Nessuno in Italia è titolato a parlare del mondo russo e della guerra in Ucraina come Sergio Romano. Diplomatico e ambasciatore della Nato e in Unione Sovietica ai tempi di Gorbaciov, editorialista per il Corriere della Sera, il professor Romano ha insegnato storia dell’Italia e delle relazioni internazionali alla Università Bocconi, a Pavia, a Berkeley e ad Harvard ed è autore di numerosi saggi riguardanti la storia della Federazione Russa. Lo abbiamo raggiunto per porgli qualche domanda sullo stato della guerra in Ucraina e sul futuro della Nato.
Professor Romano, ci sono le prospettive per un negoziato in Ucraina, preso atto del fallimento della controffensiva di Kiev e dei rapporti tesi all’interno della leadership di Zelensky??
Questa guerra avrà fine nel momento in cui gli ucraini cederanno una parte del loro territorio. In altre parole, gli ucraini devono privarsi di qualcosa. Soltanto così riusciranno a rendere più docili le grandi potenze. Tuttavia, i governi, come quello ucraino, sanno che la loro sorte sarebbe segnata se dovessero cedere una parte del territorio per arrivare alla pace. E dunque credo che questa guerra sia destinata a durare perché queste guerre finiscono quando il governo constata di perdere la propria credibilità agli occhi dei propri elettori: a quel punto fa i suoi conti e scopre che è meglio trattare, negoziare o cedere qualcosa. È una vicenda nel quale la cessione del territorio ci sarà, prima o dopo, lo sappiamo tutti. Un pezzetto di terra cambierà padrone, ma per il momento non si negozia.
Abbiamo risposto all’invasione russa con un ulteriore ampliamento della Nato. Prima la Finlandia, poi la Svezia se, come sembra, la Turchia darà l’ok definitivo. Crede che questa sia la strada giusta? L’architettura della Nato è idonea ad affrontare questa fase di disordine internazionale?
Il mio giudizio sulla Nato non è positivo e temo che continuerà ad esserlo. E poi è tutto è terribilmente complicato dal fatto che gli Stati Uniti, che sono tutto sommato i ’giudici’ di tutti i litigi, e hanno in mano le carte più importanti, hanno una politica internazionale che è più complicata di quanto sia stata in passato. Perché gli Stati Uniti avevano, soprattutto nel mondo arabo, posizioni molto chiare. Evidentemente di appoggio agli israeliani, e questo è dovuto anche dal fatto che negli Usa esiste un’importante comunità ebraica che ha sempre avuto una certa influenza sulla politica estera del Paese. In questo momento, però, sembra sia difficile per Washington tenere conto delle varie sensibilità.
Ovvero?
Si ha l’impressione che l’opinione pubblica americana non sappia più da che parte stare. Se con gli israeliani o con gli arabi, che cominciano, questi ultimi, a godere anche di una certa popolarità presso la società americana e che rappresentano Paesi che stanno a cuore agli Usa. Gli Stati Uniti sono dunque divisi tra l’amicizia per gli ebrei e l’interessata amicizia per il mondo arabo, e per questo motivo si trovano ora in grande difficoltà.
A proposito di Stati Uniti, il prossimo anno ci saranno le attese elezioni presidenziali. È probabile un cambio di rotta sul piano internazionale con un probabile ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca?
Bisogna stare molto attenti, c’è sempre un’opinione personale che finisce nell’insinuarsi nel giudizio. Io spero, lo ammetto molto francamente, che Trump non ritorni sul campo, soprattutto con una vittoria elettorale. Perché tutto sommato questa filosofia di Trump, se filosofia può chiamarsi, questo modo di giudicare la scena internazionale, è contagioso. E vedo personaggi alla Trump in Germania, Francia…ci sono anche in Italia?
C’è infatti una nuova ondata di forte sostegno ai partiti euroscettici e populisti, dall’Olanda alla Slovacchia. È un segnale di malcontento verso un’Europa che ha un po’ perso la sua identità?
La domanda è giusta. Io constato ormai che, da qualche tempo, la democrazia sta attraversando un momento di crisi. La democrazia ha vissuto un momento di popolarità dopo la Seconda Guerra Mondiale, ha portato luce contro le grandi dittature, quella tedesca e anche la nostra. La democrazia ci stava salvando tutti in qualche modo, e questo era il sentimento comune. Non è più così, purtroppo. Negli ultimi tempi c’è stata un’avanzata di populismo e giustizialismo; tutte queste forme apparentemente democratiche, che dicono di operare per il popolo, ma che non sono realmente democratiche. Possono anzi condurre a una potenziale forma autoritaria.