I mercati hanno deciso. Trump terminerà presto il conflitto in Iran

R. F.

23/03/2026

Per Trump, chiudere la guerra non sarà una scelta diplomatica, ma una strategia di sopravvivenza politica. E il rimbalzo è in arrivo.

I mercati hanno deciso. Trump terminerà presto il conflitto in Iran

Una seduta borsistica sulle montagne russe, questa del 23 marzo 2026.

Allacciate le cinture. Il mercato azionario italiano apre con un bel -2% sulla scia dei mercati asiatici molto brutti nelle chiusure, soprattutto l’indice koreano KOSPI che chiude a -6,5% e il Nikkei che chiude con un bel -3,5%. Il petrolio WTI buca, alle ore 9:00, al rialzo nuovamente la soglia dei 100 dollari per il contratto consegna maggio 2026.

Peggiore l’apertura per il BTP a 10 anni che apre le contrattazioni con rendimento al 4,05%, rompendo la fatidica soglia del 4%, e male anche per il 30y, con il Btp 4,65% 2055 che rompe al ribasso la soglia di 100 e vale 99,50. Sui mercati valutari dollaro sempre più forte con EUR/USD scambiato a 1,1490, al di sotto di 1,15.

Ho subito pensato che sarebbe stato un nuovo bagno di sangue per le obbligazioni e per le azioni, oggi 23 marzo… ma il meglio doveva ancora venire…

Infatti, all’improvviso, alle 12:01 ecco un post su Truth da parte di Donald Trump:

“I AM PLEASE TO REPORT THAT THE UNITED STATES OF AMERICA,
AND THE COUNTRY OF IRAN, HAVE HAD, OVER THE LAST TWO DAYS, VERY
GOOD AND PRODUCTIVE CONVERSATIONS REGARDING A COMPLETE AND TOTAL RESOLUTION OF OUR HOSTILITIES IN THE MIDDLE EAST. BASED ON THE
TENOR AND TONE OF THESE IN DEPTH, DETAILED, AND CONSTRUCTIVE
CONVERSATIONS, WHICH WILL CONTINUE THROUGHOUT THE WEEK, I HAVE
INSTRUCTED THE DEPARTMENT OF WAR TO POSTPONE ANY AND ALL
MILITARY STRIKES AGAINST IRANIAN POWER PLANTS AND ENERGY
INFRASTRUCTURE FOR A FIVE DAY PERIOD”.

La sincronia tra mercati obbligazionari, mercati azionari e mercati valutari

Finalmente! Dopo tanta siccità, arrivava finalmente la pioggia a irrigare i terreni aridi dei mercati finanziari. Era quello che tutti volevano sentire. La rapidità e l’accelerazione del ribaltamento in positivo di tutti gli indici è stata impressionante. I mercati hanno subodorato la tregua tra USA e Iran. E impressionante è stata anche la sincronia tra mercati obbligazionari, mercati azionari e mercati valutari.

Si veda qui sotto il grafico orario preso da BLOOMBERG dell’indice FTSEMIB.

GRAFICO ORARIO INDICE FTSEMIB DEL 23 MARZO 2026 GRAFICO ORARIO INDICE FTSEMIB DEL 23 MARZO 2026 FONTE: BLOOMBERG

Anche i mercati obbligazionari rimbalzano pesantemente con prezzi dei bond governativi in risalita massiccia e rendimenti in picchiata: il BTP 10y scende fino al 3,88% nel giro di 2 minuti e con grossi volumi. Un benchmark per i mercati obbligazionari area euro è il future sul Bund giugno 2026 che ha uno scossone notevole alle 12:01, come potete vedere dal grafico orario BLOOMBERG qui sotto.

FUTURE SU BUND 10Y NELLA MATTINATA DEL 23 MARZO 2026 FUTURE SU BUND 10Y NELLA MATTINATA DEL 23 MARZO 2026 FONTE: BLOOMBERG

Naturalmente anche i future sul petrolio subiscono una inversione di tendenza piuttosto violenta con il WTI consegna giugno che crolla alle 12:02 in 20 secondi a 88 dollari barile dal livello di 100,50 dollari delle ore 8:00.
E anche il mercato dei cambi ha avuto uno scossone notevole, con il dollaro che apriva la seduta in area 1,1490 e alla notizia delle trattative USA-Iran rimbalza a 1,16 alle 12:03 come potete vedere dal grafico BLOOMBERG qui sotto.

CROSS EURO-DOLLARO ALLE ORE 12 DEL 23 MARZO 2026 CROSS EURO-DOLLARO ALLE ORE 12 DEL 23 MARZO 2026 FONTE: BLOOMBERG

Insomma, il mercato, anzi tutti i mercati erano molto stressati, erano come delle pentole a pressione avendo sotto il fuoco ardente della guerra, e non stavano aspettando altro che la notizia da Trump: la tregua appare non più come un miraggio ma come un evento molto vicino a realizzarsi.

Ma, come avevo già scritto nel mio articolo di inizio mese (vedi qui: Mercati, ecco perché l’attuale correzione è l’occasione migliore dei prossimi 5 anni), il costo politico per Trump di una guerra simile, che il popolo americano non avrebbe capito e che avrebbe pagato con un enorme rialzo del prezzo della benzina e del gasolio, sarebbe stato troppo alto in vista delle elezioni mid-term del 6 novembre 2026. La guerra con l’Iran sarebbe stata per forza breve, abbastanza breve da rendere la fiammata inflazionistica momentanea e non duratura.

