G20, gli USA ora vogliono contenere la Cina anche in Medio-Oriente

Gabriele Iuvinale - Nicola Iuvinale

12 Settembre 2023 - 07:30

Con una strategia consapevole di Pechino volta ad approfondire i legami mediorientali, sarà ancora più difficile per gli Stati Uniti destreggiarsi tra le diverse priorità geopolitiche.

G20, gli USA ora vogliono contenere la Cina anche in Medio-Oriente

Le spedizioni dall’India all’Europa attraverso il Medio Oriente potrebbero subire un cambiamento significativo in una logica di contenimento della Belt and Road (BRI) cinese. Nel corso del vertice del G20 di Nuova Delhi, infatti, l’amministrazione statunitense ha discusso con India, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti lo sviluppo di un nuovo collegamento intermodale dall’Asia meridionale attraverso il Medio Oriente e verso l’Europa, con miliardi di dollari destinati a essere spesi in ferrovie e porti.

La proposta, almeno sulla carta, potrebbe rappresentare un’alternativa alla BRI, l’ambizioso e controverso progetto infrastrutturale globale che unisce la Cina ai Paesi di tutto il mondo, avviato dieci anni fa dal presidente cinese Xi Jinping.
Secondo un rapporto pubblicato per la prima volta da Axios, il concetto del nuovo corridoio di trasporto prevede il transito di navi tra l’India e l’Arabia Saudita, poi treni attraverso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, probabilmente fino alla Giordania, quindi il passaggio di navi fino alla Turchia e da lì in poi in treno. I negoziati sono in corso e si ipotizza che Israele possa essere aggiunto al corridoio di trasporto.

Perché è importante

Il progetto è una delle iniziative chiave che la Casa Bianca ha promosso a livello internazionale per contrastare la crescente influenza di Pechino e creare, come detto, un’alternativa alla visione cinese della Belt and Road di cui il Medio Oriente è una parte fondamentale. Biden ha anche precisato che Arabia Saudita, Israele, Emirati Arabi Uniti e Giordania faranno parte dell’iniziativa.
L’accordo, come si dirà, arriva mentre l’amministrazione Biden cerca di completare la sua spinta diplomatica per un mega-accordo con l’Arabia Saudita che potrebbe includere un compromesso di normalizzazione tra il regno saudita ed Israele.

La cornice

Biden ha annunciato il progetto insieme ai leader di India, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Francia, Germania, Italia, Giappone e Commissione europea. Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha affermato che il regno parteciperà al progetto con un investimento di 20 miliardi di dollari e ha esortato i leader ad avviare immediatamente la pianificazione e l’attuazione del progetto.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in una dichiarazione ha definito il progetto un’iniziativa rivoluzionaria “che ridisegnerà la regione e ridisegnerà Israele”. Ha anche aggiunto che Israele “sarà un punto di snodo chiave” nel corridoio economico dall’India all’Europa attraverso i suoi porti marittimi sulla costa del Mar Mediterraneo. “Sfrutteremo le nostre capacità e la nostra esperienza con tutto il nostro impegno per contribuire a questo progetto regionale e internazionale che è il più grande della nostra storia”, ha affermato Netanyahu.

