Fine dell’eccezionalismo USA: il tempo del Sud Globale sta per cominciare?

Redazione Money Premium

3 Giugno 2025 - 06:35

Crisi dell’ordine finanziario occidentale, rallentamento cinese e ricerca di diversificazione: il blocco del Sud Globale si propone come nuova frontiera degli investimenti globali

Fine dell’eccezionalismo USA: il tempo del Sud Globale sta per cominciare?

Negli ultimi decenni, il sistema economico e finanziario mondiale ha gravitato attorno a una struttura ben definita, centrata sugli Stati Uniti e sull’idea della cosiddetta «eccezionalismo americano». In questo schema, Washington ha rappresentato non solo la maggiore potenza economica e militare, ma anche il punto di riferimento per regole, flussi di capitale e innovazione. Oggi, però, questa egemonia sembra entrare in crisi, messa in discussione da tensioni geopolitiche, sfide interne, e dall’emergere di nuove potenze.

In questo contesto, si affaccia un’ipotesi che fino a pochi anni fa sarebbe apparsa remota: il rafforzamento e la centralità crescente di un blocco definito Sud Globale (traduzione italiana di «Global South»), costituito da oltre 130 Paesi in via di sviluppo o emergenti, distribuiti tra Africa, Asia, America Latina e alcune aree dell’Europa orientale e dell’Asia centrale.

Un recente rapporto strategico elaborato da Deutsche Bank – “The Global South: A strategic approach to the world’s fourth bloc” – rilancia la possibilità che il Sud Globale diventi un polo economico, politico e finanziario autonomo e attrattivo, in grado di ricevere una parte crescente dei flussi globali di capitale.

La definizione abbraccia principalmente i 134 membri del gruppo G77 (istituito nel 1964 per promuovere interessi comuni nei Paesi in via di sviluppo), con l’esclusione di grandi economie già consolidate come Cina, Russia e Singapore. Il blocco include invece attori in ascesa come India, Messico, Turchia, Arabia Saudita, Indonesia e diversi Paesi dell’Africa e dell’America Latina.

Le cifre che caratterizzano il Sud Globale sono impressionanti:

  • Rappresenta circa due terzi della popolazione mondiale in età lavorativa
  • Produce oltre il 40% dell’energia e dei metalli critici per la transizione energetica
  • Contribuisce per il 25% al commercio globale
  • Ha attratto circa un quarto degli investimenti diretti esteri (FDI) negli ultimi dieci anni

Secondo il Boston Consulting Group, nel 2023 i flussi FDI verso il Sud Globale hanno raggiunto i 525 miliardi di dollari, superando quelli destinati alle economie avanzate (464 miliardi). Questa inversione segna un cambiamento strutturale nei flussi internazionali di capitale, riflesso anche nel crescente interesse degli investitori istituzionali verso aree tradizionalmente ritenute rischiose.

In passato, l’attrattività del Sud Globale è stata spesso limitata da problemi cronici come instabilità politica, debolezza dello stato di diritto, scarsa trasparenza e difficoltà infrastrutturali. Ma la dinamica globale odierna è diversa: il rallentamento della Cina, specialmente dopo la pandemia, e il rischio di overexposure verso mercati tradizionali come Stati Uniti ed Europa spingono gli investitori a riconsiderare la propria strategia.

Nel 1990, la Cina contribuiva solo al 2% del PIL combinato delle economie avanzate. Oggi quel valore è intorno al 33%, ma con prospettive di rallentamento: secondo il Fondo Monetario Internazionale, la quota cinese si stabilizzerà intorno al 35% entro il 2030, mentre quella del Subglobale salirà al 40%, raggiungendo un nuovo massimo storico.

Il rapporto di Deutsche Bank evidenzia come il Sud Globale possa diventare una nuova piattaforma per la diversificazione del portafoglio e per la generazione di valore. Attualmente, il blocco rappresenta solo l’11% della capitalizzazione dei mercati azionari globali, e gran parte di questa quota è concentrata in pochi Paesi: India e Arabia Saudita ne costituiscono oltre la metà. Questo significa che anche una minima riallocazione di asset da parte di fondi pensione, sovereign wealth fund o fondi indicizzati potrebbe avere un impatto significativo sulle valutazioni locali.

Tuttavia, il percorso non è privo di ostacoli. La politica commerciale aggressiva degli Stati Uniti, incarnata in passato dai dazi dell’amministrazione Trump e oggi da misure più mirate ma altrettanto strategiche, rappresenta un rischio latente.
Il recente rallentamento dei flussi verso i mercati emergenti – come indicato dall’Institute of International Finance (IIF), che a maggio 2025 ha segnalato un “quasi blocco” degli investimenti di portafoglio – evidenzia la fragilità di questi ecosistemi finanziari in contesti di alta incertezza.

Inoltre, le tensioni geopolitiche – come le dispute territoriali, la corsa alle materie prime strategiche, e la crescente rivalità tra USA, Cina ed Europa – potrebbero influenzare i percorsi di sviluppo e l’attrattività dei Paesi del Sud Globale.

Ciò nonostante, vi è un’evidente ristrutturazione dell’ordine globale. Le esportazioni cinesi verso le economie del Sud Globale sono raddoppiate dal 2018, sintomo di un progressivo sganciamento dai tradizionali mercati occidentali. Anche l’Europa, colpita dalla guerra in Ucraina e dalle incertezze legate alla competitività industriale, guarda con interesse al Sud globale come nuova area strategica per approvvigionamenti, energia e scambi commerciali.

Non è ancora certo se il Sud Globale saprà consolidarsi come un quarto polo strutturale, accanto a Stati Uniti, Cina ed Europa. Ma la traiettoria sembra chiara: un numero crescente di investitori, policy maker e analisti riconosce che non è più possibile ignorare il potenziale del blocco del Sud Globale.