Ripresa produttiva: adesso preoccupa il crollo dell’export

Accantonate le preoccupazioni per la ripresa produttiva, al centro dei timori ora c’è il crollo dell’export. La ripresa della domanda è fondamentale.

All’alba della ripresa produttiva, adesso preoccupa il crollo dell’export. Se da un lato l’industria oggi può finalmente ripartire, dall’altro, le preoccupazioni per il domani impediscono alle imprese di tirare un sospiro di sollievo.

Il timore principale riguarda il numero di ordini dall’estero, se questi ultimi non dovessero riprendere a un ritmo sostenuto porterebbero a un disastro dietro l’altro nel bilancio 2020 delle aziende italiane.

Giudicando lo scenario in cui s’inserisce la Fase 2, l’Italia rischia di chiudere il 2020 con un crollo delle vendite all’estero tra il 20 e il 30% e per un riscatto sui mercati internazionali si dovrà attendere che finisca l’emergenza.

Ripresa produttiva: preoccupa il crollo dell’export

Le preoccupazioni per il crollo dell’export, nonostante la ripresa produttiva, sono legate anche allo sfasamento nei tempi di ripartenza dei vari mercati.

Secondo una ricerca condotta da Prometeia le mancate esportazioni nel biennio 2020-2021 comporteranno perdite fino a 58 miliardi di euro, un calo che investirà tutti i settori, fatta eccezione per quello farmaceutico, che dovrebbe continuare a crescere.

Secondo l’indagine, per riportare le perdite a zero si dovrà aspettare almeno il biennio 2022-2024, con alcune eccezioni, come il comparto alimentare, per cui è previsto un parziale recupero già dall’anno prossimo.

L’industria alimentare nel 2019 ha registrato un valore dell’export pari a 35,3 miliardi e 12 anni di crescita consecutivi. Per il 2020 si prevede un calo generale tra il 15 e il 20% su base annua.

Gli altri settori che risentiranno maggiormente del calo sono: filiera auto e elettrodomestici (-21,5% delle esportazioni), materiali edili e da costruzione (-18,3%), meccanica (-15,9%) e moda (-15,7%).

Il problema della concorrenza globale

Intanto, il crollo dell’export si teme anche per via dello sconvolgimento globale degli equilibri. Il blocco produttivo ha messo a rischio le quote di mercato che le aziende italiane si sono conquistate negli anni attraverso investimenti in innovazione, qualità e marketing.

Le decisioni prese dai singoli governi per il contenimento dell’epidemia, infatti, hanno inasprito il problema della concorrenza. Se alcune nazioni come l’Italia hanno optato per uno stop quasi totale, altre hanno scelto di continuare a lavorare, aggiudicandosi commesse di vitale importanza per la ripresa, che il nostro Paese non avrebbe potuto onorare.

Ad esempio, per il settore delle macchine utensili, di cui siamo quarto produttore mondiale, nel primo trimestre gli ordini sono calati del 4,4% e ad aprile non sono state portate a termine alcune consegne, fattore che ha privilegiato i concorrenti di altri Paesi.

Nondimeno, le diverse regole internazionali, contribuiscono a rallentare le imprese, soprattutto quelle che hanno spostato parte della produttività anche fuori dai confini nazionali. L’export di questo settore nel 2019, considerando anche la robotica e l’automazione, ha raggiunto quota 3,6 miliardi.

Prima di una ripresa della domanda, che dovrebbe ravvivarsi non appena tutti i Paesi saranno usciti dal lockdown, è importante per tutti i settori portare a termine almeno gli ordini già in portafoglio e tentare di recuperare il vantaggio perso finora.

Segnali positivi dalla Cina

Un altro settore che teme il crollo dell’export, nonostante la ripresa, è quello della componentistica auto, che nel 2019 ha esportato merci per 22 miliardi.

Tra le preoccupazioni legate alla crisi, i primi segnali positivi per questo settore sono arrivati dalla Cina, nostro primo mercato per l’export e quarto per l’import, dove la filiera auto va stabilizzandosi.

Tuttavia, per una ripresa stabile e globale si dovrà pensare a misure che favoriscano anche il rilancio della domanda, con incentivi studiati a livello comunitario per lo smaltimento delle scorte nei concessionari e per non creare distorsioni nel mercato unico.

La ripresa della Cina accende le speranze anche degli altri comparti, essendo stata la nona destinazione dell’export italiano per un valore di 12,9 miliardi nel 2019. Ma si dovrà lavorare per riaffermare la presenza del prodotto italiano nel Paese, il cui posizionamento era stato in calo negli ultimi anni.

Le migliori opportunità di riconquistare la Cina, scongiurando il crollo dell’export, sembrerebbero destinate al settore dei macchinari (quasi 4 miliardi di esportazioni), al tessile (2,4 miliardi), alla farmaceutica, alla chimica e al settore dei mezzi di trasporto. Dall’Europa, invece, ci si aspetta una timida ripresa degli ordini dapprima provenienti da Germania e Paesi del Nord.

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