Il governo Meloni vuole un bonus da 615 euro per premiare gli avvocati che fanno rimpatriare i clienti immigrati, ma qualcosa non va.
Tra tutte le varie richieste e proposte per la cittadinanza, il governo Meloni ha pensato a un bonus tutto nuovo e molto specifico, al centro di un insidioso caso politico ancora prima di vedere la luce. Per mezzo del nuovo Dl Sicurezza, infatti, vuole introdurre un contributo fino a 615 euro in favore degli avvocati per convincere i clienti immigrati a lasciare l’Italia.
Un vero e proprio premio per favorire gli espatri, che i professionisti potranno incassare solo se e soltanto se ci sarà la partenza del migrante. La misura è stata approvata dal Senato qualche giorno fa, come emendamento n. 33 del Decreto-legge n. 23 del 24 febbraio 2026, per l’appunto il nuovo Dl Sicurezza. Manca ancora il vaglio da parte della Camera dei deputati, ma il forte dibattito acceso su questo emendamento rischia di compromettere tutta la norma.
Trovare una soluzione a questo punto è assai difficile, ma non è nemmeno possibile ignorare le criticità del testo, visto che ad evidenziarle è anche il presidente Mattarella. Ecco per quali motivi.
Bonus agli avvocati per convincere i clienti immigrati a lasciare l’Italia
Facciamo innanzitutto chiarezza sul bonus fino a 615 euro contenuto nel Dl Sicurezza al vaglio del Parlamento. L’emendamento in questione propone di modificare il Testo unico sull’immigrazione, aggiungendo all’articolo 14-ter il comma 3-bis, con il testo che segue:
Al rappresentante legale munito di mandato, che ha fornito
assistenza al cittadino straniero nella fase di presentazione della richiesta di partecipazione ad un programma di rimpatrio volontario assistito, è riconosciuto, ad esito della partenza dello straniero, un compenso pari alla misura del contributo economico per le prime esigenze previsto ai sensi del decreto del ministro dell’Interno di cui al comma 2.
Il citato comma 2 prevede infatti che il ministro dell’Interno stabilisca con un apposito decreto le linee guida per i programmi di rimpatrio volontario e assistito. Per effetto del Dl Sicurezza questo stesso decreto verrebbe destinato alla regolamentazione dei compensi, peraltro a carico del Consiglio nazionale forense (anche se il governo è pronto a stanziare 246.000 euro per il 2026 e 492.000 euro annui per il 2027 e il 2028).
Non sarebbe richiesto però alcun intervento complesso in merito, dal momento in cui viene indicato come parametro il contributo per le prime esigenze, che appunto arriva fino a 615 euro. La linea tracciata con questo nuovo bonus è evidente: premiando anche i professionisti che collaborano ai rimpatri volontari si ottiene un incentivo molto forte, perché è proprio l’avvocato a curare la pratica ma soprattutto a consigliare l’assistito in merito.
È di fatto una strada che aiuta a velocizzare e semplificare le procedure, nient’affatto più dispendiosa dei rimpatri forzati, ma presenta anche molte incognite.
Il bonus da 615 euro agli avvocati “non va”
Il presunto bonus aggiunto al Dl Sicurezza ha scatenato forti critiche, non soltanto dalle opposizioni ma anche dall’Associazione nazionale della magistratura e dal Consiglio nazionale forense. Quest’ultimo ha fatto sapere mediante una nota ufficiale di non essere stato neanche informato preventivamente, oltre a non avere competenza sul pagamento degli avvocati per i rimpatri. Il sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha incontrato appositamente il presidente Mattarella per trovare una soluzione e soprattutto superare la ritrosia del Quirinale, senza tuttavia riuscirsi.
Pare che Mattarella abbia confermato che “così non va”, lasciando alla maggioranza una grossa patata bollente. Senza la sua firma decade tutta la norma, che dovrebbe ricominciare l’iter legislativo viste le scadenze strettissime per l’approvazione, viste da molti proprio come una scelta strategica spiacevole vista la delicatezza del testo. L’emendamento 33 dovrà essere abolito o quantomeno modificato per superare il vaglio costituzionale rappresentato dalla presidenza della Repubblica. Sul punto, si sottolineano le parole dell’Unione delle camere penali:
(...) incompatibile con la Costituzione e con i principi più elementari della deontologia forense: l’avvocato non può essere pagato per ottenere l’esito voluto dallo Stato, ma deve assistere il proprio cliente in piena libertà e indipendenza.
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