C’è pure il figlio Hunter nello scandalo delle carte top secret di Joe Biden

Glauco Maggi

16/01/2023

Le carte segrete di Joe Biden potrebbero essere irresponsabilmente finite nelle mani del figlio Hunter, responsabile dello scandalo con Ucraina e Cina nel 2019.

C’è pure il figlio Hunter nello scandalo delle carte top secret di Joe Biden

Sembrava un caso comico, la classica tragedia che si ripete in farsa. Ma ogni giorno che passa la storia dei documenti top secret della Casa Bianca di Obama che Joe Biden aveva sparso tra il suo “pensatoio” al Penn Biden Center in Pennsylvania e l’abitazione privata in Delaware si arricchisce di dettagli importanti, e inquietanti.

La “tragedia” era quella delle carte custodite da Donald Trump nella sua lussuosa residenza di Mar A Lago, in Florida. Dopo il tira e molla di alcuni mesi tra i legali dell’ex presidente e gli ufficiali della Agenzia degli Archivi di Stato per la consegna degli scatoloni mancanti, l’irruzione degli agenti aveva drammatizzato la polemica: mai in precedenza gli investigatori dell’Fbi avevano violato la casa di un ex presidente, e il pubblico aveva cominciato a elucubrare sui perché di un simile sfregio.

I soliti “bene informati vicini all’inchiesta” avevano ipotizzato già i crimini terribili che Trump voleva nascondere: da delitti da Espionage Act, la legge contro lo spionaggio del 1917 per avere occultato segreti nucleari e averli - chissà? - ceduti magari al nemico russo, alla prova che dietro all’assalto al Parlamento del 6 gennaio 2021 c’erano la mente e la direzione operativa del presidente che non voleva ammettere di aver perso le elezioni.

Una narrazione da dramma storico, appunto, accolta con speranza dai liberal e con pelosa angoscia dalla ineffabile Casa Bianca di Biden. Non appena saputo delle carte classificate oggetto del raid nel resort di Trump, Biden, in un’intervista con CBS News in settembre, si chiese «ma come è potuta accadere una cosa simile, come può uno (Trump, non nominato NDR) essere così irresponsabile?». In altra occasione, Biden ha spiegato qual era, invece, il suo virtuoso modus operandi nel trattare materiale sensibile avuto dai servizi segreti: «Io leggo tutto, lo richiudo, e lo consegno al personale militare».

Ed ecco la farsa. Se il primo ritrovamento delle carte di Biden era avvenuto, per lo meno, in un ufficio esterno e serioso, un think tank, il secondo e il terzo sono stati fatti a casa sua, a Welminton in Delaware. Uno nell’appartamento, e l’altro nel garage. Biden, parlando con i reporter, ha spiegato che qualcosa era conservato nella sua “libreria personale”, e altre carte erano nel suo box. Proprio così, ed ecco come lo ha ammesso. «A proposito, la mia auto Corvette è in un garage chiuso a chiave, ok? Non è che il materiale fosse lì fuori, in strada. La gente sa che io tratto con serietà i documenti e il materiale classificato».

Capito? La difesa del suo comportamento, ma soprattutto dei documenti con scritto su “Top secret” era affidata a un lucchetto da garage di una casa privata.
E fosse tutto qui. Ora si sa anche che ad abitare in quella casa, e ad avere accesso al garage, era il figlio Hunter. E il figlio Hunter, da anni, è la notoria pietra dello scandalo della vicepresidenza Biden, a proposito degli affari condotti dal figlio sotto la “protezione oggettiva” del babbo. In Ucraina e in Cina, oltre al resto.

