Quando Abu Dhabi ha collocato 1,25 miliardi di dollari di obbligazioni decennali con un rendimento del 4,27% — appena 25 punti base sopra i Treasury statunitensi — molti osservatori hanno parlato della fine di un’epoca. Non tanto per il contesto geopolitico, segnato dal rischio crescente di un conflitto con Iran e dalla possibilità di attacchi con missili e droni nella regione del Golfo, quanto per il significato finanziario dell’operazione.
Quella emissione potrebbe infatti essere ricordata come l’ultima grande vendita di bond di un membro degli Emirati Arabi Uniti classificato come mercato emergente. La banca JPMorgan è pronta infatti a includere il paese nei suoi indici dei mercati sviluppati, riconoscendo che l’economia emiratina è ormai troppo ricca e stabile per restare nel paniere emergente. Una decisione simile era stata presa l’anno precedente anche per Qatar e Kuwait.
In teoria, una guerra o anche solo la minaccia di un conflitto dovrebbe far impennare il rischio percepito dagli investitori, soprattutto per economie fortemente dipendenti da petrolio e gas. Tuttavia, i dati raccontano una storia diversa.
Dopo il peggior scenario ipotizzato questa settimana — con lo Stretto di Hormuz minacciato e il traffico energetico globale a rischio — il nuovo bond di Abu Dhabi è stato rivalutato con un rendimento intorno al 4,5%, pari a uno spread di circa 33 punti base. Un aumento minimo rispetto alle condizioni precedenti.
Questo dato suggerisce che, nonostante il clima di forte tensione geopolitica, i mercati obbligazionari del Golfo non stanno reagendo con panico. Al contrario, la fiducia degli investitori sembra rimanere sorprendentemente stabile.
Anche negli altri paesi della regione gli spread sono saliti solo leggermente. I titoli a lunga scadenza dell’Arabia Saudita con maturità 2047 rendono circa il 5,8%, con uno spread vicino ai 110 punti base. Si tratta comunque di livelli molto inferiori rispetto alla fase di sell-off globale registrata l’anno precedente, quando timori su dazi statunitensi e rallentamento economico avevano portato il rendimento fino al 6,5%.
Anche il debito delle grandi compagnie energetiche della regione, in prima linea in caso di interruzione delle esportazioni, ha registrato movimenti limitati. Le obbligazioni a lunghissimo termine di QatarEnergy rendono circa il 5,5%, appena sopra i livelli precedenti allo scoppio delle tensioni.
La situazione più sorprendente riguarda però Bahrain, uno degli Stati più indebitati al mondo, con un debito vicino al 150% del PIL e una lunga storia di salvataggi finanziari da parte dei vicini del Golfo.
Nonostante deficit di bilancio superiori al 10% del PIL per oltre un decennio e la totale dipendenza dallo Stretto di Hormuz per le esportazioni petrolifere, i suoi bond con scadenza 2028 continuano a scambiare sopra la pari con rendimenti intorno al 5,8%. I titoli a lunga scadenza rendono circa il 7,6%, livelli considerati relativamente normali per il profilo di credito del paese.
Uno dei motivi principali di questa sorprendente stabilità è la solidità finanziaria di molti Stati del Golfo. Secondo Fitch Ratings, paesi come Kuwait e Qatar possiedono enormi riserve finanziarie all’estero.
Alla fine del 2025, gli asset sovrani del Kuwait erano stimati al 606% del PIL, mentre quelli del Qatar raggiungevano circa il 223%. Queste risorse rappresentano un enorme cuscinetto in caso di shock temporanei alle esportazioni energetiche.
Persino una chiusura temporanea dello Stretto di Hormuz avrebbe effetti limitati sui conti pubblici di Abu Dhabi: ogni settimana di blocco ridurrebbe i proventi delle esportazioni di idrocarburi di circa lo 0,15% del PIL, un impatto relativamente modesto considerando gli ampi surplus di bilancio previsti.
Un altro fattore determinante riguarda la struttura del mercato finanziario regionale. Gran parte dei titoli di Stato del Golfo è detenuta da banche locali e istituzioni finanziarie della regione.
Un’analisi di S&P Global suggerisce che, anche in uno scenario di forte stress con premi di rischio più elevati e deflussi di depositi fino al 20%, il sistema bancario del Golfo avrebbe ancora liquidità sufficiente per gestire la situazione. Le banche della regione dispongono complessivamente di oltre 300 miliardi di dollari tra liquidità e riserve presso le banche centrali.
leggi anche
Guerra Iran, posizione e rischi per l’Italia
Questo significa che eventuali vendite forzate di titoli di Stato resterebbero limitate, contribuendo a mantenere stabile il mercato dei bond sovrani.
C’è però anche un cambiamento più strutturale nei mercati finanziari globali. Negli ultimi anni il debito dei mercati emergenti ha attirato una nuova categoria di investitori internazionali, i cosiddetti crossover investors, che normalmente investono in obbligazioni societarie statunitensi o in altri strumenti di credito globale.
Questi investitori sono attratti dai rendimenti leggermente più elevati offerti da paesi con rating relativamente solidi, come Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita o Qatar.
Negli ultimi anni si è aggiunta inoltre una forte domanda da parte di istituzioni finanziarie asiatiche con grandi riserve in dollari, tra cui assicurazioni di Taiwan e banche della Cina. Secondo gli analisti di Barclays, gli investitori asiatici sono diventati un pilastro fondamentale della domanda per gli eurobond emessi dai paesi del GCC.
Il risultato è un mercato obbligazionario del Golfo sorprendentemente resiliente. Anche mentre il rischio geopolitico aumenta e la guerra rimane una possibilità concreta, gli spread restano contenuti e gli investitori continuano a finanziare i governi della regione.
Se questa fiducia sia il segnale di una valutazione razionale dei fondamentali economici oppure di un eccesso di ottimismo globale resta una domanda aperta. Ma una cosa è certa: per capire dove andrà la finanza internazionale nei prossimi mesi, basterà osservare un indicatore chiave — gli spread dei bond del Golfo.