I venture capitalist statunitensi - ma non solo - scommettono sempre di più sulle guerre e sulle crisi globali. Per questo motivo investono nel settore della Difesa e sostengono il complesso militar-industriale, appoggiando l’invio di armi in Ucraina e l’operazione militare di Israele a Gaza contro Hamas, mentre vedono positivamente lo scoppio di un conflitto a Taiwan. La maggior parte fondi di investimento gestiti da Venture Capital oggi hanno sede nella Silicon Valley e quasi tutte le principali società Big Tech, tra cui Amazon, Apple e Google (a loro legate alla Difesa Usa), hanno fatto affidamento sui finanziamenti di venture capital come Andreessen Horowitz per decollare.
La strategia, ricorda Jamie Martin, assistente professore di storia alla Georgetown University, è semplice: “Raccogliere capitali da investitori istituzionali come fondi pensione e fondi universitari, acquistare una partecipazione azionaria in società giovani e poi supervisionare le loro operazioni fino a quando non diventano pubbliche e gli investitori possono incassare”.
I venture capitalist scommettono sulla guerra
Dopo le Big Tech, queste società stanno scommettendo ora sul settore della Difesa. Come riporta una recente analisi pubblicata dalla rivista statunitense Responsabile Aircraft, legata al think-tank Quincy Institute, e redatta dalla giornalista Stavroula Pabst, gli investimenti delle società venture capital con sede negli Stati Uniti in start-up che operano nel settore della Difesa sono raddoppiati in quattro anni. Dopo aver investito circa 16 miliardi di dollari nel 2019, secondo l’analisi, solo nei primi cinque mesi del 2023 i fondi venture capital statunitensi hanno concluso oltre 200 accordi nel settore della difesa e dell’aerospazio per un valore di quasi 17 miliardi di dollari.
I maggiori venture capital, tra cui Founders Fund del miliardario Peter Thiel, Andreessen Horowitz e Lux Capital, sono infatti tra gli astri nascenti del settore della Difesa, avendo investito milioni di dollari in società come Anduril, Hadrian e Rebellion Defense. “In questo modo - riporta l’analisi - le società venture capital ottengono non solo elevati rendimenti dagli investimenti, ma anche una crescente influenza sulla politica estera degli Stati Uniti”. Basti pensare che una start-up di componenti meccanici come Hadrian, fondata solo nel 2020, è già balzata in prima linea nel settore della difesa, raccogliendo quasi 100 milioni di dollari in finanziamenti alla fine del 2023.
Così guadagnano sulle crisi mondiali
Gli investitori vedono di buon occhio anche una possibile guerra tra Cina e Taiwan nel Pacifico. Uno scenario che, secondo un audio trapelato nei mesi scorsi, sarebbe “estremamente positivo” per l’America’s Frontier Fund, una società di investimenti tecnologici il cui co-fondatore e Ceo fa parte sia del Foreign Affairs Policy Board del Dipartimento di Stato che dell’Intelligence Advisory Board del presidente Joe Biden. Le osservazioni fatte da un rappresentante del fondo sono state registrate durante un grande evento sulla finanza tecnologica ospitato presso gli uffici di Manhattan della Silicon Valley Bank, lo scorso febbraio.
“Se si verificasse una guerra Cina-Taiwan, alcuni dei nostri investimenti sarebbero 10 volte superiori, da un giorno all’altro”, ha detto un rappresentante della società di venture capitali. Come scrive The Intercept, Gilman Louie, cofondatore dell’Aff e attuale amministratore delegato, è presidente della National Intelligence University, fornisce consulenza a Biden attraverso il suo comitato consultivo sull’intelligence ed è stato scelto per il comitato degli affari esteri del Dipartimento di Stato dal segretario di Stato Antony Blinken nel 2022.
In altre parole, l’Aff trarrà enormi profitti da una crisi geopolitica mentre il suo Ceo fornisce consulenza all’amministrazione Biden sulle stesse crisi geopolitiche. La società è stata fondata nel 2022 con il sostegno dell’ex Ceo di Google Eric Schmidt, magnate vicinissimo all’amministrazione Biden. E in Italia? Come riportato da Milano Finanza, Exor Ventures, il braccio di venture capital della holding della di John Elkann si è unita a BlackRock nell’investimento da 138 milioni nella startup americana che sviluppa motori ipersonici utilizzati dalla Difesa americana.
La domanda di armi cresce ma la produzione resta indietro
L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e le tensioni geopolitiche internazionali hanno alimentato un forte aumento della domanda di armi ed equipaggiamento militare nel 2022. Tuttavia, come rivela un’analisi pubblicata dall’istituto di ricerca internazionale di Stoccolma, nonostante abbiano ricevuto nuovi ordini, molte aziende produttrici di armi statunitensi ed europee non sono riuscite ad aumentare in modo significativo la capacità produttiva a causa della carenza di manodopera, dell’aumento dei costi di produzione e delle interruzioni della catena di approvvigionamento che sono state esacerbate dalla guerra in Ucraina.
“Molte aziende produttrici di armi hanno incontrato ostacoli nell’adattarsi alla produzione per la guerra ad alta intensità”, ha affermato daLucie Béraud- Sudreau , direttrice del programma di spesa militare e produzione di armi del Sipri. “Tuttavia, sono stati firmati nuovi contratti, in particolare per le munizioni, che potrebbero tradursi in maggiori entrate nel 2023 e oltre”. In Russia è accaduto l’esatto contrario: secondo il Nel York Times, la produzione russa di missili e munizioni sta prosperando anche a fronte delle sanzioni occidentali, con una produzione militare che ha superato persino i livelli prebellici del Paese. Una delle grandi scommesse perse dall’occidente nella guerra in Ucraina e con buona pace di chi affermava che Mosca avrebbe esaurito le munizioni a marzo 2022.