minore capacità manifatturiera. A guardare l’andamento calante della produzione europea, i dubbi sulla possibilità di raggiungere gli obiettivi sono tanti e valgono non soltanto per l’Italia. Nel caso del nostro Paese, comunque, si rafforzano considerando le difficoltà legate al costo dell’energia}, notoriamente tra i più alti d’Europa.
Fonti