Quando Joe era ancora in carica, Hunter era stato assunto dalla ditta ucraina di gas Burisma, a 83 mila dollari al mese, per offrire consulenza, ossia per non far nulla di concreto ma per garantire “accesso” alla Casa Bianca alle autorità di Kiev. E, sempre Hunter, era volato con l’aereo ufficiale del vicepresidente a Pechino, insieme al papà, per perfezionare un accordo con esponenti di una banca locale, controllata come tutto il resto dal partito comunista cinese, per ottenere un finanziamento per il il suo hedge fund. L’idea che Hunter, grazie al suo accesso al garage e ai suoi mal custoditi segreti, sia entrato di fatto nella faccenda delle carte classificate, smorza quindi ogni risatina sulla bizzarria di tenerle sotto chiave vicino a una cabrio Corvette Chevrolet. Ed eleva il “peccato” di Joe Biden a un livello che è ora tutto da definire, nel merito dei segreti esposti con possibile rischio per la sicurezza nazionale (si sa che Iran e Ucraina erano tra gli “argomenti” coperti).

Ed è proprio quello che è successo. Sulla patente di guida di Hunter, infatti, l’indirizzo registrato è proprio quello del box promosso a cassaforte. Il deputato repubblicano del Kentucky James Comer, presidente del Comitato di supervisione degli atti di governo della Camera, ha rivelato che l’indirizzo sulla patente di Hunter è lo stesso della residenza di Joe Biden nel Delaware. Il rapporto di Comer conferma quindi che Hunter aveva accesso alla casa di Joe Biden dove era nascosto un tesoro di documenti riservati.

«I documenti in archivio presso il Comitato rivelano che lo stesso indirizzo è apparso sulla patente di guida di Hunter Biden solo nel 2018» (in quell’anno Joe non era più vicepresidente di Obama NDR), ha comunicato lo stesso Comer alla Casa Bianca. «Il Comitato è preoccupato che Biden abbia conservato documenti riservati nello stesso luogo in cui risiedeva suo figlio mentre era impegnato in accordi commerciali internazionali con avversari degli Stati Uniti».

Quando è uscita la prima notizia delle carte top secret finite in un garage di fianco a una decapottabile d’epoca sembrava, dicevamo, una farsa. Le indagini sulla natura delle carte trafugate illegalmente dalle due successive Case Bianche, ora, vanno avanti in parallelo a Mar A lago e nel Delaware, affidate a due diversi magistrati speciali che dovranno chiarire se sono stati commessi dei reati. Quali, e quanto gravi, si vedrà.

Intanto, il tribunale della politica il suo verdetto lo ha già emesso. Il raid tra le carte di Trump era pioggia sul bagnato. La sua reputazione era già minata dalla sua sconfitta alle urne del novembre del 2020 e dall’assalto folle dei suoi fans a Capitol Hill del 6 gennaio 2021. I sondaggi per le primarie del GOP mostrano quanto stia scivolando, mentre salgono le quotazioni di Ron DeSantis.

Lo scivolone di Joe, con il suo “irresponsabile” modo di conservare le carte segrete, e con la sua sicumera nell’irridere Trump che si ritorce impietosa, ci consegnano oggi un presidente più che ferito. In due mesi ha bruciato il capitale politico incassato con la “non debacle del suo partito” nel voto di medio termine, e si ritrova sullo scomodo piatto declinante dei “due pesi e delle due misure”. Hanno un bel discernere, i suoi difensori, sulle centinaia dei documenti top secret di Trump contro le decine di Biden, e sulla resistenza di mesi di Trump e dei suoi legali a consegnarli rispetto alla prontezza degli avvocati di Biden. Quello che la gente vede è un presidente oggi in carica che ha tenuto illegalmente nel garage carte segrete dal 2016 (per sei anni!). E che quando lo ha saputo (il 2 novembre 2022 i suoi avvocati hanno ammesso di aver fatto la prima delle tre scoperte di ‘tesoretti’) si è ben guardato dal dirlo al pubblico: mancava una settimana al voto ed era meglio non farlo sapere. È la prova che qualcosa di brutto era stata fatta da una amministrazione Democratica. Quanto brutto lo sapremo dall’inchiesta.