Il nuovo punto caldo medio-orientale

Da quando gli Stati Uniti hanno raggiunto l’autosufficienza energetica, c’è stato un progressivo disimpegno americano dal Medio-Oriente. Ciò ha dato a Pechino “il destro” per estendere le proprie mire egemoniche nell’area. Oggi, infatti, la Cina è fortemente presente in vario modo nei Paesi del Golfo.
Oggi il Middle East è tornato, però, ad essere un obiettivo geopolitico per gli USA. Per questo, l’Amministrazione Biden ha elaborato una complessa strategia volta a contenere l’ascesa militare, di intelligence ed economica della Cina, bloccandola nei suoi punti di forza.
In particolare, l’idea degli USA è quella di normalizzare le relazioni tra Arabia Saudita ed Israele, mantenendo al contempo a distanza la Cina. Questa sarebbe l’idea più ampia che l’amministrazione Biden starebbe perseguendo. Tornare, quindi, ad essere un significativo attore regionale di influenza geoeconomica e strategica, fornendo una valida alternativa al piano egemonico cinese. L’annunciato collegamento intermodale dall’Asia meridionale attraverso il Medio Oriente e verso l’Europa, quindi, ne è una declinazione. Ma, come si è evidenziato, la sfida per Washington (e per i suoi Alleati) si presenta tremenda.
Per mesi l’amministrazione Biden ha esplorato silenziosamente la possibilità di normalizzare le relazioni tra Arabia Saudita e Israele, con l’intento di promuovere la pace in Medio Oriente. Funzionari statunitensi affermano che l’attenzione dell’amministrazione Biden sull’accordo riflette la sua opinione secondo cui gli Stati Uniti devono rimanere un attore centrale in Medio Oriente per scoraggiare l’Iran, isolare la Russia e impedire alla Cina di rimpiazzare gli Stati Uniti nella regione. Da un punto di vista strategico, gli USA si stanno muovendo per molteplici considerazioni. Con la stagione elettorale del 2024 in pieno svolgimento, l’amministrazione Biden ha fatto della normalizzazione delle relazioni tra Arabia Saudita e Israele un obiettivo politico. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti sono preoccupati per la crescente influenza della Cina nella regione del Golfo. Il Pentagono ha notato una serie di segnali pericolosi e l’Amministrazione Biden ha forti riserve su qualsiasi cooperazione di sicurezza tra la Cina e i suoi alleati del Golfo.
Non c’è dubbio che la crescente presenza della Cina nel Medio Orientre rappresenta una sfida per gli Stati Uniti ma anche per gli alleati che si affacciano sul Mediterraneo. “Con una presenza militare così ampia nella regione, gli USA devono assicurarsi che la Cina non metta le mani sulla tecnologia sensibile statunitense”, ha detto il senatore Murphy durante un’udienza al Congresso USA. “Ero contrario al fatto che gli Stati Uniti vendessero agli Emirati Arabi Uniti velivoli F-35 e droni Reaper e non voglio che la Cina ottenga il monopolio del commercio energetico in Medio Oriente”, ha aggiunto.
Gli Stati Uniti, dunque, avrebbero concordato con l’Arabia Saudita un quadro generale di accordo di normalizzazione delle relazioni tra i due Stati. Secondo i funzionari statunitensi, se il compromesso dovesse essere raggiunto, l’Arabia Saudita riconoscerebbe Israele in cambio di concessioni israeliane alla Palestina, oltre a fornire garanzie di sicurezza all’Arabia Saudita ed aiutarla a sviluppare un programma nucleare civile.
Attraverso questo accordo “tripartita”, gli Stati Uniti, come detto, vorrebbero minare la crescita delle relazioni sino-saudite. Gli USA, infatti, hanno fatto una richiesta precisa all’Arabia: limitare il loro rapporto con la Cina.

Le richieste USA: no basi militari cinesi, limitare Huawei e vietare lo yuan

Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha incontrato il Consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Sullivan a Jeddah un mese fa, sperando di accelerare il processo di negoziazione dell’accordo.
Con i negoziatori che hanno ora iniziato a elaborare i dettagli, i funzionari statunitensi ritengono di poter elaborare aspetti negoziali più precisi entro i prossimi nove-dodici mesi.

Oltre ad alcune condizioni che coinvolgono le tre parti, l’Arabia Saudita avrebbe avanzato agli Stati Uniti tre richieste principali:
1) assistere il regno Saudita nello sviluppo della tecnologia nucleare civile;
2) espandere le esportazioni di armi verso quest’ultimo;
3) se l’Arabia Saudita fosse attaccata, gli Stati Uniti dovranno fornire supporto militare.

