Le cose non vanno bene per la Germania. Rinuncia alle speranze di crescita, conscia di essere di nuovo in crisi, con un settore industriale che arranca sempre di più.
Berlino sta andando verso un debito pubblico pari all’80% del Pil, pagando il conto della difesa e degli impegni di transizione verde che stanno mettendo in ginocchio il settore industriale. La produzione industriale in Germania è diminuita ogni anno dal 2022 e per il 2026 le prospettive non sono affatto incoraggianti. «Non ci aspettiamo una ripresa, ma una fase di stagnazione», ha dichiarato il presidente della Bdi, Peter Leibinger, all’inaugurazione della fiera industriale di Hannover Messe.
Leibinger si aspetta il quinto anno consecutivo di declino dell’industria tedesca in caso di proseguimento del conflitto in Medio Oriente, causa di interruzione delle rotte commerciali e dell’aumento dei prezzi dell’energia. Nonostante il massiccio impegno nazionale nel passaggio green, infatti, il Paese è ancora molto lontano dall’autosufficienza energetica. Il problema, però, non è attribuibile alle industrie tedesche.
La Germania rinuncia alle speranze di crescita
Il presidente della Bdi, la Confindustria tedesca, ha condiviso un’analisi assai precisa sul tema, che ruota intorno a lacune che la Germania si sta trascinando dietro da tempo. Da modello europeo per solidità economica e stabilità politica, oggi Berlino “non è più competitivo come luogo per fare affari”. Schiaccia le aziende con tasse elevate e una burocrazia complessa, come se già non bastassero gli alti costi per l’energia e il lavoro. Come spesso accade, ci si trova all’interno di un circolo vizioso, perché l’industria tedesca, indebolita da anni di difficoltà legate alle lacune del Paese, è anche il motore economico principale della Germania.
Senza la sua ripresa l’economia tedesca può solo peggiorare, quantomeno in un primo abbondante periodo, ma non può riuscirci senza interventi precisi, ordinati e mirati da parte dello Stato. Tuttavia, la linea politica non si sta rivelando propriamente efficace a tal proposito. Di fatto, è con il susseguirsi di progetti fallimentari che le risorse nazionali tedesche si sono impoverite progressivamente, sprecando denaro pubblico e aumentando il debito senza risultati davvero apprezzabili.
Senza dubbio, i presupposti della transizione erano dei migliori, funzionali non soltanto all’ambiente ma anche all’indipendenza della nazione e coerenti con gli obiettivi dell’Unione europea. Ciò però non significa che obiettivi di tale portata debbano essere perseguiti senza sguardo alle circostanze specifiche, considerando che la Bdi (e non solo) sta da tempo portando l’attenzione sul rischio di deindustrializzazione della Germania. I campanelli d’allarme ci sono stati tutti, soprattutto alla fine del 2025, anno che Berlino ha concluso con prospettive nient’affatto rosee.
Berlino è in crisi, di nuovo
Con un andamento piuttosto altalenante nel corso dell’anno, il Pil tedesco è rimasto stagnante alla fine dell’anno e nel 2026 non ci sono stati miglioramenti effettivi. Dopo un’impennata nei primissimi mesi, che ha scatenato precoci ottimismi, le previsioni sul Pil tedesco sono peggiorate progressivamente. Proprio da poco la Bundesbank ha dimezzato le previsioni di crescita per il 2026, passate dall’1% allo 0,5%, ipotizzando a tutti gli effetti un risultato ben peggiore di quello italiano.
Pesa anche il tasso di disoccupazione in crescita (6,3% per quasi 3 milioni di disoccupati alla fine dell’anno passato), con un’enorme ferita nel settore manifatturiero. In questo contesto dare respiro alle aziende tedesche sarebbe davvero provvidenziale, atteso che stanno lavorando ad appena il 78% della loro capacità produttiva, in media. Ciò vuol dire che l’industria della Germania avrebbe tutte le carte in regola per fare molto di più, ma non riesce a investire o espandersi in questo sistema, caro e instabile.
Non a caso Leibinger ritiene indispensabile un pacchetto di riforme entro la metà di quest’anno, auspicando incentivi pubblici e agevolazioni fiscali, insieme a un intervento di ampia portata per contenere i costi dell’energia e semplificare l’ottenimento dei permessi. Una lista esaustiva ma a dir poco improbabile, sicuramente utopistica nei tempi sperati dalla Bdi. Una risposta coesa di Bruxelles potrebbe essere un valido contributo alle misure nazionali, anche perché il rallentamento tedesco (soprattutto in settori come l’automotive, a discapito della crescita cinese) pesa abbondantemente su tutta l’Ue. Il cancelliere Friedrich Merz ha effettivamente messo qualche mattone dall’inizio del 2026, sebbene lontano dalle promesse iniziale, ma questi tentativi appaiono ancora troppo compromessi dagli obiettivi green (e comprendiamo perché, visti i soldi spesi) per rassicurare gli industriali.
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