La fine della guerra coinciderà con quella del governo? Via Putin, l’alibi sarà Draghi

Mauro Bottarelli

20 Novembre 2022 - 08:09

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Il netto cambio di passo Usa nei confronti del conflitto ucraino rischia di privare l’azione dell’esecutivo Meloni del suo capro espiatorio perfetto. Ma ogni tentazione «revisionista» attiverà la Bce

La fine della guerra coinciderà con quella del governo? Via Putin, l'alibi sarà Draghi

La Polonia non deve aver digerito qualcosa. Perché quando a pochi giorni dall’incidente che per una notte ha spinto il mondo sull’orlo della Terza Guerra Mondiale, senti la necessità di far filtrare una notizia del genere all’estero, vuol dire che la tua chiara intenzione è quella di mandare un segnale. Quantomeno di irritazione.

Perché non solo si è scelto un quotidiano del Paese che vanta i migliori rapporti politici con il governo polacco ma, soprattutto, la testata forse in assoluto più schierata sul fronte filo-ucraino di tutte, tanto che il suo direttore è stato appena insignito di una delle più alte onorificenze dello Stato dal presidente Zelensky in persona.

Nulla di nuovo, per carità. Ma almeno un paio di distinguo da fare. Per quanto si tratti del segreto di Pulcinella, fino a ieri argomentazioni simili erano ritenute appannaggio esclusivo dei cosiddetti complottisti. Quando non direttamente putiniani. Secondo e più importante, gettare un’ombra anche minima sulla natura eroica e spontanea della resistenza ucraina a un’invasione immotivata, proprio mentre tutte le vie sembrano portare ineluttabilmente a un accordo, rappresenta un’indiretta carta non poco a favore del Cremlino. Quantomeno a livello di percezione da parte di un’opinione pubblica ormai stanca.

Perché se il G20 ha portato con sé un risultato, questo è appunto la chiara intenzione di USA e Cina di far tacere il prima possibile le armi. Ovviamente, la strada appare ancora in salita, poiché qualcuno deve cedere qualcosa. E né Mosca, né Kiev paiono intenzionate. Non a caso, proseguono i bombardamenti da un lato e i proclami e le richieste di armi dall’altro. Ma l’America non è più quella del 7 novembre. Il midterm ha segnato un evento spartiacque per l’amministrazione Biden, la qual ora vuole e deve concentrarsi sul fronte interno. E, al limite, spostare la propria attenzione sul bersaglio geopolitico più strategico. Ovvero, l’Iran.

E la cartina di tornasole è rappresentata da questo:

Le «scuse» dell'Associated Press per la frettolosa ricostruzione della vicenda del missile russo in Polonia Le «scuse» dell’Associated Press per la frettolosa ricostruzione della vicenda del missile russo in Polonia Fonte: AP/WP

se da un lato anche la stampa più embedded contro la Russia pare cospargersi pubblicamente il capo di cenere per l’affaire del missile impazzito, il palese riferimento ad ambienti di intelligence interne come fonte primaria dell’abbaglio appare un chiaro messaggio in codice della Casa Bianca al Deep State militare e ai corpi intermedi che cercano posizionamento. Mentre il comparto warfare, nel frattempo, prosegue a tappe forzate la sua ascesa non solo a nuovo moltiplicatore del Pil ma anche ad alleato strategico del Big Tech in crisi.

Insomma, tira aria di cambiamento in grande stile. E con la variabile impazzita di Twitter da tenere in considerazione. E in Italia? In Italia il rischio è duplice. Da un lato, Giorgia Meloni pare sapientemente aver colto i rischi connessi a una posizione troppo oltranzista, tanto da aver fatto di tutto per non nascondere il carattere cordiale e tutt’altro che formale del lungo incontro con Xi Jinping a Bali. Dall’altro, però, la fine della guerra rischia di coincidere anche con quella del suo governo. O, quantomeno, della pace al suo interno. Perché se finora Vladimir Putin ha meravigliosamente operato da catalizzatore di ogni colpa a livello economico, la primavera potrebbe portare al redde rationem e alla necessita di un nuovo capro espiatorio.

E a una conseguenza tanto inevitabile, quanto rischiosa: prendere atto delle casse vuote lasciate dal governo Draghi e decidere se pagarne il prezzo politico in prima persona o cominciare una campagna di demonizzazione e demitizzazione dell’esecutivo dei Migliori, di cui però gli alleati della premier erano parte integrante. Certo, la narrativa li vuole come detonatore dell’esplosione anticipata di quell’esperienza.

Ma resta il fatto che, nella condizione dei conti pubblici italiani e con una prospettiva di recessione garantita alle porte, il governo quasi certamente cederà alla tentazione di scaricare su altri un po’ di responsabilità. A quel punto, come reagirà l’Europa, il cui grado di sudditanza a Mario Draghi appare palese, dopo la nomina di Luigi Di Maio a inviato per il gas presso i paesi del Golfo?

E proprio un ritorno prepotente del gas sulla scena interna italiana potrebbe operare da miccia corta dei malcontento, come mostra questa analisi di Bloomberg,

la cui pubblicazione sarebbe stata assolutamente impossibile prima del mid-term. Oggi, invece, negli USA pare giunto il momento della verità. O della resa dei conti. Con l’Algeria in area BRICS e il sostituto liquefatto statunitense di cui Gorgia Meloni ha parlato con Joe Biden al G20 che presenta più criticità che pregi, come affrontare la crisi strutturale della recessione? Soprattutto, come comunicare all’opinione pubblica che Gazprom non è rimpiazzata?

Certamente non si potrà fare affidamento per molto a manovre plasticamente spot come l’azzeramento dell’Iva su pane e pasta. Perché al netto di una categoria merceologica già tassata al minimo del 4% e su prezzi in valore assoluto molto bassi, quindi destinati a generare effetti risibili sul potere d’acquisto, il fatto che le casse siano vuote e le nozze vadano festeggiate unicamente con fichi secchi lasciati in dote dal governo precedente lo dimostra questo:

risparmiare 22 euro l’anno su pane, latte e pasta e vedersi azzerato quel vantaggio dall’aumento di una singola multa per divieto di sosta potrebbe tramutare anche l’elettore medio di centrodestra in un soggetto critico. Soprattutto perché i ceti più abbienti possono permettersi il box. O il taxi. I comuni mortali, no. Insomma, qualcuno a Palazzo Chigi e dintorni potrebbe essere tentato di passare dal blame on Putin al blame in Draghi. E sarebbe la sua fine. Perché la Bce può staccare la spina a questo governo in ogni momento. E Giorgia Meloni lo sa.

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