Gli USA, dal conto loro, richiedono all’Arabia Saudita di mantenere le distanze dalla Cina sia economicamente che militarmente. In particolare:
1) l’Arabia Saudita dovrà garantire loro che la Cina non installerà una base militare nel Paese;
2) richiedono al Regno Saudita di limitare l’uso delle tecnologie sviluppate da Huawei;
3) quando esporteranno petrolio in Cina, l’Arabia dovrà garantire che il relativo pagamento avvenga in dollari USA invece che in yuan. Oltre ai requisiti per la Cina, gli Stati Uniti sperano anche che l’Arabia Saudita possa aumentare la produzione di petrolio.

La strategia cinese

Il crescente impegno della Cina nel Medio Oriente, coincidente con il disimpegno americano e l’applicazione di sanzioni alla Russia, ha rafforzato la credibilità di Pechino come partner economico per molti Stati dell’area e come attore diplomatico e militare. In particolare, i legami tra Cina e Arabia Saudita si stanno espandendo velocemente, coinvolgendo economia, diplomazia, intelligence e sicurezza regionale.
Per decenni, i legami economici tra i due Paesi si sono limitati alle esportazioni di greggio, ma negli ultimi anni il rapporto si è rapidamente diversificato, riflettendo il desiderio di Cina e Arabia Saudita di far progredire le relazioni economiche oltre la tradizionale attenzione alle sole risorse energetiche.
L’approccio cinese, difatti, è passato dall’essere puramente transazionale a strutturarsi in modo più sfaccettato ed intrecciato ai futuri sviluppi economici e politici dell’Arabia Saudita e di altri Paesi del Golfo Persico.
Pechino sta tentando di surrogare gli Stati Uniti come attore regionale di influenza geoeconomica e strategica.
Il colosso tecnologico cinese Huawei, ad esempio, ha annunciato lunedì scorso l’apertura di un data center cloud a Riyadh, la capitale saudita, come parte dei suoi sforzi per espandere la propria offerta di servizi online in Medio Oriente.
L’azienda di Pechino ha affermato in una nota che il nuovo centro diventerà un data center fondamentale per i servizi cloud Huawei in Medio Oriente, Asia centrale e Africa, “offrendo servizi cloud innovativi, affidabili, sicuri e sostenibili”.
Il nuovo data center fornirà una gamma di servizi cloud, tra cui infrastrutture, database, big data e intelligenza artificiale, si legge nella nota. Il rischio, dunque, è soprattutto lo spionaggio sponsorizzato dallo Stato cinese. Questa è l’espansione della Via della Seta digitale.
A seguito di questa notizia, l’intelligence occidentale dovrebbere essere maggiormente preoccupata. E quella statunitense lo è anche con riferimento ai cavi sottomarini. Con l’uso di sistemi tecnologici cinesi, infatti, questi cavi in fibra ottica divengono vulnerabili allo spionaggio di Stato o ad attacchi informatici.
In particolare, c’è un cavo sottomarino su cui si dovrebbe focalizzare in modo particolare l’attenzione: il cavo PEACE che collega il Pakistan e l’Africa orientale insieme all’Europa. Il cavo viaggia via terra dalla Cina al Pakistan. Quindi corre da Karachi, in Pakistan, e dal porto pakistano di Gwadar, costruito dai cinesi (e nel quale non è da escludersi la presenza della PLA), per estendersi sott’acqua in vari punti dell’Asia orientale, dell’Egitto e dell’Europa prima di terminare nel sud della Francia. Huawei è dappertutto sul cavo sottomarino PEACE.
Il PCC potrebbe decidere in qualsiasi momento di tagliarlo, interromperlo, deviarlo e monitorare le informazioni che gli Stati occidentali utilizzano. Va ricordato che il PCC ha l’obiettivo dichiarato di controllare il 60% del mercato dei cavi in fibra ottica entro il 2025. Cioè tra 3 anni. Lo controlleranno con la loro stessa tecnologia, con sistemi cioè di cui è notorio che bisogna essere profondamente preoccupati.
