La Francia entra nel 2026 con una finanza pubblica sempre più fragile e un quadro politico che rende difficile qualsiasi correzione di rotta. Il mancato voto del bilancio da parte del Parlamento ha costretto il governo a ricorrere ancora una volta a una legge di emergenza, che proroga automaticamente il budget dell’anno precedente.
È una soluzione tampone già utilizzata per il bilancio 2025, approvato solo a febbraio dopo mesi di stallo, con un costo stimato di 12 miliardi di euro. Ma questa volta i rischi appaiono ancora più elevati.
Il governatore della Banque de France, François Villeroy de Galhau, ha messo in guardia da una semplice trasposizione del quadro 2025 nel 2026, definendola una scelta che porterebbe a un deficit “molto più alto di quanto desiderabile”. Il messaggio è chiaro: rinviare le decisioni strutturali non fa che peggiorare una situazione già tesa, aumentando il peso del debito e la vulnerabilità del Paese sui mercati finanziari.
Secondo il progetto di bilancio presentato dal Tesoro lo scorso ottobre, nel 2026 la Francia dovrà raccogliere oltre 305 miliardi di euro per finanziare la spesa pubblica e rimborsare parte del debito in scadenza. Il piano di finanziamento prevede l’emissione di circa 310 miliardi di euro in titoli di Stato, quindi un nuovo massiccio ricorso ai mercati. La cifra è leggermente superiore a quella del 2025 e riflette soprattutto l’aumento dei rimborsi di vecchi prestiti, che saliranno da 168 a quasi 176 miliardi di euro in un solo anno. A questo si aggiunge un deficit annuo ancora stimato intorno ai 124 miliardi.
Un altro elemento di pressione è l’aumento del costo del debito. Il progressivo rialzo dei tassi di interesse, unito al peggioramento del merito di credito della Francia, sta facendo crescere rapidamente la spesa per interessi, destinata a passare da 52 miliardi nel 2025 a oltre 59 miliardi nel 2026. Risorse che non possono essere utilizzate per sanità, istruzione o investimenti produttivi e che, paradossalmente, non riducono lo stock complessivo del debito.
Le agenzie di rating internazionali hanno già lanciato segnali d’allarme. Moody’s, S&P e Fitch hanno evidenziato come l’alto livello di debito, le tensioni politiche e i continui sforamenti di bilancio rendano la Francia un emittente più rischioso rispetto al passato, pur restando nell’area investment grade. Il fatto che oltre la metà del debito negoziabile sia in mano a investitori esteri aumenta l’esposizione del Paese a eventuali crisi di fiducia e a richieste di rendimenti più elevati.
I numeri complessivi sono impressionanti. Il debito pubblico ha raggiunto circa 3.200 miliardi di euro ed è passato dal 97,4% del Pil nel 2019 a oltre il 112% nel 2023. Un livello ben al di sopra del tetto del 60% previsto dalle regole europee e nettamente superiore a quello tedesco, che si aggira intorno al 62%. Anche il deficit è peggiorato: dal 2,1% del Pil prima della pandemia a circa il 4,9% nel 2023. A differenza della Germania, la Francia resta in deficit primario, continuando a indebitarsi anche prima di pagare gli interessi.
Alla base di questa deriva ci sono fattori strutturali difficili da correggere. La spesa pubblica francese è tradizionalmente elevata, soprattutto per welfare, sanità e pensioni, ambiti su cui ogni tentativo di riduzione ha storicamente provocato forti proteste sociali. Le crisi degli ultimi anni, dal Covid all’impennata dei prezzi energetici, hanno lasciato un’eredità pesante. La scelta di “fare tutto il necessario” per proteggere famiglie e imprese ha evitato un crollo economico, ma ha consolidato un livello di debito più alto e permanente. Nel frattempo la crescita resta debole, frenata da consumi e investimenti fiacchi e da un clima politico instabile.
Proprio la politica rappresenta oggi il principale fattore di incertezza. Nel secondo mandato di Emmanuel Macron si sono avvicendati cinque primi ministri e l’Assemblea nazionale è bloccata tra schieramenti contrapposti, senza una maggioranza chiara. L’attuale premier, Sébastien Lecornu, è sotto pressione per far approvare il bilancio 2026, ma deve muoversi tra minacce di mozioni di sfiducia sia da destra sia da sinistra.
Con le elezioni presidenziali del 2027 all’orizzonte, il tema del debito è destinato a diventare un’arma politica centrale. Il Rassemblement National accuserà il governo di spesa eccessiva e di sudditanza a Bruxelles, promettendo tagli selettivi ma difendendo pensioni e protezione sociale. La sinistra del Nuovo Fronte Popolare attaccherà invece ogni ipotesi di austerità e spingerà per nuove tasse sui più ricchi. Gli alleati centristi e di centrodestra di Macron chiederanno disciplina fiscale, riforme pensionistiche e tetti alla spesa.
Il Parlamento tornerà a esaminare un vero disegno di legge di bilancio nelle prossime settimane, con un calendario che prevede la ripresa del dibattito a metà gennaio. Ma al di là dell’esito immediato, il nodo resta strutturale: senza crescita più solida o riforme incisive della spesa, la Francia rischia di restare intrappolata in un circolo vizioso di deficit elevati, debito crescente e margini di manovra sempre più ridotti. Una prospettiva che preoccupa non solo Parigi, ma anche i partner europei e i mercati finanziari.