Dopo aver lasciato tra le polemiche The Intercept, il sito di giornalismo investigativo da lui co-fondato, il celebre giornalista Glenn Greenwald - noto per aver diffuso le rivelazioni di Edward Snowden sulle operazioni di sorveglianza di massa attuate dalle agenzie governative e d’intelligence degli Stati Uniti e del Regno Unito - ha deciso di mettersi in proprio su Rumble, una delle piattaforme che consente agli autori di godere della massima libertà d’espressione e di parola. Lo stesso hanno fatto - e questo dovrebbe interrogarci sul clima asfissiante che si respira in molti media cosiddetti “mainstream” - altri intellettuali e giornalisti di primissimo piano come il Premio Pulitzer Seymour Hersh, l’ex giornalista del New York Times, Bari Weiss, l’ex redattore di Rolling Stone Matt Taibbi e Chris Hedges, tanto per menzionarne alcuni.
Il dialogo tra Mearsheimer e Greenwald sull’Ucraina
È proprio su Rumble che Greenwald ha ospitato, il 30 giugno scorso, uno dei massimi studiosi di relazioni internazionali al mondo, il professor John J. Mearsheimer, docente presso l’Università di Chicago. Un confronto tra un grande giornalista e uno dei massimi studiosi a livello mondiale che ha prodotto un dialogo ricchissimo di spunti inerenti la guerra in Ucraina e lo stato comatoso dell’informazione occidentale. Tutt’altro che impenetrabile alla propaganda di parte. «Nel 2002 e 2003 - ricorda Greenwald - il dibattito sull’opportunità di invadere la guerra in Iraq è stato caratterizzato da ogni sorta di tecnica di repressione del dissenso. L’emarginazione dei critici è stata così estrema che persino alcune testate giornalistiche sono state costrette a fare mea culpa». Tra queste, osserva Greenwald, anche il New York Times e il Washington Post, che si sono scusate - dopo l’invasione dell’Iraq - per la copertura «unilaterale» del dibattito, alimentata dalla pubblicazione acritica di affermazioni non verificate della comunità di intelligence degli Stati Uniti.
La lezione dimenticata dell’Iraq
Abbiamo imparato qualcosa dall’Iraq? No, anzi. Come nota Greenwald, infatti, la «repressione del dissenso sull’Ucraina» fa sembrare il dibattito sulla guerra in Iraq «equilibrato, aperto e libero». Persino gli studiosi più affermati sono stati esclusi «dai media mainstream che raramente, se non mai, permettono la diffusione del dissenso rispetto alla guerra per procura di Biden negli Stati Uniti». Tra questi c’è, appunto, il professor John J. Mearsheimer. Sul tema della censura delle opinioni «controcorrente» sulla guerra in Ucraina, Mearsheimer nota, rispetto al passato e alla guerra in Iraq, «di non aver mai visto nulla di simile». Greenwald ricorda infatti che tutte le persone che hanno sostenuto con convinzione l’invasione dell’Iraq del 2003 - salvo poi ammettere di aver commesso un tragico errore - sono tutte ancora al loro posto. E sono più influenti di prima. Mearsheimer sottolinea che, rispetto alla guerra in Vietnam, tutti i sostenitori di quel conflitto sono stati in qualche modo «puniti». «Hanno pagato un prezzo, perché all’epoca il sistema americano prevedeva un certo grado di responsabilità. Ma con il tempo, questa responsabilità è scomparsa. E si è arrivati a una situazione nella quale molte delle persone che avevano torto marcio sull’Iraq prima del 2003 ora si esprimono sull’Ucraina e la gente le ascolta: di fatto dominano il dibattito» osserva il docente.
La previsione sul futuro della guerra
Quanto alla guerra in Ucraina, secondo Mearsheimer si «combatte una guerra esistenziale» da cui è difficile uscire. E l’occidente a guida statunitense ha molte responsabilità in ciò che è accaduto. «Quando i russi scrissero una lettera, il 17 dicembre 2021, chiedendo al Presidente Biden di mettere per iscritto che l’Ucraina non sarebbe diventata un membro della NATO, Antony Blinken chiarì a Mosca che gli Usa respingevano quella richiesta e che l’Ucraina sarebbe diventata parte dell’Alleanza. L’idea che non ci fosse alcuna possibilità che Kiev entrasse a far parte della NATO è una bugia che i sostenitori della guerra hanno inventato per difendersi» spiega il professore, in un dialogo che difficilmente potreste vedere sui canali d’informazione «tradizionali». Triste ma vero.