D’altra parte, come detto, i legami economici tra Pechino e Riyad erano già forti. L’Arabia Saudita è da anni il più grande esportatore di greggio verso la Cina. Il Regno saudita è anche il più importante partner commerciale di Pechino in Medio Oriente da più due decenni. A sua volta, Pechino è il principale partner commerciale dell’Arabia Saudita dal 2013.
La sensazione che la relazione tra i due Paesi stesse evolvendosi in qualcosa di più importante, si è percepica nettamente lo scorso dicembre durante la visita del presidente Xi Jinping in Arabia Saudita. I due governi, infatti, hanno identificato un ampio spettro di cooperazione futura, anche in materia di energia, automobili, catene di approvvigionamento, comunicazioni, trasporti, estrazione mineraria e nel settore finanziario.
Pechino e Riyadh hanno trovato anche una sovrapposizione tra la Belt and Road Initiative cinese con il programma di riforma Vision 2030 dell’Arabia Saudita, generando una cooperazione su nuove risorse energetiche tra cui solare, l’eolica e l’idroelettrica e sull’economia digitale, come la quinta generazione (5G) delle reti di telecomunicazioni.
La portata di tali affari indicano, dunque, un’evoluzione della relazione della Cina con i Paesi del Medio Oriente. Nell’ultimo decennio, infatti, la strategia di Pechino è diventata più consapevole ed intenzionale e la diversificazione dei legami economici con l’Arabia Saudita ne è un esempio.
Pechino non si accontenta più di essere solo uno dei principali clienti di greggio della regione. Vuole, invece, massimizzare il potenziale dell’area come mercato per beni, manodopera e tecnologie cinesi, inserendosi nel futuro economico dell’area attraverso investimenti e collaborazioni a lungo termine.
La Cina, dunque, sta sviluppando una strategia regionale che combina visioni condivise sulla governance interna e sul futuro economico connesso.
Questo impegno ha effettivamente rafforzato la credibilità della Cina nella regione come partner economico e come attore diplomatico alternativo agli Stati Uniti dopo il loro spostamento dell’attenzione geopolitica.
Ma la sfida per Washington è tremenda. Con una strategia consapevole di Pechino volta ad approfondire i legami mediorientali, sarà ancora più difficile per gli Stati Uniti destreggiarsi tra le diverse priorità geopolitiche che includono l’Ucraina, la regione indo-pacifica, la Cina e l’area del Mediterraneo.

Gli ostacoli alla realizzazione dell’intenzione strategica americana

Sebbene i media statunitensi abbiano rivelato le condizioni proposte dagli Stati Uniti all’Arabia Saudita, diversi analisti hanno affermato che bisogna vedere se le sue intenzioni strategiche possano davvero essere realizzate.
Attualmente, Israele non ha partecipato ai negoziati tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Che si tratti degli Stati Uniti o di Israele, è molto difficile accettare pienamente le condizioni proposte dall’Arabia Saudita.
Tutte le parti stanno affrontando una notevole resistenza su questioni come le garanzie di sicurezza e i progetti nucleari civili. Il successo delle azioni diplomatiche dell’amministrazione Biden coinvolgono cinque fattori di incertezza:
1) le relazioni USA-Arabia Saudita;
2) le relazioni USA-Israele;
3) la questione palestinese;
4) le ulteriori questioni geopolitiche in Medio Oriente, come l’Iran;
5) la spaccatura politica interna americana e le prossime elezioni presidenziali del 2024.

La situazione medio-orientale, dunque, è molto complessa, con l’Iran pronto a stringere partnership sempre più solide con Cina e Russia per il dominio globale non solo negli affari, ma anche nel campo militare.