L’attenzione degli investitori si sta concentrando soprattutto sul confronto tra il nuovo BTP Italia e i titoli in scadenza nel 2030-2031. Ma forse la vera domanda da porsi riguarda scadenze molto più lontane. Eppure, la domanda forse più interessante è un’altra: ha ancora senso mantenere in portafoglio BTP che scadono tra oltre dieci anni quando oggi è possibile acquistare un titolo indicizzato all’inflazione che restituisce il capitale già nel 2031?
Il quesito non è affatto banale. I BTP tradizionali con scadenza nel 2036, 2037 e 2038 continuano infatti a offrire rendimenti effettivi lordi compresi tra il 3,6% e il 3,9%, livelli che molti risparmiatori considerano ancora particolarmente interessanti. Eppure il nuovo BTP Italia potrebbe introdurre un elemento che spesso viene trascurato: non conta soltanto il rendimento finale, ma anche il tempo necessario per ottenerlo.
Per la prima volta dopo anni, alcuni investitori potrebbero trovarsi davanti a una situazione insolita: ottenere rendimenti potenzialmente simili dimezzando la durata dell’investimento.
Da qui nasce una riflessione che merita attenzione.
Primo vantaggio: potrebbe competere sui rendimenti con una durata molto più breve
Uno dei primi elementi da considerare riguarda la durata dell’investimento.
I BTP considerati scadono tra dieci e dodici anni. Il nuovo BTP Italia, invece, prevede una durata di appena cinque anni. La differenza non è trascurabile.
Il titolo indicizzato offre infatti un tasso reale minimo garantito dell’1,60% (+ un bonus finale di 0,60%) al quale si aggiunge la rivalutazione collegata all’inflazione italiana. Se nei prossimi cinque anni l’inflazione media dovesse attestarsi intorno al 2,2% annuo, valore vicino alla media registrata nell’ultimo decennio, il rendimento lordo complessivo potrebbe avvicinarsi al 3,8%.
In pratica il nuovo BTP Italia potrebbe arrivare a offrire rendimenti non lontani da quelli dei titoli con scadenza nel 2036-2038, ma con un orizzonte temporale inferiore di oltre la metà.
Secondo vantaggio: una maggiore protezione contro il rischio inflazione
Negli ultimi anni l’inflazione è tornata a occupare un ruolo centrale nelle scelte degli investitori.
Molti risparmiatori avevano ormai dimenticato quanto rapidamente il potere d’acquisto possa ridursi quando i prezzi accelerano. Lo shock inflazionistico del periodo 2021-2023 ha ricordato a tutti che un buon rendimento nominale non sempre coincide con un buon rendimento reale.
È proprio qui che il nuovo BTP Italia mostra una delle sue caratteristiche più interessanti. Le cedole vengono rivalutate in base all’andamento dell’inflazione italiana, consentendo di preservare meglio il valore reale dell’investimento. Al contrario, i BTP tradizionali continuano a pagare cedole fisse che non si adeguano all’aumento dei prezzi.
Se nei prossimi anni l’inflazione dovesse mantenersi sopra le attese, il vantaggio del titolo indicizzato potrebbe diventare particolarmente evidente.
Terzo vantaggio: il capitale torna disponibile già nel 2031
Esiste poi un elemento che spesso passa inosservato ma che potrebbe avere un peso rilevante.
Chi acquista oggi un BTP con scadenza nel 2037 o nel 2038 accetta di vincolare il proprio capitale per oltre un decennio.
Il nuovo BTP Italia, invece, consentirà di riavere il capitale nel 2031. Questo significa che l’investitore potrà rivalutare il contesto economico tra appena cinque anni e decidere se reinvestire in nuove obbligazioni, in altri strumenti finanziari oppure approfittare di eventuali opportunità che nel frattempo si saranno create sui mercati.
In uno scenario caratterizzato da tassi d’interesse ancora elevati o da nuove emissioni particolarmente interessanti, avere nuovamente liquidità disponibile potrebbe rappresentare un vantaggio significativo.
Dove si trova il punto di equilibrio?
Il confronto tra le due soluzioni dipende soprattutto dall’inflazione futura. Con rendimenti compresi tra il 3,6% e il 3,9% lordo, i BTP in scadenza tra il 2036 e il 2038 mantengono oggi un profilo molto competitivo.
Tuttavia, grazie al tasso reale minimo garantito dell’1,60% (oltre al biinus dello 0,60%), il nuovo BTP Italia avrebbe bisogno di un’inflazione media intorno al 2% per raggiungere livelli di rendimento comparabili.
Una soglia che non appare particolarmente elevata se confrontata con quanto accaduto nell’ultimo decennio.
Quale soluzione potrebbe risultare più conveniente?
Non esiste una risposta valida per tutti gli investitori. Chi ritiene che l’inflazione tornerà stabilmente su livelli molto bassi potrebbe continuare a preferire i BTP tradizionali e la certezza dei loro rendimenti. Chi invece ritiene possibile una permanenza dell’inflazione su livelli moderati o superiori al 2% potrebbe trovare nel nuovo BTP Italia uno strumento particolarmente interessante grazie alla rivalutazione del capitale, alla protezione del potere d’acquisto e alla minore durata.
Ma il vero elemento di riflessione è forse un altro. Molti investitori sono abituati a considerare le scadenze lunghe come una scelta quasi obbligata quando i rendimenti appaiono interessanti. Il nuovo BTP Italia mostra invece che, in alcuni scenari, potrebbe essere possibile ottenere rendimenti comparabili accettando un orizzonte temporale molto più breve.
La stessa BCE continua a indicare nel 2% il proprio obiettivo di inflazione nel medio periodo. Inoltre, osservando l’andamento dei prezzi in Italia negli ultimi dieci anni, emerge un dato interessante: l’inflazione media si è attestata intorno al 2,2% annuo. E questo nonostante due periodi estremi che hanno alterato la statistica, vale a dire gli anni dei tassi prossimi allo zero precedenti alla pandemia e il forte shock inflazionistico registrato tra il 2021 e il 2023.
Se nei prossimi anni l’inflazione dovesse semplicemente avvicinarsi all’obiettivo perseguito dalla BCE, il nuovo BTP Italia potrebbe già risultare in grado di competere con diversi BTP a lunga scadenza.
Per questo motivo non appare irragionevole che alcuni investitori inizino a chiedersi se abbia ancora senso restare vincolati fino al 2036 o al 2038. In alcuni casi potrebbe infatti non essere una cattiva idea valutare la vendita di una parte dei BTP più lunghi per spostarsi su una posizione potenzialmente più equilibrata, caratterizzata da una durata dimezzata, dalla protezione contro l’inflazione e dalla possibilità di tornare a disporre del capitale già nel 2031.
Naturalmente non si tratta di una scelta valida per tutti. Tuttavia il confronto suggerisce che il nuovo BTP Italia non dovrebbe essere valutato soltanto come un’alternativa ai titoli in scadenza nel 2030 o nel 2031. Per alcuni investitori potrebbe rappresentare anche un’occasione per ripensare il peso delle scadenze molto lunghe presenti in portafoglio.
La convenienza dell’una o dell’altra soluzione dipenderà soprattutto dal comportamento dell’inflazione nei prossimi cinque anni, una variabile che oggi nessuno può conoscere con certezza ma che influenzerà in modo determinante il rendimento finale degli investimenti.