Cosa dicono gli economisti di Xi: il piano della Cina per reagire ai dazi Usa

Federico Giuliani

22 Aprile 2025 - 06:55

Alcuni importanti economisti cinesi hanno condiviso pubblicamente le loro considerazioni su come Pechino dovrebbe rispondere all’aumento senza precedenti dei dazi Usa.

Cosa dicono gli economisti di Xi: il piano della Cina per reagire ai dazi Usa

La Cina si era preparata da tempo ad affrontare una guerra commerciale senza esclusione di colpi contro gli Stati Uniti.

Attenzione però, perché questo non significa che Pechino riuscirà a neutralizzare ogni effetto negativo delle tariffe. Al contrario, i prossimi mesi all’ombra della Città Proibita saranno durissimi.

Le potenti medicine che il Dragone ha iniziato a prendere (leggi: contro misure alle tariffe Usa) comporteranno infatti delle inevitabili reazioni avverse, e la leadership del Partito Comunista Cinese dovrà mantenere calma e sangue freddo.

Se il contesto è questo, cosa ha in mente di fare la Cina? Qual è il piano che adotterà Xi Jinping per rispondere a Donald Trump? Partiamo dai due aspetti più superficiali e visibili del modus operandi cinese. Il primo coincide con l’applicazione di contro dazi su tutti i prodotti statunitensi destinati al mercato cinese, in aggiunta a consistenti limitazioni strategiche sull’export di Terre Rare. Il secondo aspetto riguarda invece la diplomazia.

Xi ha effettuato un viaggio nel Sud Est asiatico con la chiara intenzione di rafforzare le relazioni economiche con Vietnam, Cambogia e Malesia, e quindi con l’intero blocco Asean. Di pari passo Pechino cercherà di attrarre a sé Giappone e Corea del Sud e, più in generale, l’intera regione dell’Indo-Pacifico (al momento ad eccezione dell’India) facendo leva sul maxi accordo di libero scambio Rcep. E poi? C’è dell’altro...

Cosa dicono gli economisti cinesi

Alcuni importanti economisti cinesi hanno condiviso pubblicamente le loro considerazioni su come Pechino dovrebbe rispondere all’aumento senza precedenti dei dazi Usa. L’analista Zichen Wang ha sintetizzato la posizione di alcuni grandi esperti del Dragone; una posizione utilissima per capire cosa potrebbe fare Xi Jinping.

Yao Yang, professore presso il China Center for Economic Research, National School of Development, ha per esempio fatto notare che Trump ha proposto due principali condizioni negoziali: in primo luogo, le aziende cinesi dovrebbero investire negli Stati Uniti; in secondo luogo, la Cina dovrebbe aprire il suo mercato. Per le aziende cinesi che investono negli Usa, Washington ha inoltre aggiunto requisiti specifici, come l’obbligo per le aziende del Dragone di formare joint venture con aziende statunitensi e trasferire tecnologia ad aziende statunitensi (in sostanza: la replica di quanto accadeva in Cina svariati decenni fa).

Mr. Yang sostiene poi che, oltre ad incrementare i consumi interni, la Cina dovrebbe risolvere una volta per tutte le difficoltà finanziarie di molti dei suoi enti locali e il rebus del settore immobiliare.

Gli strumenti del Dragone

È fondamentale chiarire che l’attuale dipendenza della Cina dal mondo esterno è di gran lunga inferiore rispetto a svariati anni fa. Nel 2008, circa il 30% del pil cinese era legato alle esportazioni, mentre adesso la percentuale è ora scesa al 17%. Detto questo, se è vero che Pechino è in grado almeno in parte di sostituire l’export in Usa, allo stesso tempo il Dragone è chiamato a liberare i suoi consumatori interni.

Robin Xing, Chief China Economist di Morgan Stanley, sostiene che la Cina dovrebbe impegnarsi a realizzare la strategia «Two 30» entro il 2030. Il primo «30» si riferisce al fatto che Pechino dovrebbe ridurre a zero i dazi su tutti i beni degli altri Paesi – ad eccezione degli Usa - entro i prossimi cinque anni. Il secondo «30» è l’obiettivo di aumentare i consumi interni del 30% entro il 2030, il che significherebbe aggiungere altri 3 trilioni di dollari all’attuale livello di consumo. Ossigeno per i polmoni di un Dragone colpito da una raffica di maxi dazi.

Nel frattempo Trump aspetta una chiamata di Xi. La Casa Bianca vuole infatti stipulare accordi commerciali con i vicini della Cina per spingere il leader cinese a trattare con Washington. “Una volta che vedrete molti Paesi - non solo nel sud-est asiatico o in Asia, ma in tutto il mondo - disposti a fare accordi con l’America, questo eserciterà una pressione sulla Cina affinché, si spera, si sieda al tavolo delle trattative”, ha spiegato un funzionario statunitense al sito Politico. Non è però scontato che questa strategia funzioni.