FMI, cosa non va nella gestione dei finanziamenti?

Lorenza Morello

11 Luglio 2023 - 07:43

Il Fondo si è malamente intromesso nelle politiche di sostegno allo sviluppo, con una eccessiva discrezionalità negli interventi.

FMI, cosa non va nella gestione dei finanziamenti?

Dell’ origine del Fondo Monetario e della Banca Mondiale abbiamo avuto modo di parlare recentemente. Il Fondo Monetario è esposto da tempo a numerose critiche, per far fronte alle quali i forum internazionali hanno avanzato numerose proposte di riforma. Tentiamo di riassumere analiticamente le principali accuse mosse contro l’organizzazione:

a) Il Fondo non è stato capace di prevenire le crisi;
b) Gli aiuti finanziari sono arrivati tardi;
I finanziamenti concessi in ritardo non permettono di raggiungere gli obiettivi per i quali sono stati accordati, in particolare impediscono di far fronte alle crisi di liquidità;
c) La restituzione del prestito da parte dei governi è stata lenta: i governi hanno tardato nel restituire i prestiti trasformando, di fatto, un finanziamento di breve periodo in uno di lungo periodo;
d) Il fondo si è malamente intromesso nelle politiche di sostegno allo sviluppo;
e) Una eccessiva discrezionalità negli interventi;
f) La politica di concessione dei finanziamenti è risultata talvolta insufficiente, indiscriminata e dura;
g) La politica di concessione di prestiti facilitata genera fenomeni di moral hazard;
h) I modelli che ispirano gli interventi del FMI sono stati sviluppati per i paesi industrializzati e non adattati alla delicata situazione dei paesi in via di sviluppo.

Scendendo in dettaglio, c’è stata una notevole confusione fra crisi di liquidità e crisi di solvibilità: il FMI ha partecipato a consistenti programmi di sostegno ai paesi a basso reddito fortemente indebitati negli anni ’80.
Le frequenti estensioni nei termini di restituzione dei prestiti erogati dal fondo hanno, inoltre, trasformato finanziamenti di breve in aiuti di medio lungo periodo; fondi erogati per assistere la bilancia dei pagamenti nel breve periodo hanno finito per sovvenzionare alcuni paesi per decenni.
Circa il “come” sia avvenuta tale intromissione, l’accusa principale rivolta al FMI riguarda l’aver impiegato, nell’implementazione delle politiche rivolte ai paesi fortemente indebitati, modelli econometrici che mal si adattano a descrivere quelle economie che non sono ancora riuscite ad innescare un processo di sviluppo sostenibile, modelli che, invece, sono appropriati se riferiti ai paesi industrializzati.

In particolare le lacune di cui sopra sono emerse quando, per risollevare dalla recente crisi finanziaria l’economia mondiale, il Fondo è stato chiamato ad intervenire a sostegno alla stabilità, nel tentativo di riportare gli indici economici in crescita.
In primis si è osservato come i fondi a disposizione del Fondo fossero del tutto insufficienti per arginare la crisi.
Così è logico domandarsi quale sia l’ammontare della somma necessaria per risollevare il Fondo, e come sia possibile oggi reperirla; in un secondo tempo dovrà essere disciplinato un meccanismo che permetta di accedere a queste risorse in modo rapido ed efficiente per prevenire o ridurre futuri rischi di mercato.
Quanto alla cifra, già il cd “documento di Pittsburgh” sancisce l’impegno dei membri del G20 di triplicare le risorse a disposizione dell’ente, contribuendo con oltre 500 miliardi di dollari a rinnovare ed ampliare gli accordi di prestito NAB (New Arrangements to Borrow).
Adottando il New Income Model, il Fondo si riproponeva quindi di accumulare capitali anche attraverso la vendita delle proprie risorse auree, così aumentare in misura superiore al doppio la capacità di concessione di prestiti a medio termine.
Ancora una volta siamo costretti a notare che oggi possono realmente permettersi di concedere moneta solo gli stati dell’Est e dell’America Latina.

Dati alla mano, osserviamo che la sfera mondiale sarebbe dominata da questi nuovi attori da ben un decennio, ma prima che il crollo finanziario imponesse la necessità di reperire nuovi capitali in tempi bervi, i paesi della finanza blasonata fecero finta di non accorgersene per conservare la posizione di prestigio.
Già nel 2000 infatti il primo paese creditore del Fondo Monetario era il Messico, seguito a ruota da Korea, Russia e Brasile.
Il primo stato europeo era la Gran Bretagna, piazzata al sesto posto e non a caso interposta tra Argentina ed India. E nel corso del decennio l’economia della City pare non essere migliorata considerato che già prima della crisi, il Fondo aveva creato un supercomitato di consultazione sulle valute che per la prima volta escludeva Londra e si limitava ad americani, cinesi, giapponesi, sauditi e area-euro.

Sopravviveva indenne al crollo anche il Brasile.
Lo dimostra il fatto che a seguito del G20 di Londra fu invitato ad entrare a far parte di quella ristretta cerchia di paesi che finanziano regolarmente il Fondo Monetario.
Segno di una potenza economica ormai affermata ma anche, e soprattutto, segnale di una ricchezza costruita su politiche efficienti e responsabili; infatti «su 185 paesi che fanno parte del FMI sono solo 47 quelli che possono essere richiamati per contribuire con il Fondo stanziando risorse finanziarie. Sono nazioni che rivelano solidità nei conti esterni e hanno riserve. Il Brasile oggi è uno di essi ».
In accoglimento a questo invito, il Brasile si dichiarò disponibile a collaborare concedendo 4,5 milioni di dollari, ma non si escludeva la possibilità di un contributo di ben 10 milioni qualora il Fondo ne avesse fatta richiesta.
Il Ministro dell’Economia del Brasile, Guido Mantega, volle subito rassicurare i cittadini precisando che tutto ciò non si sarebbe tradotto in una riduzione delle riserve del paese ma semplicemente di una loro diversa collocazione.
Anche sul piano della chiarezza comunicativa, forse, questi nuovi soggetti potevano fare di meglio.