Giornalismo alla prova: a Gaza il coraggio della verità, in America il tradimento della realtà

Glauco Maggi

20/05/2025

Mentre a Gaza gli influencer rischiano la vita per documentare la verità, negli USA i giornalisti mainstream ammettono di aver nascosto la malattia di Biden per fini politici.

Giornalismo alla prova: a Gaza il coraggio della verità, in America il tradimento della realtà

Il ruolo del giornalista, quando può esercitare liberamente la sua parte di testimone della realtà, è fondamentale per le sorti di una nazione. Gli Stati Uniti e Gaza, che non hanno oggi alcunché in comune sotto l’aspetto delle condizioni materiali di vita delle due popolazioni, offrono un confronto imbarazzante, anzi deprimente.

In America, dove ci sono benessere e prosperità, le elezioni hanno cambiato sei mesi fa il quadro politico, dopo due anni di campagna presidenziale senza sosta, avvincente.

A Gaza la risposta militare a tappeto del governo di Gerusalemme all’incursione in Israele dei militanti di Hamas dell’ottobre del 2023, che hanno ucciso 1200 persone e fatto centinaia di ostaggi, ha portato la gente a vivere in uno stato di disperazione crescente. Ci sono stati finora 52mila morti tra i civili e i militanti secondo il gruppo terroristico Hamas, che è al governo senza nuove elezioni dal 2006 e che non fornisce prove delle sue statistiche. Ma da marzo si sa, perché girano foto e notizie sui social media fuori Gaza, di proteste di piazza dei palestinesi, sempre più esasperati dalla guerra in corso e sempre più ostili verso Hamas, il loro governo.

Come hanno reagito i giornalisti americani del mainstream, dalla CNN al New York Times, e quelli palestinesi, agli eventi eccezionali degli ultimi tempi, negli USA e a Gaza, è una tristissima lezione.

Sul versante americano, la cronaca delle ultime ore ha drammatizzato la debacle dei giornalisti che, fedeli al partito Democratico invece che alla verità, si erano battuti, dal 2023, per proteggere il loro candidato di bandiera, Joe Biden, nascondendo le sue reali condizioni di salute. Oggi l’America ha saputo dalle agenzie che Biden ha un tumore aggressivo alla prostata, e da domani un libro dal titolo Original Sin (Peccato originale), firmato da Jake Tapper della CNN e da Alex Thompson di Axios (entrambi media di sinistra), “spiegherà” che il declino fisico e mentale del presidente in carica era tale che la sua aspirazione ad avere una conferma era assurda, inconcepibile.

I due giornalisti si sono impegnati in una operazione che loro vorrebbero fosse giudicata un atto di coraggio, mentre è l’opposto. È infatti l’ammissione che le condizioni di Biden sono state tenute nascoste per uno scopo politico: ossia la scommessa che fosse Joe l’uomo giusto per fermare Trump, e che il mettere in dubbio le sue capacità fosse un tradimento della causa del partito Democratico. A far passare lo stesso Tapper come la faccia di bronzo più spudorata della “copertura” di Biden, è Grabien, il servizio di clip televisive che, scrive il Wall Street Journal, ha compilato un montaggio di video del conduttore della CNN che attaccava coloro che mettevano in dubbio la lucidità mentale di Biden.

Un articolo dettagliato del WSJ del 4 giugno 2024 aveva raccontato che coloro che osservano Biden di persona erano preoccupati per il suo declino. Ma Tapper aveva citato una smentita della Casa Bianca su quell’articolo, sottolineando il fatto che il Wall Street Journal è di proprietà di News Corp, “controllata dai Murdoch”, come se ciò screditasse automaticamente la notizia. Aveva poi intervistato un Democratico che l’ha liquidata. Ebbene, oggi Tapper si prepara a intascare i diritti d’autore dalla vendita del Peccato Originale in cui denuncia il cover up, l’azione di censura a cui aveva attivamente collaborato.

Nella tragedia umanamente non comparabile, è molto più incoraggiante il comportamento degli influencer palestinesi, molti dei quali vivono in Egitto, Turchia, Europa e Stati Uniti, vista la censura di Hamas che non esita ad uccidere. Stanno infatti svolgendo un ruolo importante: sui social media invitano i cittadini di Gaza a ribellarsi, con ciò dando spinta e nerbo alle proteste sul piano locale. Queste notizie colmano il vuoto che le minacce dei militanti creano tra i reporter in loco, ha comunicato qualche giorno fa il Committee to Protect Journalists.

Una voce che si è fatta sentire, dalla Turchia, è Hamza al Masri. Trentasette anni, originario di Beit Hanoun a Gaza, ha detto al Wall Street Journal di essersi unito ai militanti di Hamas da adolescente, attratto dalla loro posizione religiosa e dagli appelli alla liberazione della Palestina. Sui 20 anni era già disilluso. Nel 2017, i militanti di Hamas lo hanno arrestato più volte, picchiato e trattenuto fino a otto giorni nel tentativo di fermare i suoi post critici. «Ero arrivato al punto in cui o mi suicidavo o lasciavo Gaza», ha detto Masri, che è fuggito da Gaza nel 2021. All’inizio si era detto a favore degli attacchi del 7 ottobre, vedendoli come una risposta al trattamento riservato da Israele ai palestinesi. Il proseguire della guerra e l’aggravarsi delle sofferenze gli hanno fatto cambiare idea. E non solo a lui: in un recente sondaggio, solo il 37% dei residenti di Gaza ha detto di approvare l’azione del 7 ottobre, quasi la metà del 71% che erano nel marzo 2024.

Mentre migliaia di persone erano scese in strada davanti all’Ospedale Indonesiano di Beit Lahiya a Gaza, Masri è rimasto in contatto con i manifestanti, incoraggiandoli a inviare video e foto. Li ha poi pubblicati su Telegram e altri siti, come molti altri influencer sui social media in tutto il mondo. Le proteste sono diventate virali, e ora circa la metà di tutti i gazawi sostiene le proteste, secondo un sondaggio pubblicato all’inizio di maggio dal Palestinian Center for Policy and Survey Research, un’organizzazione indipendente senza scopo di lucro con sede a Ramallah.

Rincuora vedere che, anche nelle condizioni più gravi e pericolose, esistono voci giornalistiche coraggiose che si schierano dalla parte della verità, della giustizia e della ragione. Intristisce, al contrario, vedere come una classe giornalistica privilegiata, in una nazione democratica, abbia sciupato la sua libertà per uno scopo politico indegno e fallimentare.