La tempesta perfetta

Insomma, questa guerra – diciamolo francamente – stava creando una «tempesta perfetta» per l’amministrazione Trump, mettendo in rotta di collisione le sue promesse elettorali di «energia a basso costo» con la realtà di un conflitto che lui stesso aveva provocato, aveva accelerato. E senza l’autorizzazione del Congresso. E senza consultarsi con gli alleati della NATO. Un conflitto iniziato su ispirazione di Israele, che l’elettore americano avrebbe fatto fatica a capire.

Mettiamoci ora nei panni dei cittadini americani.

Il presidente Trump ha basato gran parte della sua narrazione economica del 2025 sul «One, Big, Beautiful Bill Act», una riforma fiscale che ha effettivamente aumentato i rimborsi medi di circa +750 $ per famiglia, sulle tasse pagate in eccesso nel 2025.
Rimborsi che i cittadini americani avrebbero ricevuto nella busta paga di aprile… e parliamo mediamente di circa 2000 dollari per ogni famiglia.

Tuttavia, l’attuale shock energetico sta trasformando questo successo militare in un autogol politico.

C’è prima di tutto l’effetto psicologico: ricevere un rimborso più alto rispetto agli altri anni e vedere che viene immediatamente «mangiato» dal benzinaio genera una frustrazione maggiore rispetto a non averlo mai ricevuto. L’elettore percepisce che il governo gli ha dato dei soldi con una mano, ma glieli ha tolti con l’altra (attraverso la politica estera bellicosa di Trump).

Non è roba da poco: la benzina che costava il 27 febbraio 3 dollari a gallone, dopo meno di un mese costa 3,95 dollari a gallone. Sono +95 cents di aumento in media sul territorio americano, ma ci sono anche punte di 5,8 dollari a gallone in California.

E poi c’è la inflazione da trasporto: poiché il gasolio è salito del 36% (molto più della benzina! Infatti costava 3,80 dollari a gallone il 26 febbraio e oggi 23 marzo si aggira in media a 5,20 dollari gallone, con punte di 6,5 dollari in California), i costi di logistica per cibo e beni di prima necessità stanno subendo un rialzo a catena.

Questo annulla i benefici fiscali non solo facendo il pieno di benzina alla pompa, ma anche una volta giunto alla cassa del supermercato.

C’è quindi da aspettarsi una frenata dei consumi: storicamente, marzo e aprile sono i mesi in cui gli americani spendono i rimborsi fiscali in beni durevoli (auto, tecnologia, viaggi). Se questi soldi finiscono nel serbatoio della benzina o nella busta della spesa al supermercato, il PIL del secondo trimestre 2026 rischia di essere molto più basso delle previsioni.

E un dato brutto sul PIL non rende certamente Trump un vincitore.
Insomma Trump, che non si aspettava questa resilienza dell’Iran, teme il flop elettorale.

Nelle elezioni di metà mandato, il partito del presidente in carica solitamente perde seggi. Se a questo aggiungiamo una crisi del costo della vita, il rischio per i Repubblicani di perdere il controllo del Congresso a novembre è altissimo.

Ci sono vari fattori che mi spingono a pensare tutto ciò. I sondaggi di questi giorni mostrano che l’elettore medio è meno preoccupato della «vittoria strategica» in Iran e molto più preoccupato del fatto che la benzina possa toccare i 5 $/gal entro l’estate.

Inoltre, essendo stata un’iniziativa di Trump e Israele (quella che lui chiama la sua «piccola escursione»), l’opposizione democratica sta già martellando sul fatto che l’inflazione attuale sia una «tassa Trump» derivante da una guerra non necessaria. E soprattutto dispendiosa (si calcola 1 mld di dollari al giorno!).

Quindi, per arrivare a novembre con un’economia in ripresa, Trump deve stabilizzare i prezzi dell’energia prima dell’estate.

I mercati petroliferi sono veloci nel reagire, ma i problemi di approvvigionamento fisico resterebbero: anche se la guerra finisse oggi, servirebbero mesi per riaprire lo Stretto di Hormuz e mesi per far arrivare le riserve strategiche all’economia reale e per ripristinare le catene di fornitura.

Perché Trump sarà «costretto» a chiudere il conflitto?

Nonostante la retorica della «dominanza energetica», il Presidente si trova davanti a tre realtà ineludibili:

  • Il petrolio a 150 $: se il conflitto dovesse continuare e colpire le infrastrutture petrolifere saudite o del Qatar (come minacciato da Teheran), il greggio potrebbe superare i 150 $ al barile.
  • L’inefficacia delle riserve: Trump ha già iniziato a utilizzare la Strategic Petroleum Reserve (SPR), ma è una misura temporanea che i mercati hanno già «digerito» senza grandi cali di prezzo, perché ci vogliono mesi (da 2 a 3 mesi per l’esattezza) affinché le riserve strategiche giungano dai depositi sino alla pompa di benzina fisicamente.
  • La necessità del «deal con l’Iran»: per evitare il flop a novembre, Trump avrà bisogno di un «grande accordo» che possa vendere come una vittoria totale (il suo classico Art of the Deal).

In sintesi: la benzina a 4 dollari è il peggior nemico di qualsiasi presidente americano. Per Trump, chiudere la guerra non sarà una scelta diplomatica, ma una strategia di sopravvivenza politica per non consegnare il Congresso ai Democratici tra pochi mesi.

Tenetevi pronti per il grande rimbalzo.