TikTok vietato nelle università USA, dietro c’è l’ombra della Cina

Walter Ferri

20 Gennaio 2023 - 17:29

TikTok finisce nuovamente nel mirino delle istituzioni americane: attaccato prima dal Governo, ora dalle università, il social inciampa in contrattempi.

TikTok vietato nelle università USA, dietro c’è l’ombra della Cina

TikTok è da più parti considerato il social del futuro. La comunicazione istituzionale, quella aziendale e la sfera giornalistica guardano con interesse allo strumento, il quale garantisce già oggi numeri e affluenze che fanno gola a tutte quelle voci che cercano di raggiungere il grande pubblico. Il futuro di TikTok è roseo, ma non mancano nubi all’orizzonte: nelle ultime settimane le istituzioni statunitensi hanno infatti bandito l’app e i divieti si stanno espandendo a macchia d’olio.

Gli screzi tra TikTok e USA

Nonostante il Governo stia imparando a guardare con diffidenza tutti i social media, TikTok ha finito con il catalizzare su di sé una quantità maggiore di attenzioni deleterie, almeno da parte della Casa Bianca. Gli attriti tra Stati Uniti e l’app sono ormai di vecchio corso e avevano già toccato un picco notevole durante l’Amministrazione Trump, anche perché, a differenza della concorrenza, la loro natura è più facilmente identificabile rispetto agli stilemi che solitamente accompagnano il settore della comunicazione. Riassumendo estremamente, TikTok è di proprietà di ByteDance, un’azienda cinese che secondo i legislatori americani si presterebbe al controllo di Beijing.

Le accuse mosse tendono a essere fumose. Si parla dell’eventuale passaggio di informazioni dei cittadini USA al partito comunista, ma anche del fatto che un simile strumento possa essere adoperato dal Paese orientale per far leva su strategie di soft power mirate a manipolare l’opinione e la sensibilità pubblica. L’esistenza di prove che dimostrino queste teorie è opinabile, ma sono comunque emersi indizi che evidenziano come la gestione del tutto sia effettivamente torbida: nonostante TikTok abbia fatto di tutto per dare l’impressione che a prescindere dalle proprie origini asiatiche l’infrastruttura fosse fieramente incentrata sul territorio statunitense, sono emerse testimonianze che affermano il contrario, in più diversi elementi rivelano che i dati legati all’applicazione siano stati adoperati in maniera impropria per spiare i giornalisti.

Nonostante simili informazioni siano innegabilmente scandalose, le manovre del social si inseriscono in un ecosistema digitale che per sua stessa natura è malsano. Il traffico di dati europei alle Big Tech americane è per esempio al centro di un dibattito giuridico-politico estremamente caldo e la vigilanza dell’Unione Europea accusa gli USA di intavolare esattamente le stesse manovre manipolatorie che gli Stati Uniti recriminano a Beijing. Una posizione che trova riscontro nel fatto che in passato sia stata identificata una campagna propagandistica pro-america che aveva l’obiettivo di plasmare l’opinione pubblica delle nazioni mediorientali. Impermeabile al paradosso, la Casa Bianca tutela nondimeno i propri obiettivi politici e TikTok torna a essere il nemico numero uno del digitale.

Prima le agenzie, ora le università

L’ultima ondata di dissapori tra gli Stati Uniti e il social cinese ha avuto inizio all’alba dello scorso dicembre, quando il Governatore Greg Abbott si è assicurato per legge che i telefoni istituzionali del Texas non potessero scaricare o utilizzare l’app in questione. A seguito di quell’intervento, i colleghi del politico hanno iniziato ad assumere una posizione ostile nei confronti di ByteDance e a distanza di poche settimane lo stesso Presidente Joe Biden ha provveduto a bandire TikTok da tutti gli smartphone governativi. Nel frattempo, il direttore dell’FBI Christopher Wray ha identificato nel social un potenziale pericolo per la Democrazia e le agenzie pubbliche hanno iniziato ad adottare soluzioni draconiane al fine di estendere il divieto presidenziale anche a tutti coloro che, pur non essendo legislatori, operano nelle sedi istituzionali.

Si tratta di un allarme di natura perlopiù politica, tuttavia la Casa Bianca ha adottato una posizione tanto marcata ed esplicita che tutte le organizzazioni a stelle e strisce si ritrovano ormai a fare i conti con uno strumento che è descritto dall’Intelligence come una bomba a orologeria dello spionaggio. Ecco dunque che le Università pubbliche dell’Alabama, dell’Arkansas, della Florida, della Georgia, dell’Idaho, dell’Iowa, dell’Oklahoma, del South Dakota e del Texas hanno deciso di agire autonomamente per porre un freno alla diffusione di TikTok all’interno dei loro campus. Ogni realtà ha adottato policy di diversa natura e portata, eppure le amministrazioni si sonoassicurate di “debellare” la potenziale insidia dai sistemi informatici fissi o mobili delle varie accademie, con alcune che sono arrivate a inserire l’app nella lista nera dei loro servizi scolastici di Wi-fi. In altre parole, gli studenti non potranno postare o visionare contenuti se non utilizzando il proprio traffico telefonico, cosa che, considerando i piani tariffari degli Stati Uniti, potrebbe far lievitare le loro bollette telefoniche in maniera considerevole.

Possibili ripercussioni su scala globale

TikTok naviga ormai in cattive acque, ma denunciare la sua disfatta sarebbe decisamente prematuro. L’America del Nord rappresenta un mercato vitale per la prosperità dei social media, un divieto assoluto metterebbe dunque in ginocchio l’app cinese, tuttavia l’Amministrazione Biden non sembra intenzionata a perseguire una strada tanto estremista. Anzi, a ben vedere sta gestendo le sue preoccupazioni con un approccio decisamente più diplomatico e conservatore di quanto non aveva cercato di fare Donald Trump, il quale era pronto a “nazionalizzare” l’azienda facendola comprare sottocosto a industriali a lui vicini. Viene dunque facile credere che a un certo punto sarà trovata una quadra, un compromesso che andrà a soddisfare ambo le parti.

Detto questo, non si può neppure depennare del tutto la possibilità che gli antagonismi continuino a crescere lentamente, un panorama che andrebbe progressivamente a ledere il successo trionfale di TikTok, ridimensionandolo in favore di alternative che saranno quasi sicuramente di natura statunitense. Non riteniamo che, ora come ora, questo timore meriti di essere preso in considerazione seriamente da chi, dall’Europa, sta pianificando i piani comunicativi del suo prossimo futuro, nondimeno vale la pena mantenere l’attenzione ben accesa sull’argomento, così da intercettare ogni possibile evoluzione e agire di conseguenza.